Marco Santagata.
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DANTE. Il romanzo della sua vita.
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Parte 3.
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2012. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Un sofferto rifiuto.
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Giovanni del Virgilio, ricevuta la risposta di Dante in forma di egloga, capisce lantifona e si adegua. Nella primavera-estate del 1320 replica a sua volta con un testo bucolico. Dopo aver riconosciuto che il latte inviatogli in dono da Dante non era stato munto da lungo tempo217 (vale a dire che il genere bucolico giaceva intentato da secoli), Giovanni-Mopso augura a Titiro-Dante di poter rivedere i pascoli dArno (pascua Sarni) che gli erano stati negati: vergogna per lingrata citt!.218 Nellattesa che laugurio si avveri, lo invita a venire presso di lui nelle grotte felici in cui vive. Giovani e vecchi pastori, dediti al culto delle Muse, accorreranno per conoscerlo, per ammirare i suoi nuovi carmi e per studiare gli antichi.219 Dante trover un pubblico di devoti che gi conoscono i suoi scritti e che attendono di conoscerne dei nuovi direttamente da lui. Giovanni, per, sa che Dante  restio a recarsi a Bologna, perch la ritiene una citt per lui pericolosa, e allora insiste nel proclamare che non vi avrebbe trovato n insidie n minacce: Vieni qui e non temere, Titiro, le nostre balze  Qui non ci sono insidie, non c violenza, quanto tu credi.220 Dante-Titiro esagera i pericoli, che sono molto minori di quanto lui pensi.
In effetti, nella risposta di Dante cera un accenno al timore di ritrovarsi tra balze e campagne che non conoscono di, ma era solo un cenno, e anche assai vago.  probabile che tra i due, grazie alla mediazione di amici comuni, sia intercorsa una sorta di trattativa, e che proprio il tema della sicurezza ne sia stato al centro. Con legloga Giovanni del Virgilio farebbe un estremo tentativo per convincere linterlocutore. Tra i motivi addotti da Dante a giustificazione del diniego, oltre al timore per la propria sicurezza (si ricordi che Bologna era fervida alleata di Firenze nera e che dal luglio 1319 era la base operativa del cardinale del Poggetto, intransigente esecutore delloffensiva antighibellina voluta da Giovanni ventiduesimo), di particolare rilevanza deve essere stata la contrariet di Guido Novello, al quale, ovviamente, non avrebbe fatto piacere che il suo ospite lo abbandonasse dopo cos breve tempo. Giovanni deve averlo saputo, se nellegloga afferma con sicurezza che Iolla (nome sotto il quale si cela Guido Novello) non consentir che Titiro si allontani: Mopso, perch vaneggi? dice a s stesso. Ch certo Iolla non lo permetter.221
Lidea di ritornare a Bologna per Dante doveva essere molto attraente. Ai magistri dello Studio aveva rivolto, o per lo meno avrebbe voluto rivolgere, le sue rivoluzionarie proposte linguistiche; aveva sempre desiderato che il suo poema ottenesse il beneplacito dellalta cultura universitaria; ma da quellambiente aveva ricevuto solo critiche e delusioni. E adesso un membro dello Studio lo invitava, assicurandogli che a Bologna avrebbe trovato seguaci e ammiratori. Se accettare o no linvito deve essere stato oggetto di molte riflessioni e anche di discussioni con gli amici ravennati. Discussioni e riflessioni che devono essere durate a lungo. Una chiosa di ambito scolastico informa che Dante scrisse la sua egloga di risposta a Giovanni soltanto dopo un anno (dunque allincirca nellestate del 1321) e che prima di morire non riusc nemmeno a spedirla. 
Dante rifiuta linvito, ma deve essere stata una decisione sofferta e contrastata. Sullopportunit di trasferirsi a Bologna, Titiro dialoga con Alfesibeo (Fiduccio dei Milotti), non a caso, dunque, con un bolognese. Alfesibeo gli sconsiglia caldamente di prendere una decisione del genere: teme per lui, si appella agli affetti che ha in Ravenna, al dolore che la sua partenza provocherebbe agli amici: Te assente piangeranno i monti, te le nostre balze, te i fiumi, e le Ninfe che con me temono il peggio  a noi pastori rincrescer di averti conosciuto. O fortunato vecchio, non privare del tuo nome imperituro le fonti e i pascoli noti!.222 Eppure gli appelli di quello che Titiro considera il suo pi caro amico non sarebbero bastati a trattenerlo: a convincerlo  stata la paura che gli incute un Polifemo, avvezzo a macchiarsi di sangue umano le fauci ferine.223
Chi  questo minaccioso Polifemo che vive a Bologna?
Dopo il tumulto che il 17 luglio 1321 aveva cacciato Romeo dei Pepoli (un ricchissimo banchiere che da una decina danni governava la citt da dietro le quinte), la carica di capitano del popolo di Bologna era stata conferita a una vecchia conoscenza nostra e di Dante, Fulcieri da Calboli. Il Polifemo dal grifo macchiato di sangue umano ricorda troppo da vicino quel feroce che uccideva i Bianchi come antica belva e che poi si allontanava dai luoghi delle stragi sanguinoso224 per non pensare che i due siano la stessa persona. La presenza di un cos crudele persecutore di Bianchi e laccentuarsi del sentimento guelfo dei bolognesi bastavano, eccome, a consigliare a Dante di non avventurarsi in quella citt. Un consiglio che, forse, gli era venuto dallo stesso Guido Novello, il quale nel finale dellegloga, sotto il solito nome di Iolla, viene presentato mentre, di nascosto, ascolta il dialogo fra Titiro e Alfesibeo.
Ancora una volta Dante non riesce a liberarsi del passato. Ancora lombra lunga della guerra civile si stende su di lui e dissolve il sogno di prendere posto tra i dotti bolognesi.
Dante non and a Bologna, ma le sue egloghe s, compresa lultima. Giovanni del Virgilio le lesse nello Studio, le comment e le diffuse: nel 1327, guarda caso proprio in unegloga, ricorder ad Albertino Mussato che era stato Dante a resuscitare per primo quel genere poetico dimenticato. Intorno a Giovanni del Virgilio, grazie alle informazioni che egli pi di altri possedeva, si form una tradizione esegetica che si sarebbe rafforzata nel corso del secolo. Presto, per, le egloghe dantesche uscirono dal circuito scolastico-universitario: gi negli anni Quaranta finirono nelle mani di Boccaccio e, poi, di Petrarca, i quali ne trassero ispirazione per comporre i loro libri bucolici in latino. Da Petrarca e Boccaccio il nuovo genere si diffuse rapidamente (anche in veste volgare), fino a diventare uno dei pi importanti della letteratura rinascimentale. Prende forma, cos, un capitolo della fortuna di Dante eccentrico rispetto allimmagine di scrittore refrattario ai fermenti culturali che la riscoperta dellantico suscitava intorno a lui. Nei suoi ultimi anni di vita, con due scritti poetici di grande valore, ma pur sempre marginali, Dante incrocia la nascente sensibilit umanistica, stabilisce un contatto  non cercato  con i poeti nuovi e, per questa via, aggancia il suo nome a una stagione letteraria a lui fondamentalmente estranea.
Lultima ambasceria.
Nellagosto 1321 Guido Novello invia Dante a Venezia come ambasciatore. La partenza da Ravenna potrebbe essere la causa della mancata rifinitura dellultima egloga. Lambasceria si era resa necessaria per evitare una guerra con Venezia, alleata di Forl e Rimini, che sarebbe stata fatale per Ravenna. Il Polenta, come gi altri signori avevano fatto in passato, si affida allesperienza e alle capacit oratorie di Dante. La guerra, in effetti, non scoppier: in ottobre Ravenna e Venezia raggiungeranno un accordo. Dante, per, non ne fu lartefice. Durante il viaggio di ritorno via terra si era ammalato, forse di malaria, contratta attraversando il delta paludoso del Po. Giacque infermo per un certo periodo e poi si spense, il 13 settembre, dopo il tramonto.
Guido Novello gli tribut funerali solenni nella chiesa di San Francesco, dove venivano sepolti gli stessi Polentani. Alla fine della cerimonia si rec nella casa in cui Dante aveva abitato e vi tenne un ornato e lungo sermone nel quale manifest lintenzione di erigergli un prestigioso sepolcro. Pare che egli avesse promosso una sorta di concorso per lepitafio da incidervi e che tra i pi famosi poeti di Romagna fosse nata una sorta di gara, innescata  commenta Boccaccio  dal desiderio sia di mostrare la propria bravura, sia di testimoniare la stima per Dante, sia di accattivarsi il favore di Guido Novello. Di epitafi scritti nellimmediatezza ne sono pervenuti almeno due: uno di Giovanni del Virgilio e un altro attribuibile a Menghino Mezzani; forse risale a qualche anno dopo un terzo, attribuibile al grammatico veronese Rinaldo Cavalchini da Villafranca, mentre risale a parecchi anni dopo quello, di cui conosciamo solo i primi quattro versi, dettato dallo storico di Vicenza Ferreto dei Ferreti.
Da morto, per, Dante non  stato pi fortunato che da vivo. Nella primavera del 1322 Guido Novello si era trasferito a Bologna per assumervi la carica di capitano del popolo per un semestre. Aveva affidato provvisoriamente il governo della citt al fratello Rinaldo, il quale, gi arcidiacono, tre giorni prima della morte di Dante era stato eletto arcivescovo. In settembre il cugino Ostasio lo trucid, assunse il potere e imped per sempre a Guido Novello di rimettere piede a Ravenna. Il progettato sepolcro non fu mai edificato e gli epitafi rimasero sulla carta.
Il Paradiso ritrovato.
Sembra sicuro che Dante avesse lasciato nel cassetto lultima egloga per Giovanni del Virgilio e che sia stato uno dei suoi figli, forse Iacopo, a recapitarla al destinatario. Resta aperto il problema del Paradiso. Che prima di morire Dante lo avesse ultimato,  certo; che lo avesse anche diffuso, invece non lo . Sicuramente non lo aveva ancora divulgato prima della met del 1320, anche perch a quella data la cantica doveva essere ancora incompiuta. Se dovessimo prestare fede a Boccaccio, figliuoli e discepoli dopo la morte di Dante avrebbero cercato a lungo tra le sue carte gli ultimi canti, tredici per la precisione, per ritrovarli infine grazie a un sogno di Iacopo, nel quale il padre gli avrebbe rivelato che erano nascosti in una finestretta, coperta da una stuoia, scavata nel muro della camera da letto, e in cotale maniera lopera, in molti anni compilata, si vide finita. Il ritrovamento miracoloso sarebbe avvenuto dopo lottavo mese dalla scomparsa di Dante.  un fatto, invece, e non leggenda, che dopo otto mesi Iacopo Alighieri invia a Guido Novello a Bologna, nel giorno in cui questi entra in carica come capitano del popolo (1 aprile 1322), un componimento in terza rima (Divisione) che  una piccola guida alla Commedia e un sonetto di dedica, dal quale si ricava che Guido Novello aveva gi una conoscenza completa del poema, Paradiso compreso.
Nel suo ultimo anno di vita, dunque, Dante lo aveva terminato. Non lo aveva diffuso al di fuori di Ravenna, ma al protettore e agli amici lo aveva dato in lettura. Sar la tempestiva azione promozionale di Iacopo a innescare un processo che in pochi anni avrebbe fatto della Commedia il libro in volgare pi letto e conosciuto della sua epoca.
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FINE.
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NOTE.
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Parte prima
FIRENZE
1 If XXIII 94-95. 
2 Pd XXII 117.
3 Pg V 14-15.
4 Pd XVII 24.
5 If XIX 17.
6 Pd IX 130.
7 Pd XV 97.
8 Pd XV 97-99, 130-132.
9 If XVI 73.
10 Pd XVI 56.
11 Pd XVI 49.
12 If X 86.
13 Pd XV 139.
14 Cv I XIII 5.
15 Cv II XII 3-4.
16 Cv III IX 15.
17 VN 14, 1, 4.
18 VN 14, 1-12.
19 VN 7, 4-8.
20 If XXIV 112-118.
21 If XIX 16-21.
22 Pg XXX 41-42.
23 Rime 47b 1-2.
24 If XV 55-56.
25 If XXVII 44.
26 Pd VIII 73, 75.
27 Pd XIX 127.
28 Pg VIII 53-54.
29 If XXIX 25-27.
30 If XXIX 31-36.
31 Pd XVI 103-104.
32 If XIII 120-121.
33 If XXII 1-5.
34 If XXI 94-96.
35 VN 21, 1.
36 VN 2, 9.
37 VN 1, 20.
38 VN 2, 1.
39 VN 1, 20.
40 Pg XXIV 57.
41 VN 2, 9.
42 Pg XXIV 50.
43 Pg XXVI 99.
44 VN 11, 1.
45 Ibid.
46 VN 21, 2.
47 VN 30, 1.
48 If XV 119.
49 If XV 83.
50 If XV 31, 37.
51 If XV 84.
52 Rime 7, 1-4.
53 If XXXI 136-138.
54 VN 19, 8.
55 Pg IV 7-9.
56 If X 15.
57 Cv II XII 9.
58 VN 16, 1.
59 VN 16, 7.
60 VN 16, 4.
61 Cv II XII 4.
62 VN 31, 1-2.
63 If VI 61.
64 Rime 43, 66-71.
65 Pg XXX 7.
66 Pg XXXI 2-3.
67 Pg XXX 126.
68 Pg XXX 129.
69 Pg XXXI 53-60.
70 Pg XXXI 55-56.
71 VN 11.
72 Cv canz. III, 20-24. 
73 Rime 27, 112-113.
74 Rime 25d, 10.
75 If XVI 73.
76 Pd XVI 65.
77 Pg XII 105.
78 If XXVII 110.
79 If XIX 52-53.
80 If XXVII 85.
81 If VI 69.
82 Pd XVII 49-51.
83 If XXVII 86.
84 Pd XXVII 25-26.
85 Pd XXVII 22-24.
86 If XIX 56-57.
87 Pg XX 86-90.
88 If XVIII 28-33.
89 If II 20-27.
90 If III 58.
91 If III 59-60.
92 If VII 53-54.
93 If VII 46-48.
94 If VI 69.
95 If I 110-111.
96 If XVI 73-74.
97 If XVI 59-60.
98 If VIII 46.
99 If VIII 62.
100 If VI 74.
101 Sentenza del 10 marzo 1302: igne comburatur sic quod moriatur.
102 If XXIV 143-144.
103 Pg V 133-136.
104 If XXVII 51.
105 Pg XX 76-77.

Parte seconda
LESILIO
1 Pd XVII 62.
2 If XXIV 145-150.
3 If XXX 64-66.
4 If XVI 100-102.
5 Pd XVII 71-72.
6 Pd XVII 70.
7 Cv IV XVI 6.
8 Pg XVIII 118-119.
9 Pg XVIII 124-125.
10 Ep I 3: Sane, cum per sancte religionis virum fratem L. civilitatis persuasorem et pacis, premoniti atque requisiti sumus instanter pro vobis, quemadmodum et ipse vestre littere continebant, ut ab omni guerrarum insultu cessaremus et usu, et nos ipsos in paternas manus vestras exhiberemus in totum, nos filii devotissimi vobis et pacis amatores et iusti, exuti iam gradiis, arbitrio vestro spontanea et sincera voluntate subimus, ceu relatu prefati vestri nuntii fratris L. narrabitur, et per publica instrumenta solempniter celebrata liquebit.
11 Ep I 1: Et si negligentie sontes aut ignavie censeremur ob iniuriam tarditatis, citra iudicium discretio sancta vestra preponderet; et quantis qualibusque consiliis et responsis, observata sinceritate consortii, nostra Fraternitas decenter procedendo indigeat, et examinatis que tangimus, ubi forte contra debitam celeritatem defecisse despicimur, ut affluentia vestre Benignitatis indulgeat deprecamur.
12 If XV 121-124.
13 Ep II 1-2: Doleat ergo, doleat progenies maxima Tuscanorum, que tanto viro fulgebat, et doleant omnes amici eius et subditi  inter quos ultimos me miserum dolere oportet, qui a patria pulsus et exul inmeritus infortunia mea rependens continuo, cara spe memet consolabar in illo  et qui Romane aule palatinus erat in Tuscia, nunc regie sempiterne aulicus preelectus in superna Ierusalem cum beatorum principibus gloriatur.
14 Ep II 3: Ego autem, preter hec, me vestrum vestre discretioni excuso de absentia lacrimosis exequiis; quia nec negligentia neve ingratitudo me tenuit, sed inopina paupertas quam fecit exilium. Hec etenim, velud effera persecutrix, equis armisque vacantem iam sue captivitatis me detrusit in antrum, et nitentem cunctis exsurgere viribus, hucusque prevalens, impia retinere molitur.
15 If XXX 89-90.
16 If XXX 76-77.
17 Cv I III 4-5.
18 Pd XVII 68-69.
19 Pd XVII 62.
20 Pd XVII 64-65.
21 If XV 71-72.
22 Cv I IX 5.
23 Rime 46, 119-122.
24 Rime 46, 148-154.
25 VN I IX 4: et quare quelibet istarum variationum in se ipsa variatur, puta dextre Ytalie locutio ab ea que est sinistre (nam aliter Paduani et aliter Pisani locuntur); et quare vicinius habitantes adhuc discrepant in loquendo, ut Mediolanenses et Veronenses, Romani et Florentini, nec non convenientes in eodem genere gentis, ut Neapoletani et Caetani, Ravennates et Faventini, et, quod mirabilius est, sub eadem civilitate morantes, ut Bononienses Burgi Sancti Felicis et Bononienses Strate Maioris.
26 Cv III XI 10.
27 Cv I IX 2.
28 Cv I XIII 12.
29 VN I IX 7: quod si vetustissimi Papienses nunc resurgerent, sermone vario vel diverso cum modernis Papiensibus loquerentur.
30 Cv I V 10.
31 VE I XVII 1: illustre, cardinale, aulicum et curiale.
32 Ep III: Exulanti Pistoriensi Florentinus exul inmeritus.
33 Ep III 1: utrum de passione in passionem possit anima transformari.
34 Ibid.: quod quamvis ex ore tuo iustius prodire debuerat, nichilominus me illius auctorem facere voluisti, ut in declaratione rei nimium dubitate titulum mei nominis ampliares. Hoc etenim, cum cognitum, quam acceptum quamque gratum extiterit, absque importuna diminutione verba non caperent. 
35 Rime 44, 90.
36 If XVIII 55-57.
37 If XIX 83.
38 Pg VIII 132.
39 Pg VIII 129.
40 Ep IV 2: in qua [la curia di Moroello], velud sepe sub admiratione vidistis, fas fuit sequi libertatis officia.
41 Rime 44, 89.
42 Rime 44, 73-80.
43 If XV 70-72.
44 Rime 44, 81-87.
45 Rime 44, 88-90.
46 Rime 44, 101-107.
47 If XII 138.
48 Rime 50, 76.
49 Rime 50, 61-63.
50 Ep IV 2: cum primum pedes iuxta Sarni fluenta  defigerem.
51 Ibid.: Igitur michi a limine suspirate postea curie separato, in qua, velud sepe sub admiratione vidistis, fas fuit sequi libertatis officia, cum primum pedes iuxta Sarni fluenta securus et incautus defigerem, subito heu! mulier, ceu fulgur descendens, apparuit, nescio quomodo, meis auspitiis undique moribus et forma conformis. O quam in eius apparitione obstupui! Sed stupor subsequentis tonitrui terrore cessavit. Nam sicut diurnis coruscationibus illico soccedunt tonitrua, sic inspecta flamma pulcritudinis huius, Amor terribilis et imperiosus me tenuit. Atque hic ferox  quicquid eius contrarium fuerat intra me, vel occidit vel expulit vel ligavit.
52 If V 129.
53 Rime 50, 67-68.
54 Rime 50, 76-79.
55 Rime 50, 80-84.
56 Ep IV 1: ne alia relata pro aliis, que falsarum oppinionum seminaria frequentius esse solent, negligentem predicent carceratum.
57 Pg XXIV 43-45.
58 If XXI 41.
59 Pg XXIV 82-87.
60 Pg XXIV 79-82.
61 Pd X 137.
62 Pg III 49-51.
63 Pg XIX 100-101.
64 Pg IV 25-27.
65 If IX 112-115.
66 Pg VI 76-78.
67 Pg VI 89.
68 Pg VI 90.
69 Pg VI 102.
70 Ep IV 2: ac meditationes assiduas, quibus tam celestia quam terrestria intuebar, quasi suspectas, impie relegavit.
71 Pd XXV 1-2.
72 If X 119-120.
73 If I 1-3.
74 If XV 97.
75 If XV 85.
76 If XV 31, 37, 83.
77 If XV 71-72.
78 If XV 61, 64. 
79 Pd XVII 47.
80 If VI 60-61.
81 If VI 64-68.
82 If II 22-24.
83 Pg XVI 104.
84 Pg XVI 115-117.
85 Pg III 107.
86 Pg III 113.
87 Pd III 118-120.
88 Pg III 124.
89 VE I XII 4: Siquidem illustres heroes, Fredericus Cesar et benegenitus eius Manfredus  donec for-tuna permisit humana secuti sunt, brutalia dedignantes.
90 Cv IV XXVIII 8.
91 If XXVII 110.
92 Pg III 115.
93 Pg V 89-90.
94 Pd XVII 88.
95 Pg VIII 71.
96 Pg VIII 73-78.
97 Pg XIX 142-145.
98 If XXXIII 151-153.
99 If XXXIII 79-84.
100 Pg XXIII 115-116.
101 Pd III 106.
102 Pg XXIII 101.
103 Pg XXIII 91-93.
104 Pd XV 127-128.
105 Ep V 1: signa surgunt consolationis et pacis.
106 Pd VIII 147.
107 Ep VII: devotissimi sui Dantes Alagherii Florentinus et exul immeritus ac universaliter omnes Tusci qui pacem desiderant, terre osculum ante pedes.
108 Ep VII 2: Nam et ego qui scribo tam pro me quam pro aliis.
109 Ep V: Universis et singulis Ytalie Regibus et Senatoribus alme Urbis nec non Ducibus Marchionibus Comitibus atque Populis.
110 Ep V 2: prope est qui liberabit te de carcere impiorum; qui percutiens malignitates in ore gladii perdet eos, et vineam suam aliis locabit agricolis.
111 Ep V 5: Parcite, parcite iam ex nunc, o carissimi, qui mecum iniuriam passi estis.
112 Ep V 7: qui publicis quibuscunque gaudentis, et res privatas vinculo sue legis, non aliter, possidetis.
113 Ep VI: Scriptum pridie Kalendas Apriles in finibus Tuscie sub fontem Sarni, faustissimi cursus Henrici Cesaris ad Ytaliam anno primo.
114 Ep VII: Scriptum in Tuscia sub fonte Sarni XV Kalendas Maias, divi Henrici faustissimi cursus ad Ytaliam anno primo.
115 Ep VI 2: atque iure prescriptionis utentes, debite subiectionis officium denegando, in rebellionis vesaniam maluistis insurgere.
116 Ep V: An ignoratis, amentes et discoli, publica iura cum sola temporis terminazione finiri, et nullius prescriptionis calculo fore obnoxia?  publica rerum dominia, quantalibet diuturnitate neglecta, numquam posse vanescere vel abstenuata conquiri.
117 Ep VII 3: Sed quid tam sera moretur segnities admiramur, quando iamdudum in valle victor Eridani non secus Tusciam derelinquis, pretermittis et negligis, quam si iura tutanda Imperii circumscribi Ligurum finibus arbitreris.
118 Ep VII 4: et cotidie malignantium cohortando superbiam vires novas accumulat.
119 Ep VII 7: An ignoras  ubi vulpecula fetoris istius, venantium secura, recumbat?  et Florentia, forte nescis?, dira hec pernicies nuncupatur.
120 VE I VI 3: quanquam  Florentiam adeo diligamus ut, quia dileximus, exilium patiamur iniuste  Et quamvis ad voluptatem nostram sive nostre sensualitatis quietem in terris amenior locus quam Florentia non existat.
121 Ep VIII: ut qui romani principatus imperio barbaras nationes et cives in mortalium tutamenta subegit, delirantis evi familiam sub triumphis et gloria sui Henrici reformet in melius.
122 Ep IX: que humane civilitati de Principe singulari providit.
123 Ep X: Audiat, ex quo iubet, Romanorum pia et serena Maiestas, quoniam tempore missionis presentium coniunx predilectus et ego, Dei dono, vigebamus incolumes, liberorum sospitate gaudentes, tanto solito letiores quanto signa resurgentis Imperii meliora iam secula promittebant.
124 If XXXIII 79-80.
125 Pd XVII 117.
126 If XXXIII 151-153.
127 Ep VI 1: Eterni pia providentia Regis  sacrosancto Romanorum Imperio res humanas disposuit gubernandas, ut sub tanti serenitate presidii genus mortale quiesceret, et ubique, natura poscente, civiliste degeretur.
128 Cv IV IV 5.
129 Pg XXXIII 34-36.
130 Mn I II 3: an ad bene esse mundi necessaria sit  an romanus populus de iure Monarche offitium sibi asciverit  an auctoritas Monarche dependeat a Deo inmediate vel ab alio, Dei ministro seu vicario.
131 Mn I IV 2: pax universalis est optimum eorum que ad nostram beatitudinem ordinantur.
132 Mn III IV 3: quemadmodum luna, que est luminare minus, non habet lucem nisi prout recipit a sole, sic nec regnum temporale auctoritatem habet nisi prout recipit a spirituali regimine.
133 Mn III VIII 11: non tamen propter hoc sequitur quod [successor Petri] possit solvere seu ligare decreta Imperii sive leges.
134 Mn III X 1-4: Dicunt adhuc quidam quod Constantinus imperator  Imperii sedem, scilicet Romam, donavit Ecclesie cum multis aliis Imperii dignitatibus  Constantinus alienare non poterat Imperii dignitatem, nec Ecclesia recipere.
135 Mn III XVI 7: beatitudinem scilicet huius vite  et beatitudinem vite ecterne.
136 Mn III XVI 10: Propter quod opus fuit homini duplici directivo secundum duplicem finem: scilicet summo Pontifice, qui secundum revelata humanum genus perduceret ad vitam ecternam, et Imperatore, qui secundum phylosophica documenta genus humanum ad temporalem felicitatem dirigeret.
137 Mn I I 3: publice utilitati non modo turgescere, quinymo fructificare desidero, et intemptatas ab aliis ostendere veritates.
138 Mn II I 1: Quare fremuerunt gentes, et populi meditati sunt inania? Astiterunt reges terre, et principes convenerunt in unum, adversus Dominum et adversus Cristum eius.
139 Mn III XVI 17-18: Que quidem veritas ultime questionis non sic stricte recipienda est, ut romanus Princeps in aliquo romano Pontifici non subiaceat, cum mortalis ista felicitas quodammodo ad inmortalem felicitatem ordinetur. Illa igitur reverentia Cesar utatur ad Petrum qua primogenitus filius debet uti ad patrem.
140 Cv canz. III, 21-24.
141 Mn II III 4: Est enim nobilitas virtus et divitie antique, iuxta Phylosophum in Politicis; et iuxta Iuvenalem: nobilitas animi sola est atque unica virtus. Que due sententie ad duas nobilitates dantur: propriam scilicet et maiorum. Ergo nobilibus ratione cause premium prelationis conveniens est.
142 Pd XVI 1-6.
143 Pg XXXIII 43-44.
144 Ep XI 11: iam cepti certaminis.
145 Ep XI 10: Romam urbem, nunc utroque lumine destitutam.
146 Ep XI 6: una sola vox, sola pia, et hec privata, in matris Ecclesie quasi funere audiatur.
147 Ep XI 5: Quippe do ovibus in pascuis Iesu Christi minima una sum.
148 Ibid.: Non ergo divitiarum, sed gratia Dei sum id quod sum [I Cor 15,9] et zelus domus eius comedit me [Ps 69,10].
149 Ep XI 8: Sed, o patres, ne me phenicem extimetis in orbe terrarum; omnes enim que garrio murmurant aut mussant aut cogitant aut somniant, et que inventa non attestantur.
150 If XIX 21.
151 If XIX 82.
152 If XIX 83.
153 Pd XVII 82.
154 Pg VI 90.
155 Pg VI 105.
156 Pg VII 92.
157 Pg XVI 109-110.
158 Pg XVI 51.
159 Pg XIV 109-110.
160 Pg XIV 111.
161 Pg XVI 116.
162 Pg XX 10-12.
163 Pg XX 50-52.
164 Pg XX 76.
165 Pg XXXII 148-153.
166 Pg XXXII 154-160.
167 Pg XXXIII 34-45.
168 Ep XI 7: filie sanguisuge.
169 Ibid.: que quales pariant tibi fetus, preter Lunensem pontificem omnes alii contestantur.
170 If XXI 41.
171 Ep XII 2: per litteras vestras meique nepotis nec non aliorum quamplurium amicorum, significatum est michi per ordinamentum nuper factum Florentie super absolutione bannitorum.
172 Ep XII 3-4: Estne ista revocatio gratiosa qua Dantes Alagherii revocatur ad patriam, per trilustrium fere perpessus exilium? Hocne meruit innocentia manifesta quibuslibet? hoc sudor et labor continuatus in studio? Absit a viro phylosophie domestico temeraria tantum cordis humilitas, ut more cuiusdam Cioli et aliorum infamium quasi vinctus ipse se patiatur offerri! Absit a viro predicante iustitiam ut perpessus iniurias, iniuriam inferentibus, velut benemerentibus, pecuniam suam solvat! Non est hec via redeundi ad patriam, pater mi; sed si alia per vos ante aut deinde per alios invenitur, que fame Dantisque honori non deroget, illam non lentis passibus acceptabo; quod si per nullam talem Florentia introitur, nunquam Florentiam introibo.
173 Pd XVII 59-60.
174 Ep XIII: Magnifico atque victorioso domino domino Cani Grandi de la Scala sacratissimi Cesarei Principatus in urbe Verona et civitate Vicentie Vicario generali.
175 Ep XIII 1: Huius quidem preconium, facta modernorum exsuperans, tanquam veri existentia latius arbitrabar aliquando superfluum. Verum ne diuturna me nimis incertitudo suspenderet  Veronam petii fidis oculis discursurus audita, ibique magnalia vestra vidi, vidi beneficia simul et tetigi; et quemadmodum prius dictorum ex parte suspicabar excessum, sic posterius ipsa facta excessiva cognomi.
176 Pd XVII 58-60.
177 Pd XVII 70.
178 Pd XVII 82.
179 Pd XVII 88-90.
180 Pg VIII 129.
181 Pd XVIII 126.
182 Pd XVIII 130-136.
183 Pd VI 100-101.
184 Pd VI 103-108.
185 Pd IX 1-6.
186 Eg I 47-51: Si tamen Eridani michi spem mediamne dedisti / quod visare notis me dignareris amicis  rispondere velis.
187 Pg XIV 111.
188 Pg XIV 115.
189 If XXX 76.
190 Eg I 21.
191 Eg I 15.
192 Eg I 18.
193 Eg I 15.
194 Eg II 52-54: Comica nonne vides ipsum reprehendere verba, / tum quia femineo resonant ut trita labello, / tum quia Castalias pudet acceptare sorores?.
195 Pd XXV 1-2.
196 Eg II 61-62: Nulli iuncta gregi nullis assuetaque caulis, / sponte venire solet, nunquam vi, poscere mulctram.
197 Pd XXI 121-123.
198 Pd XXI 106-110.
199 Pd XXII 151.
200 Pd XXX 137-138.
201 Pd XXX 143-144.
202 Pd XXX 148.
203 Pd XXII 14-15.
204 Pd XVII 53-54.
205 Pd XVII 148.
206 Pd XVII 60-63.
207 Pd XVII 22, 25-26.
208 Pd XVII 58-59.
209 Pd XVII 128-129.
210 Pg XXXII 103.
211 Pd XVII 134.
212 Pd XVII 130-131.
213 Pd XVII 135.
214 Pd XXV 1-9.
215 If XIII 146.
216 Pd XVI 25.
217 Eg III 19-21: lac  quale nec a longo meminerunt tempore mulsum / custodes gregium.
218 Eg III 38: ingrate dedecus urbi.
219 Eg III 67-69: huc venient, qui te pervisere gliscent, / Parrhasii iuvenesque senes, et carmina leti / qui nova mirari cupiantque antiqua doceri.
220 Eg III 72-76: Huc ades, et nostros timeas neque, Tityre, saltus  Non hic insidie, non hic iniuria, quantas / esse putas.
221 Eg III 80: Mopse, quid es demens? Quia non permittet Iollas.
222 Eg IV 57-62: Te iuga, te saltus nostri, te flumina flebunt / absentem et Nymphe mecum peiora timentes  nos quoque pastores te cognovisse pigebit. / Fortunate senex, fontes et pabula nota / desertare tuo vivaci nomine nolis.
223 Eg IV 77: assuetum rictus humano sanguine tingui.
224 Pg XIV 62, 64.

BIBLIOGRAFIA
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Per la Monarchia, le Epistole, le Egloge e la Questio de aqua et terra mi servo liberamente delle traduzioni inedite di Diego Quaglioni, Claudia Villa, Gabriella Albanese e Stefano Caroti.
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Quando non  indicata ledizione di riferimento, i commenti antichi sono citati dalla banca dati testuale del sito web Dartmouth Dante Project (http://dante.dartmouth.edu/).

ANNOTAZIONI.
Parte prima 
FIRENZE
I. La giovinezza (1265-1283)
Le gloriose stelle
Nel 1265 la costellazione dei Gemelli splendeva fra il 14 maggio e il 13 giugno. Che Dante fosse nato in maggio risulta dal racconto fatto a Boccaccio da Pietro Giardini, un notaio ravennate vicino a Dante nei suoi ultimi anni di vita (su di lui si veda la voce dellED Giardini, Pietro di Andrea Ciotti): sul letto di morte, nel settembre 1321, Dante gli avrebbe rivelato la sua et precisa contando anni e mesi proprio a partire da maggio (BOCCACCIO, I I 5). A Firenze tutti i neonati dellanno venivano battezzati in San Giovanni in una grande cerimonia collettiva che si svolgeva due volte, la prima il sabato santo, la seconda la domenica di Pentecoste.  probabile che Dante sia stato battezzato lanno successivo, quando il sabato santo cadeva il 26 marzo. 
Che il nome di battesimo sia Durante (forse in omaggio al nonno materno)  attestato dal figlio Iacopo, il quale, in un atto notarile redatto a pi di ventanni dalla morte del padre (9 gennaio 1343), per maggiore precisione lo ricorda con entrambi i nomi: Durante, olim vocatus Dante (Durante, comunemente chiamato Dante; PIATTOLI, n. 183). 
Per il significato del nome Beatrice rimando a Guglielmo Gorni, Lettera, nome, numero. Lordine delle cose in Dante, Bologna, il Mulino, 1990, pp. 19-44. Tra le varie interpretationes del nome Dante si leggano quelle di BOCCACCIO, Accessus 37: ciascuna persona, la quale con liberale animo dona di quelle cose, le quali egli ha di grazia ricevute da Dio, puote essere meritamente appellato Dante e dellanonimo sonetto trecentesco (erroneamente attribuito a Pietro Faitinelli): O spirito gentile, o vero dante / a noi mortali il frutto della vita, / dandolo a te lalta bont infinita, / come congruo e degno medante (vv. 1-4; Rime di ser Pietro de Faytinelli detto Mugnone, a c. di Leone Del Prete, Bologna, Gaetano Romagnoli, 1874, p. 111). La questione del doppio nome Dante/Durante non sarebbe di per s rilevante se essa non fosse implicata in uno dei problemi pi spinosi della filologia dantesca, la paternit del cosiddetto Fiore. Il fatto che il narratore-protagonista del Fiore per due volte si autonomini Durante viene ritenuto uno degli indizi pi significativi a favore della paternit dantesca. 
Per il genere di influsso esercitato dai Gemelli si veda la voce dellED Gemelli di Emmanuel Poulle. Una testimonianza vicina a Dante  quella del cosiddetto Ottimo commento (il cui autore potrebbe essere il notaio fiorentino Andrea Lancia, ma la questione  aperta), che a proposito di Pd XXII 112-116 annota: Vuole mostrare lAutore come le seconde cause, cio le influenze del Cielo, li conferiscono sue disposizioni ad essere adatto a scienza litterale  Gemini  casa di Mercurio, che  significatore, secondo li astrolaghi, di scrittura e di scienza e di cognoscibilitade  e maggiormente quando il Sole vi si truova (sulle redazioni del commento, sulla datazione e sullidentificazione dellautore si leggano BELLOMO, pp. 304-313, 354-374, e CCD, voci Andrea Lancia di Luca Azzetta e Ottimo commento di Massimiliano Corradi).
Il ritratto dantesco in VILLANI, X CXXXVI; che Giovanni fosse amico di Dante  affermato, forse con un po di esagerazione, da suo nipote Filippo Villani nella prefazione al commento in latino alla Commedia scritto verso la fine del Trecento e interrotto dopo il primo canto (Filippo Villani, Expositio seu comentum super Comedia Dantis Allegherii, a c. di Saverio Bellomo, Firenze, Le Lettere, 1989, Prefatio 225). Il ritratto etico-psicologico di Dante in BOCCACCIO, ai parr. 117-170; quello fisico ai parr. 111-113; su Andrea Poggi (per il quale si vedano le voci dellED Poggi, Andrea e Poggi, Leone di Renato Piattoli) e sulla sua somiglianza con Dante si veda BOCCACCIO, VIII I 3-4; aggiungo che anche per BRUNI (p. 548) Dante fu parlatore rado et tardo (unaccurata analisi delle biografie dantesche di Villani, Boccaccio e Bruni si trova in INDIZIO). Dante si confessa colpevole del peccato di superbia in Pg XIII 136-138.
Per il ritrovamento della figura del Palazzo dellArte dei giudici e dei notai, per i rapporti con quella del Palazzo del podest e per la tradizione della ritrattistica dantesca pi in generale  dobbligo il rinvio ai lavori di Maria Monica Donato: Famosi Cives. Testi, frammenti e cicli perduti a Firenze fra Tre e Quattrocento, Ricerche di storia dellarte, 30 (1986), pp. 27-42; Ead., Per la fortuna monumentale di Giovanni Boccaccio fra i grandi fiorentini: notizie e problemi, Studi sul Boccaccio, XVII (1988), pp. 287-342; Ead., Dante nellarte civica toscana. Parole, temi, ritratti, in Maria Monica Donato, Lucia Battaglia Ricci, Michelangelo Picone, Giuseppa Z. Zanichelli, Dante e le arti visive, Milano, Unicopli, 2006, pp. 9-42. Il graffito della SS. Annunziata (oggi non pi leggibile) era accompagnato dalliscrizione Nobilis est ille  nobilitat, un motto latino (Nobilis est ille, quem sua virtus nobilitavit) attestato anche nei Carmina Burana (I VII): si veda il Registro di Entrata e Uscita di Santa Maria di Cafaggio (REU) 1286-1290, trascrizione, commento, note e glossario a c. di Eugenio M. Casalini, Firenze, Convento della SS. Annunziata, 1998, tavv. XIII, XIV. Nella chiesa di Santa Croce, fino al 1556, era visibile un ritratto eseguito da Taddeo Gaddi (BRUNI, p. 548).
Nel 1865  correva il VI centenario della nascita di Dante  nel vano di una porta murata non lontana dalla tomba del poeta nella chiesa ravennate di San Francesco fu casualmente rinvenuta una cassetta di legno contenente resti ossei (cranio compreso) che due iscrizioni del 1677 dicevano essere appartenuti a Dante Alighieri. Nello stesso anno fu fatta una prima ricognizione scientifica dei resti, a cui ne segu una seconda pi accurata e pi attendibile dal punto di vista metodologico eseguita nel 1921, VI centenario della morte del poeta, dagli antropologi Giuseppe Sergi e Fabio Frassetto. Dalla perizia (pubblicata in Fabio Frassetto, Dantis Ossa. La forma corporea di Dante, Bologna, Tipografia L. Parma, 1933) risulta che Dante era di statura media (1,64-1,65 m), di struttura longilinea, aveva le spalle spioventi e unartrite anchilosante che lo faceva camminare curvo. Il quadro complessivo  quello di un uomo invecchiato precocemente. La testa presentava un cranio di grande capacit, fronte spaziosa, viso allungato, occhi grandi, naso aquilino, zigomi sporgenti: insomma, molti dei tratti fissati dalliconografia antica. Recentemente, sulla base della ricostruzione del cranio fatta da Frassetto, il paleontologo Francesco Mallegni ha ricostruito il probabile viso di Dante attraverso tecnologie digitali. Per ulteriori informazioni si vedano: Giorgio Gruppioni, Dantis Ossa. Una ricognizione delle ricognizioni dei resti di Dante e Francesco Mallegni, La ricostruzione fisiognomica del volto di Dante tramite tecniche manuali, entrambi in Dante e la fabbrica della Commedia, a c. di Alfredo Cottignoli, Donatino Domini, Giorgio Gruppioni, Ravenna, Longo Editore, 2008, rispettivamente alle pp. 255-267 e 277-281.
La cerchia antica e la gente nova.
La propriet indivisa che Dante ne aveva con Francesco salv la casa dalla distruzione. La questione dei beni che i condannati possedevano in comunione con altri era molto dibattuta dalla giurisprudenza dellepoca. Per quanto riguarda la distruzione dei beni immobili posseduti o goduti da un fratello del condannato si pu consultare il Tractatus maleficiorum di Alberto Gandino, famoso uomo di legge che, fra gli altri incarichi, ricopr anche quello di giudice a Bologna nel 1289 e fra il 1294 e il 1295 (su di lui si veda la voce del DBI di Diego Quaglioni): nella sua raccolta di quaestiones, sotto la rubrica De bonis malefactorum, egli affronta per lappunto il caso se possa essere distrutta integralmente o solo parzialmente una casa o una torre posseduta da un condannato in compropriet con un fratello, e conclude, appoggiandosi fra laltro allautorit di Odofredo Denari, che il comproprietario non pu essere danneggiato (Hermann Kantorowicz, Albertus Gandinus und das Strafrecht der Scholastik, Zweiter Band [letzter Band: Die Theorie. Kritische Ausgabe des Tractatus de maleficiis nebst textkritischer Einleitung], Berlin und Leipzig, Walter De Gruyter & Co., 1981 [1a ed. 1926], pp. 356-357). 
Leonardo Alighieri, nato nel 1395 e morto nel 1441 (si veda la voce dellED di Leonardo di Serego Alighieri), era figlio di Dante, lultimo dei figli di Pietro, il primogenito del poeta (BRUNI, p. 552; a p. 547 laffermazione che la casa degli Alighieri era assai decente). Per quanto riguarda gli accenni alla camera in cui Dante spesso si ritira, si vedano: VN 1, 13; 5, 9; 7, 9. Sullassenza di intimit nelle case medievali Arsenio Frugoni (introduzione a Arsenio e Chiara Frugoni, Storia di un giorno in una citt medievale, Roma-Bari, Laterza, 2011 [1a ed. 1997], p. 9) ha scritto: La casa medievale ha questa caratteristica: lassenza dello spazio differenziato e di funzioni differenziate (anche nella camera da letto, al piano superiore della casa, non cera intimit, se non forse per il ceto pi signorile); si tenga conto, inoltre, che la privacy era inesistente in una citt nella quale si viveva quasi di continuo sotto gli occhi di tutti (Ernesto Sestan, Dante e Firenze [1965], poi in Id., Italia medievale, Napoli, ESI, 1968, pp. 270-291; la cit. a p. 278).
Sulle famiglie residenti nel sestiere di San Pier Maggiore informano gli spogli di RAVEGGI et al.; qui, a p. 143, i dati sui possedimenti immobiliari dei Cerchi. Il rapporto Cerchi-Donati, alla luce degli investimenti immobiliari dei primi,  descritto da Jean-Claude Maire Vigueur, Cavalieri e cittadini. Guerra, conflitti e societ nellItalia comunale, trad. it. Bologna, il Mulino, 2004 (1a ed. Paris 2003), pp. 397-398. Per Baldo dAguglione rimando alla voce del DBI di Roberto Abbondanza; a quella dellED di Arnaldo dAddario e a RAVEGGI et al., p. 251 e passim.
La dinamica dellespansione urbanistica di Firenze durante la seconda met del Duecento  oggetto dellimportante studio di Franek Sznura, Lespansione urbana di Firenze nel Dugento, presentazione di Elio Conti, Firenze, La Nuova Italia, 1975, che pu essere utilmente integrato con i volumi di DAVIDSOHN e la voce Firenze (Laspetto urbano di Firenze dai tempi di Cacciaguida a quelli di Dante) dellED di Ugo Procacci. 
Sulla funzione militare delle torri cittadine si legga Maire Vigueur, Cavalieri e cittadini, cit., pp. 360-365.
I dati demografici, ovviamente, sono molto aleatori e le cifre cambiano in modo rilevante a seconda delle fonti: mi attengo sostanzialmente a DAVIDSOHN, III, pp. 229-230. 
I fiorentini avevano cominciato a battere fiorini dargento intorno al 1237, mentre prima in citt circolavano solo monete straniere, soprattutto pisane. Per il fiorino e la sua storia rimando a Arrigo Castellani, Nuovi testi fiorentini del Dugento, Firenze, Sansoni, 1952, pp. 869-876. Le affermazioni sul fiorino di Remigio dei Girolami (per il quale si veda la voce del DBI di Sonia Gentili) sono riportate da DAVIS, p. 112, il quale nota, fra laltro, che solo in Dante si trova, oltre alle denunce delle fazioni e della corruzione cittadina, ci che pu definirsi una teoria ampia e negativa della storia fiorentina del XIII secolo e dei primi del XIV.
A proposito dellacquisto da parte dei Cerchi delle propriet dei Guidi scrive Massimo Tarassi: Latto di acquisto, stipulato tra la famiglia che meglio di ogni altra impersona la gente nuova arricchita con i subiti guadagni e un antico casato feudale,  un segno tangibile del mutamento del quadro politico e sociale della citt e rappresenta, in un certo senso, il passaggio dei poteri tra il vecchio e il nuovo mondo politico (Massimo Tarassi, Il regime guelfo, in RAVEGGI et al., pp. 73-164; la cit. a p. 143). 
Lidea della trasformazione nel tempo dei fenomeni culturali, centrale nel De vulgari eloquentia, nella Commedia  esemplificata da alcune coppie di artisti e di poeti di cui luno ha superato laltro: cfr. Pg XI 82-84, 94-99 e Pg XXIV 55-57.
Tra distruzione e ricostruzione
Si calcola che dopo Montaperti siano stati diroccati, fra citt e contado, 103 palazzi, 580 case, 85 torri, 9 negozi, 1 fondaco, 10 stabilimenti tessili, 22 mulini e 7 castelli, senza contare le case, i palazzi, le torri, i magazzini e gli opifici demoliti solo parzialmente: i dati sulle distruzioni dei possedimenti guelfi e ghibellini in DAVIDSOHN, II, pp. 453, 707-708; ivi la descrizione della Firenze invasa dalle macerie (p. 708). Per le distruzioni operate dai Ghibellini tra il settembre 1260 e il novembre 1266 si veda anche Isidoro Del Lungo, Una vendetta in Firenze il giorno di San Giovanni del 1295 (1887), poi in Id., Dal secolo e dal poema di Dante, Bologna, Zanichelli, 1898, pp. 63-145, in part. pp. 66-74.
In If XXIII 103-108 Dante scrive che i frati gaudenti Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andal, chiamati eccezionalmente a ricoprire insieme il ruolo di podest nel 1266, si comportarono in modo tale chancor si pare intorno dal Gardingo, cio, ancora nel 1300, nei pressi dellattuale piazza della Signoria, erano visibili le macerie delle case degli Uberti da loro fatte abbattere.
Guelfi e Ghibellini: le radici dellodio
Una dettagliata ricostruzione delle vicende storiche fiorentine sullo sfondo di quelle italiane si trova nella monumentale storia di Firenze di DAVIDSOHN; un profilo succinto degli avvenimenti fiorentini  fornito dalle voci dellED Firenze (Storia) di Ernesto Sestan e Guelfi e ghibellini di Guido Pampaloni.
Nei Comuni dellItalia centro-settentrionale il podest, eletto dal Consiglio generale per un periodo di sei mesi o un anno, esercitava il potere esecutivo e giudiziario. Per garantire la sua indipendenza era eletto tra persone che non appartenevano alla citt (podest forestiero): riceveva un compenso significativo per s e per i collaboratori, anchessi forestieri, di cui si circondava. Per i membri pi prestigiosi delle oligarchie cittadine e delle famiglie feudali ricoprire la carica di podest rappresentava non solo un titolo donore ma anche un notevole cespite economico. Anche il capitano del popolo, eletto dal Consiglio del popolo, veniva da fuori: spartiva con il podest la funzione giudiziaria e comandava le milizie popolari.
Gli Alighieri: tra storia e romanzo familiare
Per lentit dei risarcimenti agli Alighieri, inferiori alle 500 lire, si veda RAVEGGI et al., p. 162; il documento del 1269, che tra i beni dei fuorusciti guelfi danneggiati dai Ghibellini elenca la casa di Geri di Bello o del Bello (per il quale si veda la voce dellED Alighieri, Geri di Renato Piattoli),  pubblicato in PIATTOLI, n. 35. A proposito del guelfismo degli Alighieri, Ernesto Sestan (Dante e Firenze, cit., p. 275) scrive che Dante non nasce col contrassegno familiare del guelfismo pi intransigente, il guelfismo della prima ora proveniente dal fuoriuscitismo.
Le notizie che Cacciaguida fornisce di s sono concentrate in Pd XV 134-148: e ne lantico vostro Batisteo / insieme fui cristiano e Cacciaguida. / Moronto fu mio frate ed Eliseo; / mia donna venne a me di val di Pado, / e quindi il sopranome tuo si feo. / Poi seguitai lo mperador Currado; / ed el mi cinse de la sua milizia, / tanto per bene ovrar li venni in grado. / Dietro li andai incontro a la nequizia / di quella legge il cui popolo usurpa, / per colpa di pastor, vostra giustizia. / Quivi fu io da quella gente turpa / disviluppato dal mondo fallace, / lo cui amor molt anime deturpa; / e venni dal martiro a questa pace. Del figlio Alighiero I parla nei vv. 91-94: Quel da cui si dice / tua cognazione e che centanni e pie / girato ha l monte in la prima cornice, / mio figlio fu e tuo bisavol fue. Che Dante qui e in altri luoghi della sua opera metta in atto una strategia di nobilitazione della sua famiglia  sostenuto in modo molto convincente da CARPI, in part. nel cap. I (pp. 13-252); altri studiosi, invece, tendono a dare credito alle affermazioni messe in bocca a Cacciaguida: ricordo ZINGARELLI, p. 19, ed Ernesto Sestan, Dante e i conti Guidi (1965), poi in Id., Italia medievale, cit., pp. 334-355, in part. pp. 336-337, i quali pensano che la crociata di Cacciaguida sia stata effettivamente quella di Corrado III. Aggiungo che anche uno studioso molto ferrato della biografia di Dante e della storia degli Alighieri come Giuseppe Indizio (Note di storia degli Alighieri: le origini [1100-1300], SD, LXXIV [2009], pp. 227-273, in part. p. 242; INDIZIO, pp. 240-242) ritiene possibile che Cacciaguida sia partito per la crociata al seguito di Corrado di Hohenstaufen e che abbia trovato la morte nella disfatta che tra il 1147 ed il 1148 tocc agli eserciti del re tedesco e di Luigi VII di Francia.
Sulla famiglia di Dante informa (non sempre in maniera attendibile) lED, sia attraverso la voce Alighieri di Arnaldo dAddario sia, e soprattutto, grazie alle numerose voci dedicate agli antecedenti, ai discendenti e ai parenti acquisiti o presunti tali. Le pi affidabili sono quelle redatte da Renato Piattoli: sue sono anche le voci dedicate a Abati, Durante degli e Poggi, Leone (marito di una non identificata sorella di Dante) e Riccomanni, Lapo (sposo di Tana). Da tenere sempre presente, anche per correggere errori e inesattezze dellED,  limportante contributo di Indizio, Note di storia degli Alighieri, cit.; da qui, p. 244, traggo la cit. relativa ad Alighiero I di p. 22. Si deve a questo lavoro di Indizio e a INDIZIO, pp. 239-240, la dimostrazione dellinfondatezza della notizia, riportata nellED e in gran parte della tradizione critica, che Alighiero I avrebbe sposato una figlia di Bellincione Berti dei Ravignani, esponente di una antica e ragguardevole famiglia proprietaria di terre, unaltra figlia del quale, di nome Gualdrada, era andata sposa nientemeno che a Guido Guerra III dei conti Guidi, cio a un membro della pi elevata aristocrazia nobiliare. Dello stesso Indizio si veda anche la convincente messa a punto sulla sorella maggiore di Dante effettuata in Tana Alighieri sorella di Dante, SD, LXV (2000), pp. 169-176. Il Piattoli crede di avere individuato la misteriosa sorella di Dante sposata a Leone Poggi in una certa Ravenna, figlia del primo matrimonio di Alighiero II, che sarebbe nata intorno al 1240 e perci sarebbe molto pi anziana di Dante: avrebbe sposato il Poggi fra il 1255 e il 1260 e sarebbe morta intorno al 1300; ma  quasi certo che questa Ravenna era la prima moglie del Poggi. La sorella non identificata potrebbe essere la donna giovane e gentile  di propinquissima sanguinit congiunta a Dante, vale a dire a lui legata da strettissima parentela, che nella Vita Nova (14, 11-12) lo assiste durante una sua dolorosa malattia. 
Gli indizi che inducono a fissare nel quinquennio 1275-1280 (ma pi in prossimit del primo termine che del secondo) la morte di Alighiero II sono esaminati da Indizio, Note di storia degli Alighieri, cit., pp. 270-272.
Ricavo le notizie sul patrimonio di Dante da Michele Barbi, La condizione economica di Dante e della sua famiglia (1892 e 1917), poi in BARBI, pp. 157-188; la cit. di Bruni a p. 23 da BRUNI, p. 547.
Una cattiva reputazione
Laspetto dialogico e comunicativo della lirica medievale  al centro del libro di Claudio Giunta, Versi a un destinatario. Saggio sulla poesia italiana del Medioevo, Bologna, il Mulino, 2002. Linterpretazione pi convincente della tenzone con Forese (che alcuni vorrebbero datare al 1294)  di GIUNTA, pp. 286-317. 
La via della scienza
Gli accenni danteschi allinfanzia si trovano in: Pg XI 105; Pg XXX 43-45; Pg XXXI 64-66; Pd XV 121-123; VN 5, 9.
Secondo Dante, una delle due cagioni che consentono a uno scrittore di parlare di s  quando, per ragionare di s, grandissima utilitade ne segue altrui per via di dottrina (Cv I II 14).
Per lo stato dellistruzione a Firenze e per gli studi di Dante si possono leggere: DAVIDSOHN, VII, pp. 211-243 (con qualche cautela); Paul Renucci, Dante disciple et juge du monde grco-latin, Paris, Les Belles Lettres, 1954, pp. 22-27; DAVIS, pp. 135-166; Rosa Casapullo, Il Medioevo (Storia della lingua italiana, a c. di Francesco Bruni), Bologna, il Mulino, 1999, pp. 85-109; FIORAVANTI.
Scrive Petrarca a Zanobi da Strada (Fam. XII 3, 15-16): Hi puerorum manus instabiles, oculos vagos et confusum murmur observent, quos labor ille delectat et pulvis et strepitus et sub ferula gementium clamor precibus mixtus ac lacrimis  quos  iuvat preesse minoribus, semper habere quos terreant, quos crucient, quos affligant, quibus imperent, qui eos oderint dum metuant. (Zanobi segu il consiglio di Petrarca: nel 1349 abbandon linsegnamento per diventare segretario reale a Napoli, poi vicario del vescovo a Montecassino e, infine, segretario apostolico.)
Alcuni esempi a proposito dei bassi stipendi degli insegnanti: i due maestri di grammatica, uno di nome Bartolo e laltro Bandino da Tignano, che nella seconda met degli anni Ottanta insegnano nel convento servita di Santa Maria di Cafaggio percepiscono uno stipendio di un soldo e mezzo al mese (cfr. Registro di Entrata e Uscita di Santa Maria di Cafaggio [REU] 1286-1290, cit., pp. 35 e 62); il maestro privato di nome Benno che tra il 1290 e il 1295 insegna a scrivere al bambino Perotto, orfano di Paghino Ammannati, riceve un compenso di 9 soldi per tre mesi (si tenga presente che un fiorino doro valeva allora un po pi di 38 soldi): i dati sono contenuti in un registro delle spese tenuto da Compagno Ricevuti, tutore dei fratelli Perotto e Fina Ammannati (cfr. Castellani, Nuovi testi fiorentini del Dugento, cit., p. 566).
I giovani frati di Cafaggio, dopo il secondo ciclo scolastico, spesso erano inviati, a spese del convento, a continuare gli studi teologici alluniversit di Parigi: cfr. Ricordanze di Santa Maria di Cafaggio (1295-1332), a c. di Eugenio M. Casalini, in Eugenio M. Casalini OSM, Iginia Dina, Paola Ircani Menichini, Testi dei Servi della Donna di Cafaggio, Firenze, Convento della SS. Annunziata, 1955, pp. 56-57.
Folgorazioni e svenimenti
Un esame pi dettagliato dei temi qui trattati  in Marco Santagata, Folgorazioni e svenimenti. La malattia in Dante tra patologia e metafora, in Scientia, Fides, Theologia. Studi di filosofia medievale in onore di Gianfranco Fioravanti, a c. di Stefano Perfetti, Pisa, Edizioni ETS, 2011, pp. 387-399.
In Cv III IX 15 Dante afferma che soffr del male agli occhi lanno medesimo che nacque la canzone Amor che nella mente mi ragiona.
Nel prologo in Cielo al viaggio ultraterreno Dante racconta che la Madonna, addolorata nel vederlo smarrito nella selva del peccato, si era raccomandata a santa Lucia e che questa poi si era rivolta a Beatrice (If II 97-102). Si aggiunga che sar Lucia a trasportare Dante dormiente dalla valletta dei principi alla porta del Purgatorio (Pg IX 55-57) e che lultima anima gloriosa nominata da san Bernardo prima di pronunciare la preghiera alla Vergine (Pd XXXII 136-138) sar la sua. Eppure il significato simbolico della figura di Lucia, come attesta la variet di interpretazioni che ne sono state date, non si impone grazie a tratti caratteristici e peculiari della sua figura. Altre sante avrebbero potuto ambire al suo ruolo. Se la scelta  caduta su di lei, in assenza di stringenti motivazioni teologico-simboliche possiamo pensare che ci sia dipeso dalla particolare devozione che Dante confessa nei suoi confronti. A riprova potremmo addurre quanto scrive, nel 1324, il notaio bolognese Graziolo Bambaglioli nel suo commento allInferno: Beata Lucia, in qua ipse Dantes in tempore vite sue habuit maximam devotionem, tenendo presente, per, che la fonte del notaio potrebbero essere proprio i versi danteschi: Or ha bisogno il tuo fedele / di te (If II 98-99; Graziolo Bambaglioli, Commento allInferno di Dante, a c. di Luca Carlo Rossi, Pisa, Scuola Normale Superiore, 1998, p. 36). 
Sui motivi per i quali Dante vuole che i lettori identifichino la Donna pietosa e di novella etate della canzone con quella di propinquissima sanguinit congiunta della prosa introduttiva, cosicch avremmo a che fare, cosa del tutto inaudita nella tradizione lirica antica, con una canzone di stile tragico che si apre con la menzione di una stretta parente dellautore, si legga Marco Santagata, Amate e amanti. Figure della lirica amorosa fra Dante e Petrarca, Bologna, il Mulino, 2000, pp. 113-139. Per limpossibilit che la sorella della Vita Nova sia Tana si veda Indizio, Tana Alighieri sorella di Dante, cit., p. 176; per quanto riguarda la sorella non identificata, siccome il figlio Andrea risulta maggiorenne nel 1304,  probabile che il matrimonio con Leone Poggi sia stato celebrato prima del 1283. 
Le due crisi psicofisiche sono descritte in E mincresce di me s duramente (Rime 19, 57-69): Lo giorno che costei nel mondo venne, / secondo che si truova / nel libro della mente che vien meno, / la mia persona pargola sostenne / una passon nova, / tal chio rimasi di paura pieno; / cha tutte mie virt fu posto un freno / subitamente s chio caddi in terra / per una luce che nel cuor percosse; / e se l libro non erra, / lo spirito maggior trem s forte / che parve ben che morte / per lui in questo mondo giunta fosse e in Amor, da che convien pur chio mi doglia (Rime 50, 43-60): Allor mi volgo per vedere a cui / mi raccomandi; e ntanto sono scorto / da li occhi che mancidono a gran torto. / Qual io divegno s feruto, Amore, / sailo tu, e non io, / che rimani a veder me sanza vita; / e se lanima torna poscia al core, / ignoranza ed oblio / stato  con lei, mentre chella  partita. / Comio risurgo, e miro la ferita / che mi disfece quandio fui percosso, / confortar non mi posso / s chio non triemi tutto di paura. / E mostra poi la faccia scolorita / qual fu quel trono che mi giunse a dosso; / che se con dolce riso  stato mosso, / lunga fiata poi rimane oscura, / perch lo spirto non si rassicura.
Per le interferenze tra visione medica e visione poetica dellamore rinvio a Mary Frances Wack, Lovesickness in the Middle Ages. The Viaticum and Its Commentaries, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 1990; per quanto riguarda Dante e Cavalcanti a: Natascia Tonelli, De Guidone de Cavalcantibus physico (con una noterella su Giacomo da Lentini), in Per Domenico De Robertis. Studi offerti dagli allievi fiorentini, a c. di Isabella Becherucci, Simone Giusti, Natascia Tonelli, Firenze, Le Lettere, 2000, pp. 459-508; Ead., Fisiologia dellamore doloroso in Cavalcanti e in Dante: fonti mediche ed enciclopediche, in Guido Cavalcanti laico e le origini della poesia europea nel 7 centenario della morte. Poesia, filosofia, scienza e ricezione, Atti del Convegno internazionale, Barcellona, 16-20 ottobre 2001, a c. di Rossend Arqus, Alessandria, Edizioni dellOrso, 2004, pp. 63-117.
Un esile spunto del medico e dantista francese Maxime Durand-Fardel aveva fornito a Cesare Lombroso il destro per intervenire con una breve nota nella quale sosteneva che dalla Commedia (senza per citare il passo di Vanni Fucci) si evince come il poeta soffrisse di attacchi epilettici (La nevrosi in Dante e Michelangelo, Gazzetta Letteraria, 25 novembre 1893). La tesi era stata ripresa, ribadita e ulteriormente argomentata (con riferimenti, oltre che alla Commedia  Vanni Fucci compreso , anche alle rime, tra le quali E mincresce di me) da un suo allievo, Bernardo Chiara (Dante e la psichiatria. Lettera a Cesare Lombroso, Gazzetta Letteraria, 14 aprile 1894). Ovviamente si erano subito levate voci che gridavano allo scandalo: Dante matto? chiedeva Giuseppe De Leonardis (Dante matto?! e Dante isterico, Giornale dantesco, II 4 [1894], pp. 211-213; II 5 [1895], pp. 156-158). Domanda, va detto, non del tutto impertinente, dal momento che Dante epilettico serviva a Lombroso e alla sua scuola per rafforzare la teoria patologica del genio, teoria che aveva proprio nellepilessia uno dei suoi pilastri. GIUNTA (pp. 233-237)  uno dei pochi dantisti a formulare, indipendentemente da Lombroso, lipotesi dellepilessia.
Predestinazione
Nella vasta bibliografia sulla storia della malattia epilettica restano fondamentali Owsei Temkin, The Falling Sickness. A History of Epilepsy from the Greeks to the Beginnings of Modern Neurology, Baltimore and London, The Johns Hopkins University Press, 2nd ed. rev., 1994, pp. 85-183, e Lynn Thorndike, A History of Magic and Experimental Science during the First Thirteen Centuries of our Era, New York, Columbia University Press, vol. II, 1923. Per la teoria di Ildegarda di Bingen si veda Temkin, The Falling Sickness, cit., pp. 97-98, il quale ritiene che anche Dante la condivida (qui la cit. del soffio diabolico).
La parola oppilazione  attestata solamente nella Sant del corpo di Zucchero Bencivenni a designare, per cinque volte, lostruzione della milza e del fegato (Rossella Baldini, Zucchero Bencivenni, La sant del corpo, volgarizzamento del Rgime du corps di Aldobrandino da Siena [a. 1310] nella copia coeva di Lapo di Neri Corsini [Laur. Pl. LXXIII 47], Studi di lessicografia italiana, XV [1998], pp. 21-300).
Barbara Reynolds (Dante. La vita e lopera, trad. it. Milano, Longanesi, 2007 [1a ed. London 2006]) ritiene che le capacit visionarie fuori del comune di Dante possano essere state ulteriormente stimolate dallassunzione di sostanze stupefacenti (pp. 361, 424-425).
La dinamica della rottura del fonte battesimale e il significato profetico di quel gesto sono stati rivelati e spiegati da Mirko Tavoni, Effrazione battesimale tra i simoniaci (If XIX 13-21), RLI, X (1992), pp. 457-512, poi, con il titolo Sul fonte battesimale di Dante / On Dantes Baptismal Font, in Il Battistero di San Giovanni a Firenze / The Baptistery of San Giovanni Florence (Mirabilia Italiae, 2), a c. di Antonio Paolucci, Modena, Franco Cosimo Panini, 1994, vol. II. Testi, pp. 205-228. Il racconto biblico del gesto di Geremia in Ger 19,1-13. Sulla dinamica del fatto si vedano anche le osservazioni di Giuseppe Indizio, La profezia di Niccol e i tempi della stesura del canto XIX dellInferno, SD, LXVII (2002), pp. 73-97, in part. pp. 85-88. 
Per il rapporto tra epilessia e profezia si veda ancora Temkin, The Falling Sickness, cit., pp. 148-161.
Calendimaggio
Il primo incontro con Beatrice  raccontato in VN 1, 2-3; il secondo in VN 1, 12.
Per la datazione della Vita Nova e le sue complesse vicende redazionali rimando a SANTAGATA, pp. 113-141; in questo stesso libro (pp. 141-191)  anche unampia trattazione del rapporto tra realt e finzione, rapporto che costituisce lasse portante del romanzo.
Il racconto della festa di Calendimaggio si trova in BOCCACCIO, 30-34, e, in forma pi succinta, in BOCCACCIO, 27-28;  DAVIDSOHN (VII, p. 560) a segnalare che la festa del Calendimaggio fu celebrata solo dopo il 1290 in forma solenne.
In VN 19, 6 Dante afferma che il numero nove fue ella [Beatrice] medesima, cio chella era uno nove: per il simbolismo di questo numero rimando a SANTAGATA, pp. 206-209; per quello del sei in Petrarca a Marco Santagata, I frammenti dellanima. Storia e racconto nel Canzoniere di Petrarca, Bologna, il Mulino, 2011 (1a ed. 1992), pp. 125-127. Come esempio di approccio moderno (e sbagliato) al simbolismo medievale si legga quanto scrive Harold Bloom (Il genio. Il senso delleccellenza attraverso le vite di cento individui non comuni, trad. it. Milano, Rizzoli, 2002, p. 129): Sincontrarono la prima volta a nove anni: un ammonimento a non prendere alla lettera nulla di quanto sar raccontato.
La novelletta del Barberino e le considerazioni sullet puberale delle giovani donne si leggono in Reggimento e costumi di donna, ed. critica a c. di Giuseppe E. Sansone, 2a ed. riv., Roma, Zauli Editore, 1995, pp. 9, 16-17.
Il particolare autobiografismo di Dante, che annulla i confini tra finzione e realt,  ampiamente trattato in SANTAGATA, in part. alle pp. 9-13.
La breve vita di Bice Portinari.
La data di morte di Beatrice  fornita in VN 19, 4. 
Fra gli antichi commenti alla Commedia uno dei primi e dei pochi a parlare di Beatrice  quello, risalente alla prima met degli anni Venti del Trecento, del gi citato Graziolo Bambaglioli; purtroppo esso presenta una lacuna, forse dautore, proprio in corrispondenza del nome del padre (anima olim generose domine Beatrice, filie condam domini ) e tace del marito (Bambaglioli, Commento allInferno di Dante, cit., pp. LXII, 35). La consapevolezza della storicit di Beatrice, comunque,  presente anche in altri commenti, nei quali, qua e l, figurano notizie sulla famiglia dorigine e su quella acquisita (si veda INDIZIO, pp. 236-238). Tuttavia, per informazioni pi dettagliate bisogna aspettare la met del Trecento. I due esegeti pi informati sono Pietro Alighieri e Giovanni Boccaccio: il primo  figlio di Dante, il secondo  collegato, seppure alla lontana, alle famiglie dei Bardi e dei Portinari. Nella seconda redazione del commento alla Commedia, Pietro afferma che una certa domina nomine Beatrix  nata de domo quorundam civium Florentinorum qui dicuntur Portinari fu amata da Dante, che in sua lode multa fecit cantilenas [canzoni]. Su questa redazione, ascrivibile al 1345-1350 circa, gravano per dubbi di paternit (INDIZIO, pp. 215-216), sicch punto di partenza di ogni indagine restano le testimonianze di Boccaccio. Questi, nel passo del Trattatello nel quale racconta il primo incontro di Dante con Beatrice, scrive che intra la turba de giovinetti raccolti in casa di Folco Portinari per festeggiare Calendimaggio era una figliola del sopraddetto Folco, il cui nome era Bice, come che egli [Dante] sempre del suo primitivo, cio Beatrice la nominasse (BOCCACCIO, 32). La prima redazione dellopera risale agli anni 1351-1355; due decenni dopo, nellottobre 1373, Boccaccio inizia la sua pubblica lettura dantesca, che sta alla base delle Esposizioni. Qui, commentando If II 57, annota: Fu adunque questa donna, secondo la relazione di fededegna persona, la quale la conobbe e fu per consanguinit strettissima a lei, figliuola di un valente uomo chiamato Folco Portinari, antico cittadino di Firenze  e fu moglie dun cavaliere de Bardi, chiamato messer Simone (BOCCACCIO II I 83-84). La testimonianza di Boccaccio  attendibile perch riporta informazioni che possono essergli pervenute sia dallambiente della famiglia Bardi, alla quale suo padre, Boccaccino di Chelino, era stato professionalmente legato, sia dalla parte dei Portinari, dal momento che Boccaccino aveva sposato una donna imparentata, per via materna, proprio con questa famiglia (cfr. Michele Barbi, Sulla fededegna persona che rivel a Boccaccio la Beatrice dantesca [1920], poi in BARBI, pp. 415-420). Entrambe le notizie date da Boccaccio (lessere stata Beatrice figlia di Folco Portinari e sposa di Simone dei Bardi) sono state confermate dal ritrovamento del testamento di Folco, rogato il 15 gennaio 1288. Fra le altre disposizioni, Folco assegna 50 lire di fiorini alla figlia Bice, sposata con messer Simone dei Bardi: Item, dominae Bici etiam filiae suae et uxori domini Simonis de Bardis legavit de bonis suis libras L ad florenos (cfr. ED, voce Bardi, Simone di Arnaldo dAddario).
Alla bont di Folco (testimoniata anche dalla fondazione dellospedale) allude VN 13, 2; del fratello Manetto in VN 21, 1 Dante dice:  amico a me immediatamente dopo lo primo [Guido Cavalcanti]. Per Folco e Manetto si vedano dellED le voci, non prive per di imprecisioni, Portinari, Folco e Portinari, Manetto di Arnaldo dAddario; per Folco anche RAVEGGI et al., p. 191. 
Fra i molti Simone dei Bardi vivi in Firenze in quegli anni solo Simone di Geri pu vantare il titolo di messere o dominus, appannaggio dei cavalieri e dei giudici, e pertanto Isidoro Del Lungo (Beatrice nella vita e nella poesia del secolo XIII, in Id., La donna fiorentina del buon tempo antico, Firenze, Bemporad, 1906, pp. 105-156) ne ha dedotto che si tratta proprio del cavaliere di cui Boccaccio parla come sposo di Beatrice. La canzone del pregio del Compagni si legge in Poeti minori del Trecento, a c. di Natalino Sapegno, Milano-Napoli, Ricciardi, 1964, pp. 281-288.
Che Beatrice e Simone fossero gi sposati nel 1280 sembrerebbe confermato dalla notizia pubblicata da un quotidiano fiorentino (Domenico Savini, Beatrice lultimo segreto, Corriere fiorentino, 4 marzo 2008) del ritrovamento di un atto notarile nel quale sarebbe scritto che Mone de Bardi, nel 1280 cede terre a Cecchino suo fratello e Madonna Bice, moglie di detto Mone, acconsente. La notizia circola sul web, ma siccome lestensore dellarticolo non indica la fonte, non  verificabile. E forse nasce da un malinteso o da una cattiva lettura. In effetti, Roberta Cella mi comunica di avere rinvenuto presso lArchivio di Stato di Firenze un atto del notaio Giunta di Spigliato, datato 17 giugno 1280, che registra la vendita di una terra con annesso edificio nel popolo di Ripoli da parte di Bartolo del fu Iacopo di Ricco Bardi a Simone qui Mone dicitur et Ceccho qui dicitur Cecchino fratribus filis domini Geri Ricchi Bardi: anche in questo documento la moglie del venditore, Tessa, acconsente (Archivio di Stato di Firenze [ASFI], Archivio generale dei contratti, 1280 giugno 17). La coincidenza dellanno e la somiglianza della transazione gettano non pochi dubbi sul primo atto notarile.
Il racconto dei pellegrini che attraversano la citt per recarsi a Roma  contenuto in VN 29; per il percorso da loro seguito si veda SANTAGATA, pp. 204-206; per gli ospedali situati su quella via, DAVIDSOHN, VII, p. 96; per la chiesa di Santa Lucia, Giuseppe Richa, Notizie istoriche delle chiese fiorentine divise ne suoi quartieri, Firenze, Viviani, 1762, vol. X, parte II (rist. anast. Roma, Multigrafica Editrice, 1989), p. 291; la notizia che le case dei Bardi erano vicine alla chiesa di Santa Lucia  in VILLANI, V VIII. 
Laneddoto di Guido Cavalcanti che assale Corso Donati  raccontato in COMPAGNI I, XX. 
Un matrimonio prestigioso.
Su Gemma e sul padre Manetto informano le voci dellED Donati, Gemma e Donati, Manetto scritte da Renato Piattoli. 
Per evidenziare lalto grado di nobilt di Ubertino Donati in Pd XVI 115-120, parlando degli Adimari, Dante scrive: Loltracotata schiatta che sindraca / dietro a chi fugge, e a chi mostra l dente / o ver la borsa, com agnel si placa, / gi venia s, ma di picciola gente: / s che non piacque ad Ubertin Donato / che po il suocero [Bellincione Berti] il f lor parente. 
I documenti relativi alla dote di Gemma sono pubblicati in PIATTOLI, nn. 43, 146. 
Devo a Roberta Cella le considerazioni che inducono a credere che la trattativa della promessa di matrimonio tra Dante e Gemma siano state condotte non dal padre Alighiero, ma da un tutore per mentalit e posizione sociale avvicinabile al nonno Durante degli Abati. 
La tirata antimatrimoniale  contenuta in BOCCACCIO, 44-59.
II. Un fiorentino anomalo (1283-1295)
Una difficile convivenza
Si calcola che tra confinati ed esiliati i Ghibellini cacciati da Firenze nel 1267 fossero circa tremila: cfr. Del Lungo, Una vendetta in Firenze, cit., p. 79.
I processi istruiti da Salomone da Lucca tra il 1282 e il 1285, compreso quello a Farinata, sono raccontati, con qualche imprecisione, da DAVIDSOHN, III, pp. 376-382; pi documentato  il contributo di Giuseppe Indizio, Supplemento a Fiore, CXXIV e CXXV: lInquisizione tra fede e azione politica, RSD (2009), 1, pp. 99-113.
Per le basi giuridiche della riesumazione dei condannati defunti e per i sequestri dei beni ereditati da condannati si vedano le voci Defunti (di Andrea Errera) e Confisca dei beni (di Vincenzo Lavenia) del Dizionario storico dellInquisizione, diretto da Adriano Prosperi, con la collaborazione di Vincenzo Lavenia e John Tedeschi, Pisa, Edizioni della Normale, 2010, 3 voll.
Magnati e popolani
Per i cambiamenti istituzionali e le dinamiche sociali che caratterizzano Firenze dopo la pace del cardinale Latino resta fondamentale Gaetano Salvemini, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295. Seguito da La dignit cavalleresca nel Comune di Firenze, saggio introduttivo di Ernesto Sestan, Torino, Einaudi, 1960 (la prima ed. di Magnati e popolani risale al 1899), ma si vedano anche DAVIDSOHN, III, e i saggi raccolti in RAVEGGI et al. Uno sguardo complessivo sul sistema delle corporazioni in Viktor I. Rutenburg, Arti e corporazioni, in Storia dItalia, vol. V, I documenti I, Torino, Einaudi, 1973, pp. 613-642.
Per i fratelli Malatesta si pu ricorrere al DBI, voci Malatesta (de Malatestis), Paolo e Malatesta (de Malatestis), Giovanni di Anna Falcioni e per Giano della Bella alla voce di Giuliano Pinto.
Sulla cavalleria o, meglio ancora, sulla militia in et comunale fino allinizio del XIII secolo sono fondamentali le ricerche di Maire Vigueur, Cavalieri e cittadini, cit.; sullo status cavalleresco a Firenze nellet di Dante si vedano Salvemini, La dignit cavalleresca nel Comune di Firenze, cit., pp. 339-482, e le succinte ma dense osservazioni di GIUNTA, pp. 331-334. Ricavo i dati statistici sui cavalieri da DAVIDSOHN, III, pp. 337, 576. La descrizione del loro stile di vita in VILLANI, VIII LXXXIX.
Gli Alighieri non furono compresi nel gruppo dei magnati anche perch non avevano nessun cavaliere in famiglia: Cione, fratello di Geri di Bello, e quindi cugino del padre di Dante, otterr il cavalierato, ma pi tardi, a cavallo del secolo (si veda la voce dellED Alighieri, Cione di Renato Piattoli).
Una fiammata di ghibellinismo.
Le guerre toscane tra Guelfi e Ghibellini e le vicende pisane sono raccontate in DAVIDSOHN, III; per le biografie di Guido e Buonconte da Montefeltro si possono vedere le rispettive voci dellED: quella di Guido scritta da Aldo Rossi e quella di Buonconte da Giorgio Petrocchi. 
La notizia dellepigrafe commemorativa della battaglia di Campaldino  riferita da BRUNI, pp. 540-541.
Per il conte si vedano la voce del DBI Della Gherardesca, Ugolino di Maria Luisa Ceccarelli Lemut e Nello Toscanelli, I conti di Donoratico signori di Pisa, Pisa, Nistri-Lischi, 1937, pp. 85-200; per Nino Visconti si veda Michele Tamponi, Nino Visconti di Gallura. Il dantesco Giudice Nin gentil tra Pisa e Sardegna, guelfi e ghibellini, faide cittadine e lotte isolane, presentazione di Diego Quaglioni, Roma, Viella, 2010.
Padre e figli
Latto di cessione da parte di Dante del credito ereditato dal padre  in PIATTOLI, n. 47: la storia del credito  ricostruita da ZINGARELLI, p. 80, il quale, tra laltro, rileva che Tedaldo Orlandi Rustichelli era fratello di Guido Orlandi, uomo politico e rimatore in rapporti poetici con Guido Cavalcanti, e che nella sua qualit di notaio stiler il testamento di Folco Portinari. 
Per la data delle nozze di Tana rimando a Indizio, Tana Alighieri sorella di Dante, cit., e per lammontare della dote allED, voci Alighieri, Tana e Riccomanni, Lapo di Renato Piattoli. La questione del presunto figlio Giovanni  discussa da Michele Barbi, Un altro figlio di Dante? (1922), poi in BARBI, pp. 347-370, e da Renato Piattoli, nella voce dellED Giovanni di Dante di Alighiero da Firenze; latto notarile che attesta la presenza a Lucca di questo Giovanni nel 1308  pubblicato in PIATTOLI, Appendice II 1. Alcuni ipotizzano lesistenza anche di un quinto figlio di nome Gabriello, di cui parlano pochi documenti della met del Trecento (ED, voce Gabriello di Dante di Alighiero di Renato Piattoli). 
Barbi, nel saggio appena citato (pp. 355-358), ritiene che Gemma abbia seguito il marito in esilio e sia rientrata a Firenze solo dopo la sua morte; DAVIDSOHN, IV, pp. 280-281, che sia stata bandita lei pure nel giugno 1302 e sia ritornata in patria in un secondo momento. 
Di Iacopo e Pietro Alighieri si possono leggere i ritratti di BELLOMO, pp. 62-91, e quelli del CCD; per il secondo  indispensabile fare riferimento anche a INDIZIO; per Antonia si pu ricorrere allED, voce Alighieri, Antonia (suor Beatrice). Petrarca invia a Pietro una breve epistola in versi latini (Epyst. III 7), per la quale si veda ED, voce Petrarca, Francesco di Michele Feo.
Lontano dalla politica.
Carlo Martello sar protagonista del canto VIII del Paradiso, dove, tra laltro, citer (vv. 34-36) la canzone di Dante Voi che ntendendo il terzo ciel movete, il che rende plausibile che quella canzone, raccolta e commentata in Cv II, fosse uno dei testi lirici da Dante recitatigli a Firenze durante il suo soggiorno; a Clemenza dAsburgo Dante rivolger una allocuzione allinizio del canto IX (vv. 1-6): cfr. SANTAGATA, pp. 116, 375-376. 
In If XXVII 55-57 Dante mostra di non conoscere Guido da Montefeltro: Or chi se, ti priego che ne conte; / non esser duro pi chaltri sia stato, / se l nome tuo nel mondo tegna fronte.
La violenta morte invendicata.
Lomicidio di Geri e la successiva lunga storia che porta, prima, alluccisione di un Sacchetti e, infine, alla stipula della pace nel 1342 sono ricostruiti da Marco Santagata, Geri del Bello, unoffesa vendicata, NRLI, XIII (2011), pp. 199-209. 
Per Geri e il fratello Cione si vedano le voci dellED Alighieri, Cione e Alighieri, Geri di Renato Piattoli; il verbale del processo subito a Prato  pubblicato in PIATTOLI, n. 45. La data di morte di Geri si ricava dalla nota, relativa al 15 aprile 1287, It a la sepultura di Gieri del Bello, s. xiijj del Registro di Entrata e Uscita di Santa Maria di Cafaggio (REU) 1286-1290, cit., p. 133 (si veda anche p. 92).
A proposito della particolare propensione dei fiorentini a vendicarsi, BOCCACCIO (VII II 118) scrive: Della qual maladizione [del vendicarsi] fieramente son maculati i Toscani, e tra loro in singularit i Fiorentini, li quali per alcuno ammaestramento datoci non ci sappiamo recare a perdonare e il bolognese Iacomo della Lana afferma che Fiorentini hanno tale uxo, che tutto il parentado si reputa loffesa, e cos la si imputano da tutti li parenti dello offenditore: e per ciascun parente della parte offesa sapronta di fare vendetta in lo offenditore o in li suoi parenti (Iacomo della Lana, Commento alla Commedia, a c. di Mirko Volpi, con la collaborazione di Arianna Terzi, Roma, Salerno Editrice, 2010, vol. I, p. 436).
Per laccusa di vilt rivolta a Dante da Forese si leggano Rime 25f, 1-8, e il commento di GIUNTA, pp. 313-317.
Lipotesi sul movente di Brodario  formulata da Michele Barbi, Per una pi precisa interpretazione della Divina Commedia (1905), poi in BARBI, pp. 197-303; la cit. alle pp. 275-276. Per i Sacchetti rimando allED, voce di Arnaldo dAddario, e a RAVEGGI et al., pp. 118-119.
Sulle intenzioni di Dante di nobilitare la propria famiglia scrive CARPI, p. 135 (che, alle pp. 283-285, fornisce una selezionata bibliografia sul tema della vendetta): La vendetta da compiere contro la nobile famiglia dei Sacchetti per lomicidio di Geri  costituiva un segno indiretto, ma immediatamente percepibile a una sensibilit fiorentina dellepoca, di nobilt e insieme di coscienza della nobilt, di inserimento nel sistema delle famiglie del ceto dirigente ammesse [tenute?] allesercizio della vendetta. Perci lesibizione di pietas nei confronti di Geri; perci la sanzione della nobilt dei Sacchetti.
Per Bambo e Lapo di Cione rinvio alle voci dellED scritte da Renato Piattoli.
La storia della vendetta del Velluti  raccontata da Del Lungo, Una vendetta in Firenze, cit.; il proverbio  citato dallOttimo commento (prima forma) nella chiosa a If XXIX 31-34.
Il documento di pace con i Sacchetti  pubblicato in PIATTOLI, n. 182.
Combattente a cavallo
Che Dante abbia partecipato a pi riprese alla campagna di guerra contro Arezzo  ritenuto pi che probabile da CARPI, pp. 366, 564; per Lano, identificato con un certo Arcolano di Squarcia Maconi, ricco uomo di Siena, si veda la voce dellED Lano di Renato Piattoli. Lunico labile indizio del fatto che Dante potesse essere presente a Poggio Santa Cecilia  costituito dalla prosa introduttiva al sonetto Cavalcando laltrier per un cammino (VN 4).  stato osservato, infatti, che alcuni termini usati nella prosa arieggiano il linguaggio con il quale i documenti e le cronache del tempo parlano dei fatti darme e se ne  dedotto che la cavalcata in compagnia di molti a cui Dante era stato costretto a partecipare (avvenne cosa per la quale me convenne partire) fosse in realt una spedizione militare del Comune. I cavalieri avrebbero costeggiato lArno, il fiume bello e corrente e chiarissimo, o discendendolo verso Pisa o, pi probabilmente, risalendolo verso Arezzo, quindi in direzione del castello da assediare (si vedano Isidoro Del Lungo, La donna fiorentina, cit., pp. 121-128, e PETROCCHI, pp. 21-22).
Il racconto di Buonconte che, ferito alla gola, si era trascinato fino allArchiano, nel punto in cui si immette nellArno, che qui era morto nel nome di Maria e di cui, poi, le acque ingrossate da un temporale scatenatosi sul massiccio del Pratomagno avevano portato via il corpo,  in Pg V 94-129. Su Iacopo del Cassero (che gi aveva partecipato alla spedizione antiaretina del 1288), oltre alla voce del DBI di Lorenzo Paolini, si leggano soprattutto le osservazioni di CARPI, pp. 365-366, 413.
Lepistola alla quale BRUNI (pp. 540-542) fa riferimento  probabilmente quella che cominciava Popule mee, quid feci tibi?, sulla quale ritorner pi volte. Lepistola era nota anche a Biondo Flavio, che proprio in base a essa parla della battaglia di Campaldino: cfr. Rosetta Migliorini Fissi, Dante e il Casentino, in Dante e le citt dellesilio, Atti del Convegno internazionale di studi, Ravenna, 11-13 settembre 1987, direzione scientifica Guido Di Pino, Ravenna, Longo Editore, 1989, pp. 114-146, in part. p. 118, e INDIZIO, pp. 276-277. Desumo le notizie sui feditori, sul ruolo di Vieri dei Cerchi e sugli indennizzi ai combattenti da DAVIDSOHN, III, pp. 458-463; sempre qui, a p. 483, la notizia della punizione del presidio pisano di Caprona accusato di tradimento e vilt.
Lideale aristocratico e la mancanza di mezzi
Una dettagliata descrizione della mise di un combattente a cavallo  fornita da Migliorini Fissi, Dante e il Casentino, cit., pp. 119-120. Per avere unidea dei costi, si tenga presente che nel 1291 un cavallo ferrante (dal mantello grigio e perci molto pregiato) era valutato intorno alla ragguardevole cifra di 75 fiorini doro e che proprio durante le guerre contro Arezzo e Pisa le cavallate (cio gli obblighi militari) imposte dal Comune a un numero crescente di cittadini prevedevano il mantenimento di un cavallo del valore compreso fra i 35 e i 70 fiorini o il pagamento, per non andare in guerra, di una tassa equivalente: ricavo il dato sul valore di un destriero da Castellani, Nuovi testi fiorentini del Dugento, cit., p. 637; per il valore delle cavallate si veda il Registro di Entrata e Uscita di Santa Maria di Cafaggio (REU) 1286-1290, cit., pp. 63-64, 82.
La frase sulla potenza e sulla ricchezza dei Cavalcanti citata a p. 64  di VILLANI, IX LXXI. Per la famiglia dei Sigibuldi si veda Guido Zaccagnini, Cino da Pistoia. Studio biografico, Pistoia, Pagnini, 1918 (alle pp. 30-31 gli accenni ai depositi bancari di Cino).
Su come Dante vivesse la sua condizione sociale si leggano le osservazioni di Tommaso Gallarati Scotti, Vita di Dante, Milano, Treves, 1929, pp. 4-6, di DAVIS, che a p. 27 parla di insicurezza della sua posizione sociale e, soprattutto, di Sestan, Dante e Firenze, cit., p. 279: il giovanissimo Dante dovette avere ben presto la sensazione, non gradita al suo orgoglio, che la sua famiglia, lungi dal poter competere con le grandi casate guelfe, non era nemmeno compresa nel giro di quel gruppo misto nobiliare-popolano di gente ricca, che dominava la politica fiorentina  si pu ritenere che gi nella giovinezza Dante lenisse e compensasse lorgoglio offeso per la mediocrit della sua posizione sociale con lesaltazione della nobilt delle origini.
Su Lapo Gianni si veda lomonima voce dellED di Mario Marti. COMPAGNI, III VIII parla delle case e palagi e botteghe, le quali per le gran pigioni, per lo stretto luogo, tenean ricchi i Cavalcanti.
Sul tenore di vita di Dante, al di sopra delle sue possibilit,  suggestiva, per quanto immaginaria, la ricostruzione di Piero Bargellini, Il figliuol dAlaghieri: Dante, uomo privato, in Il processo di Dante. Celebrato il 16 aprile 1966 nella Basilica di S. Francesco in Arezzo, a c. di Morris L. Ghezzi, Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2011, pp. 40-43.
Dolci e leggiadre rime damore
Lincontro con Beatrice diciottenne  descritto in VN 1, 12.
Scrive il Cappellano: Dico tamen et firmiter assero, quod masculus ante decimum octavum annum verus esse non potest amans (Andrea Cappellano, De amore, a c. di Graziano Ruffini, Milano, Guanda, 1980, p. 14). La citazione di Francesco da Barberino in Reggimento e costumi di donna, cit., p. 20: si legga anche ci che il Barberino scrive a proposito della donna maritata (pp. 47-48): Movesi poi da casa sua. / Mo ti domando se de salutare / per via passando, o che modo tenere. / Di ci ho trovato molte varie usanze / e di varie openioni, / per dir si porria / dimandi della sua terra lusanza / e del paese dovell menata, / e quella servi com pu temp[e]rata  e altri dicon che sell fanciulla / da dodici anni o intorno di quelli / non  tenuta dalcun salutare.
La richiesta, circolare e anonima, di interpretare un sogno ha tutta laria di unesercitazione accademica, un gioco intellettuale nel quale simboli ed enigmi o non presuppongono unesperienza reale o la presuppongono molto alla lontana. Come gli altri, anche quello di A ciascunalma presa e gentil core sembra essere un indovinello volutamente oscuro.  troppo evidente scrive Barbi (Rime della Vita nuova e della giovinezza, a c. di Michele Barbi e Francesco Maggini, Firenze, Le Monnier, 1956, p. 9) che il poeta qui, invece di esprimere sentimenti provati o immaginati per una reale contingenza della vita o per un suo doloroso presentimento, compone una cosa difficile da dare a interpretare ai fedeli dAmore  uninvenzione per metter alla prova la sottigliezza dei rimatori del suo tempo. Uninvenzione talmente sottile e pretestuosa da irritare Dante da Maiano, che nella sua risposta accusa Dante di farneticare e, poco cortesemente, cos lo consiglia (Di ci che stato sei 7-9): che lavi la tua coglia largamente, / a ci che stinga e passi lo vapore, / lo qual ti fa favoleggiar loquendo (le sue poesie sono edite in Dante da Maiano, Rime, a c. di Rosanna Bettarini, Firenze, Le Monnier, 1969). I sonetti di risposta a Dante, compreso Vedeste, al mio parer, onne valore di Cavalcanti, si leggono, con commento, in Dante Alighieri, Rime, edizione commentata a c. di Domenico De Robertis, Firenze, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2005. Per quanto riguarda luso dellanonimato, si noti che, anche in una tenzone con il Maianese, Dante mostra di ignorare lidentit del mittente (Rime 2b, 1: Qual che voi siate, amico; 2d, 1: Non conoscendo, amico, vostro nomo); e ugualmente Cavalcanti in un sonetto responsivo a Guido Orlandi (Di vil matera mi conven parlare 13: qual che voi siate): sul fenomeno si veda GIUNTA, p. 98, al quale (pp. 77-80) rimando anche per il motivo dei sonetti contenenti un sogno da interpretare. 
La possibile tenzone con Chiaro Davanzati  costituita da Rime dubbie XIIIa-XIIId; per Chiaro rimando al DBI, voce di Pasquale Stoppelli. Per Guido Orlandi, che fu anche in corrispondenza con Cavalcanti, si vedano: Valentina Pollidori, Le rime di Guido Orlandi [edizione critica], Studi di filologia italiana, LIII (1994), pp. 55-202, e Guido Cavalcanti, Rime. Con le rime di Iacopo Cavalcanti, a c. di Domenico De Robertis, Torino, Einaudi, 1986, pp. 187-205; per ser Cione, si veda la voce del DBI Cione di Baglione di Mario Pagano; per Terino, Poeti del Duecento, a c. di Gianfranco Contini, Milano-Napoli, Ricciardi, 1960, vol. I, p. 393-395; per Puccio Bellondi, infine, GIUNTA, pp. 728-733.
Le rime dantesche inviate a corrispondenti non identificabili con sicurezza sono Rime 4; 16; 39; quelle scambiate con il Bellondi o Dante da Maiano sono Rime dubbie XIVa-b.
Del sirventese Dante parla in VN 2, 11. 
Nella prosa che introduce il sonetto Io mi senti svegliar dentro allo core (VN 15) Amore dice a Dante che il nome dellinnamorata di Cavalcanti, Giovanna,  da quello Giovanni lo quale precedette la verace luce dicendo: Ego vox clamantis in deserto: parate viam Domini. Ora, siccome il sonetto racconta che Vanna (Giovanna) ha preceduto Beatrice, ne risulta una doppia proporzione: Vanna sta a Beatrice come Giovanni Battista sta a Cristo e, parallelamente, se Giovanna  stata colei che ha precorso Beatrice, la poesia di Guido ha precorso quella di Dante.
Per la datazione di Donne chavete intelletto damore cfr. SANTAGATA, pp. 131-135; per Pietro Alegranze e la sua trascrizione sul registro notarile si vedano Rime due e trecentesche tratte dallArchivio di Stato di Bologna, ed. critica a c. di Sandro Orlando, con la consulenza archivistica di Giorgio Marcon, Bologna, Commissione per i testi di lingua, 2005, e Armando Antonelli, Rime estravaganti di Dante provenienti dallArchivio di Stato di Bologna (con un approfondimento di ricerca sul sonetto della Garisenda vergato da Enrichetto delle Querce), in Le rime di Dante, Gargnano del Garda (25-27 settembre 2008), a c. di Claudia Berra e Paolo Borsa, Milano, Cisalpino, 2010, pp. 83-115.
La seconda met degli anni Ottanta  il periodo pi adatto per collocarvi, nel caso siano di Dante, la composizione del Fiore e del Detto dAmore. Il Fiore  una corona di 232 sonetti che liberamente riassume il contenuto del poema francese Roman de la Rose, di cui pure condensano la materia i 240 distici di settenari del connesso Detto dAmore (il Romanzo della rosa, iniziato da Guillaume de Lorris fra il 1225 e il 1230 e continuato da Jean de Meun tra gli anni Sessanta e Settanta, al tempo di Dante era il libro pi famoso dellintera letteratura volgare europea). Da quando furono scoperti nel 1878, trditi da un solo manoscritto, i due testi hanno dato adito a una nutrita discussione intorno alla loro paternit. Il pi convinto e autorevole sostenitore che essi siano stati scritti da Dante  stato Gianfranco Contini, che del Fiore e del Detto ha prodotto ledizione critica sotto la dicitura attribuibili a Dante Alighieri, dove attribuibili vale da attribuire e del quale si veda almeno Un nodo della cultura medievale: la serie Roman de la Rose, Fiore, Divina Commedia (1973), poi in Id., Unidea di Dante. Saggi danteschi, Torino, Einaudi, 1976, pp. 245-283. La questione  ancora dibattuta; si muovono in direzione contraria i due interventi pi recenti: Dante Alighieri, Fiore, Detto dAmore, a c. di Paola Allegretti, Edizione Nazionale a cura della Societ Dantesca Italiana, Firenze, Le Lettere, 2011, sostanzialmente a favore della paternit dantesca, e Pasquale Stoppelli, Dante e la paternit del Fiore, Roma, Salerno Editrice, 2011 (al quale rimando anche per la bibliografia sul tema), contro la paternit.
Un sommo maestro in rettorica: Brunetto Latini
A proposito dellarretratezza degli studi classici a Firenze alla fine del Duecento Giuseppe Billanovich (Tra Dante e Petrarca, IMU, VIII [1965], pp. 1-43) scrive: Dante si rivela esperto di prosodia e di metrica latina: che dunque deve avere appreso adolescente in una scuola decorosa (p. 17), ma osserva pure che quella Firenze, dove non ci riesce di trovare n un grammatico acuto, n un codice classico monumentale  e che infatti politicamente, culturalmente e artisticamente fu creatura pi giovane delle vicine Lucca, Pisa e Arezzo  non conobbe una filologia pari a quella dei Veneti (p. 3). Resta da dimostrare laffermazione di Renato Piattoli (Codice Diplomatico Dantesco. Aggiunte, Archivio storico italiano, CXXVII, disp. I-II [1969], pp. 3-108) che Dante abbia appreso il latino nelle scuole di un grande monastero (p. 82).
Per il legame che intercorreva tra retorica e studi giuridici (e volgarizzamenti di testi retorici) si veda Cesare Segre, Lingua, stile e societ. Studi sulla storia della prosa italiana, nuova edizione ampliata, Milano, Feltrinelli, 1974, pp. 49-55; curata da Segre  ledizione critica del trattato del Giamboni (Bono Giamboni, Il libro de viz e delle virtudi e Il trattato di virt e di vizi, a c. di Cesare Segre, Torino, Einaudi, 1968), per la cui biografia si veda la voce del DBI di Simona Fo. Il De consolatione Philosophiae di Severino Boezio era uno dei testi pi diffusi nella cultura medievale: veniva usato, infatti, come libro scolastico per lapprendimento del latino e come testo preparatorio allo studio dei classici maggiori (si veda Robert Black, Gabriella Pomaro, La consolazione della filosofia nel Medioevo e nel Rinascimento italiano. Libri di scuola e glosse nei manoscritti fiorentini, Firenze, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2000). Che la sua conoscenza nella Firenze dei tempi di Dante fosse limitata, come suggerisce Dante stesso quando scrive: quello non conosciuto da molti libro di Boezio (Cv II XII 2), desta perci non pochi dubbi.  molto probabile che Dante volesse dire che, proprio a causa delluso strumentale che ne veniva fatto, i lettori sottovalutavano la componente filosofica del libro di Boezio. Eppure, sembrerebbe che il domenicano inglese Niccol Trevet  attivo tra Pisa e Firenze a cavallo tra Due e Trecento, e poi maestro di teologia a Oxford e a Londra , autore di numerosi commenti alla Consolatio, avesse incontrato difficolt a procurarsi quel testo nel convento di Santa Maria Novella (si veda Giuseppe Billanovich, La tradizione del testo di Livio e le origini dellumanesimo, vol. I: Tradizione e fortuna di Livio tra Medioevo e umanesimo, parte I, Padova, Editrice Antenore, 1981, pp. 34-41). 
Il pi ricco e attendibile profilo biografico di Brunetto  tracciato dalla voce del DBI di Giorgio Inglese, alla quale si aggiungano almeno DAVIS, pp. 166-200, e Pietro G. Beltrami, introduzione a Brunetto Latini, Tresor, a c. di Pietro G. Beltrami, Paolo Squillacioti, Plinio Torri e Sergio Vatteroni, Torino, Einaudi, 2007. 
La frase citata a p. 72  presa da VILLANI, IX X, nel quale ricorre anche lespressione mondano uomo (desunta da Tesoretto, v. 2561).
Il carattere omoerotico delle canzoni di Brunetto (S eo sono distretto inamoratamente) e di Dietaiuti (Amore, quando mi membra)  per il quale si veda la voce del DBI di Liana Cellerino   stato sostenuto da dArco Silvio Avalle, Ai luoghi di delizia pieni. Saggio sulla lirica italiana del XIII secolo, Milano-Napoli, Ricciardi, 1977, pp. 87-106; per una diversa interpretazione della canzone di Brunetto si vedano Luciano Rossi, Brunetto, Bondie, Dante e il tema dellesilio, in Feconde venner le carte. Studi in onore di Ottavio Besomi, a c. di Tatiana Crivelli, Bellinzona, Edizioni Casagrande, 1977, pp. 13-34, e Sergio Lubello, Brunetto Latini, Seo son distretto inamoratamente (V 181): tra lettori antichi e moderni, in A scuola con ser Brunetto. Indagini sulla ricezione di Brunetto Latini dal Medioevo al Rinascimento, Atti del Convegno internazionale di studi, Universit di Basilea, 8-10 giugno 2006, Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2008, pp. 515-534. Sia il testo di Brunetto sia quello di Bondie Dietaiuti sono editi con commento da Sergio Lubello in I poeti della Scuola siciliana, vol. III: Poeti siculo-toscani, ed. critica con commento diretta da Rosario Coluccia, Milano, Mondadori, 2008, pp. 306-326.
Considerando che la pratica di stendere documenti ed epistole sar per il Dante dellesilio un vero e proprio mestiere, Giorgio Padoan (Tra Dante e Mussato. I. Tonalit dantesche nellHistoria Augusta di Albertino Mussato, Quaderni veneti, XXIV [1966], pp. 27-45) confessa che non si stupirebbe se un giorno risultasse che lAlighieri ebbe anche un qualche titolo di notariato, e aggiunge in nota la testimonianza del grande erudito e filologo Augusto Campana, il quale aveva analoga opinione e che un giorno gli aveva confidato daverne reperita traccia documentaria (ma si riservava di studiarla, temendo un caso di omonimia) (p. 38).
Grazie a Brunetto, Dante pu aver perfezionato anche la sua conoscenza del francese. Quella lingua era molto praticata in una citt che intratteneva rapporti privilegiati con gli Angioini di Napoli e i re di Francia e per la quale la Francia rappresentava il mercato pi importante. Ma Brunetto, che in quel paese aveva vissuto e, soprattutto, che in francese aveva scritto la sua opera pi importante, poteva avergli trasmesso una competenza che andava molto al di l del francese commerciale dei mercanti. Negli anni giovanili Dante apprende pure  non sappiamo a che livello  il provenzale. Ai suoi tempi era ancora una lingua indispensabile per chi intendesse seriamente impegnarsi nella poesia lirica, e quindi  normale che egli abbia cercato e letto antologie di poeti che scrivevano in lingua doc. Nella cerchia di Brunetto, che, non si dimentichi, era anche rimatore in volgare, Dante da Maiano scrive testi provenzali e Bondie Dietaiuti traduce, o meglio, rimaneggia componimenti lirici occitanici: anche per la conoscenza della poesia e della lingua provenzali, dunque, il Latini pu essere stato un tramite importante.
Alcuni ritengono che Brunetto possa aver fatto conoscere a Dante unopera molto particolare, Il Libro della Scala, testo di origine araba che lo avrebbe suggestionato per la genesi della Commedia, o almeno che possa avergli parlato delle leggende arabe di cui quel libro presenta una delle tante versioni. Si tratta di un insieme leggendario nel quale confluiscono la tradizione di un miracoloso viaggio notturno di Maometto dalla Mecca a Gerusalemme e quella di una altrettanto miracolosa ascensione del Profeta al cielo. Il Libro della Scala, che contiene una delle versioni del viaggio ultraterreno, dipende da un originale arabo perduto di cui per, per iniziativa del re di Castiglia Alfonso X il Savio, nel 1264 un non meglio identificato Bonaventura da Siena aveva fatto una traduzione in castigliano (perduta anchessa), da cui poi erano derivate una in francese e unaltra in latino (questultima leggibile in traduzione italiana in Il Libro della Scala di Maometto, traduzione di Roberto Rossi Testa, note al testo e postfazione di Carlo Saccone, Milano, SE, 1991). Che Dante abbia conosciuto una di queste due traduzioni e ne sia stato influenzato  possibile; che ci sia avvenuto per opera di Brunetto, invece,  molto improbabile. Brunetto avrebbe potuto fare da mediatore, si dice, perch nel 1259 o 1260 era stato inviato come ambasciatore dal Comune presso Alfonso X (e proprio durante il ritorno da quellambasceria aveva avuto la notizia della rotta di Montaperti), e presso quel colto sovrano, al quale si deve per lappunto un vasto programma di traduzione in castigliano di testi arabi ed ebraici, potrebbe avere conosciuto le leggende sui viaggi di Maometto. Ma a parte il fatto che non sappiamo se e dove egli abbia incontrato il re, e quindi quali rapporti abbia avuto con lui, siccome la versione castigliana del Libro  posteriore al suo soggiorno nella Penisola iberica, non specificamente di quello avrebbe potuto parlare a Dante. Avrebbe per potuto riferirgli racconti ascoltati oralmente. Anche ci, tuttavia, appare poco credibile. Ancora nel 1305, quando scrive il De vulgari eloquentia, Dante ignora lesistenza della lingua castigliana: per lui gli Yspani, cio tutti gli abitanti della penisola iberica, usano la lingua doc, cio quel provenzale in realt parlato in Catalogna (VE I VIII 5). Brunetto, che non lo ha reso edotto nemmeno dellesistenza del castigliano, si sarebbe invece diffuso su quelle leggende in lingua araba? Sul Libro della Scala, sui rapporti tra la Commedia e le leggende arabe del viaggio di Maometto e sul ruolo presunto di Brunetto Latini si vedano Miguel Asn Palacios, Dante e lIslam, vol. I: Lescatologia islamica nella Divina Commedia; vol. II: Storia e critica di una polemica, Parma, Pratiche Editrice, 1994; Enrico Cerulli, Il Libro della Scala e la questione delle fonti arabo-spagnole della Divina Commedia, Citt del Vaticano, 1949; Cesare Segre, Fuori del mondo. I modelli nella follia e nelle immagini dellaldil, Torino, Einaudi, 1990; Maria Corti, Percorsi dellinvenzione. Il linguaggio poetico e Dante, Torino, Einaudi, 1993, pp. 126, 160. Sullignoranza da parte di Dante dellesistenza della lingua castigliana mette laccento TAVONI, pp. 1206-1209.
Allombra della Garisenda
Sui motivi che spingono i notai di Bologna che lavorano al Memoriale a trascrivervi testi poetici, sui criteri di scelta degli stessi e sulla loro funzione si vedano le osservazioni contenute in Rime due e trecentesche tratte dallArchivio di Stato di Bologna, cit., pp. XXIV-LX. Per il problema della veste linguistica del sonetto dantesco della Garisenda e per una analisi delle varie interpretazioni proposte rimando a GIUNTA, pp. 155-159; per Enrichetto delle Querce si veda Antonelli, Rime estravaganti di Dante provenienti dallArchivio di Stato di Bologna, cit. 
Delle locande frequentate dai fiorentini nei pressi della torre Garisenda parla Giovanni Livi, Dante, suoi primi cultori, sua gente in Bologna, Bologna, Cappelli, 1918, pp. 158-165.
Per il soggiorno a Bologna si vedano BOCCACCIO, 25, e BOCCACCIO, 20.
1290: una insolita figura intellettuale
Le poesie di Monte Andrea si leggono in Monte Andrea da Firenze, Le rime, edizione critica a c. di Francesco Filippo Minetti, Firenze, Accademia della Crusca, 1979.
Con lo stesso versetto (Quomodo sedet sola civitas plena populo! Facta est quasi vidua domina gentium) Dante aprir lepistola ai cardinali italiani (Ep XI) nella quale pianger la vedovanza di Roma.
Lipotesi di identificazione del destinatario dellepistola latina  discussa pi ampiamente in SANTAGATA, pp. 203-204; notizie su Cino dei Bardi in I Priori di Firenze (1282-1343), a c. di Sergio Raveggi (www.storia.unisi.it) e in RAVEGGI et al., pp. 107-108. 
Per la delegazione daccoglienza a Carlo Martello si veda Dino Compagni e la sua Cronica, a c. di Isidoro Del Lungo, Firenze, Le Monnier, 1879, vol. II, pp. 503-504.
Disegnare figure dangeli
Le citazioni sono da BRUNI, p. 548; a p. 540, riferendo della descrizione della battaglia di Campaldino fatta da Dante nellepistola perduta gi citata, Bruni specifica che Dante disegna la forma della battaglia (potrebbe trattarsi di uno schizzo allegato alla lettera).
Sulla prassi di far rivestire da un musico i testi lirici si veda quanto scrive GIUNTA, pp. 123-128. Per quanto riguarda il rapporto di Dante con la musica  da enfatizzare lidea, esposta in pi punti del De vulgari eloquentia, che essa sia un elemento interno al testo poetico, incorporato nella sua struttura ritmico-retorica, e pertanto che nella figura stessa del poeta si fondano le competenze del grammatico, del retore e del musico, mentre la persona incaricata materialmente di comporre le note di accompagnamento  solo un esecutore esterno, secondario; per lintrinseco rapporto tra metrica e musica cos come  descritto nel De vulgari sono fondamentali i chiarimenti di TAVONI (in part. pp. 1490-1493). Lincontro con Casella  raccontato in Pg II 76-133.
Dante conosceva pittori anche di grido: sembra aver avuto rapporti di familiarit con il miniatore Oderisi da Gubbio (un altro dei personaggi da lui conosciuti a Bologna?), poi superato nellarte da un Franco Bolognese a noi ignoto; stessa sorte era capitata a Cimabue, surclassato in fama da Giotto. Di Cimabue Dante pu avere visto, a Firenze, la Maest di Santa Trinita e il Crocifisso di Santa Croce e ad Arezzo il Crocifisso di San Domenico; con Giotto, coetaneo, e del quale, a Firenze, Dante aveva sicuramente visto la Croce di Santa Maria Novella, potrebbe pure aver avuto qualche rapporto personale. Ci potrebbe essere successo a Roma, nellanno giubilare, o a Padova, tra la fine del 1303 e i primi mesi del 1304, nel periodo in cui Giotto vi affrescava la cappella degli Scrovegni. Ma  solo unipotesi. Non ci si pu appellare allaneddoto raccontato da Benvenuto da Imola secondo cui a Dante, che scherzosamente gli chiedeva come mai dipingesse figure tanto belle e facesse figli bruttarelli, Giotto avrebbe risposto: Perch dipingo di giorno, e procreo di notte. Lo stesso aneddoto, infatti, come del resto riconosce Benvenuto, era gi stato raccontato, riferito al pittore Mallio, dallo scrittore romano del V secolo d.C. Macrobio in una sorta di enciclopedia intitolata Saturnali, e anche Petrarca lo aveva ripetuto per ben due volte nelle sue lettere familiari. Per Oderisi (morto nel 1299) rimando alla voce dellED di Isa Barsali Belli e a Stefano Bottari, Per la cultura di Oderisi da Gubbio e di Franco Bolognese, in Dante e Bologna nei tempi di Dante, a c. della Facolt di Lettere e Filosofia dellUniversit di Bologna, Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1967, pp. 53-59. Laneddoto sui figli brutti di Giotto si legge nel commento di Benvenuto a Pg XI 94-96; Petrarca riprende Macrobio (2, 2, 10) in Fam. V 17 6-7; XIX 7 1 (Benvenuto sembra essersi ispirato alla prima lettera, nella quale, nel passo che riferisce laneddoto relativo a Mallio, tra i pittori egregi ma non belli conosciuti da Petrarca  nominato proprio Giotto); per la biografia di Giotto rimando alla voce del DBI di Mikls Boskovits; per la possibilit di un incontro padovano con Dante a INDIZIO, p. 41, e INDIZIO, pp. 256-257 (molto pi prudente).
Lepisodio di Dante che disegna angeli  raccontato in VN 23, 1-3. 
Le frasi di Cennino sono prese dal Libro dellarte, o trattato della pittura di Cennino Cennini da Colle di Valdelsa, di nuovo pubblicato, con molte correzioni e con laggiunta di pi capitoli tratti dai codici fiorentini, a c. di Gaetano e Carlo Milanesi, Firenze, Le Monnier, 1859, capp. IV, V, VI, VIII.
Lipotesi che il luogo in cui Dante disegna sia una bottega aperta risale a Vincent Moleta, Oggi fa lanno che nel ciel salisti: una rilettura della Vita nuova XXVII-XXXIV, GSLI, CLXI (1984), pp. 78-104.
Il racconto dellepisodio senese  in BOCCACCIO, 121-122; sul rapporto tra gli speziali e i libri si legga quanto scrive ZINGARELLI, p. 161.
Alcuni passi danteschi rivelano una sicura conoscenza tecnica dei colori e della loro preparazione. Illuminante in tal senso  la precisa analisi di Pg VII 73-75: Oro e argento fine, cocco e biacca, / indaco, legno lucido e sereno, / fresco smeraldo in lora che si fiacca fatta da Ignazio Baldelli, Dante e Giotto: il canto XXIII del Paradiso, in Bibliologia e critica dantesca. Saggi dedicati a Enzo Esposito, a c. di Vincenzo De Gregorio, Ravenna, Longo, 1997, vol. II: Saggi danteschi, pp. 203-224. Un altro luogo testuale significativo  VE I XVI 5: et simplicissimus color, qui albus est, magis in citrino quam in viride redolet (e il colore pi semplice, che  il bianco, fa sentire il suo profumo nel giallo pi che nel verde), dove lanalisi coloristica appare quasi di esperto delle mischianze delle tinte (cfr. ED, voce Arti di Fortunato Bellonzi). 
Nei versi 64-66 di Pg XII: qual di pennel fu maestro e di stile, / che ritraesse lombre e tratti chivi / mirar farieno un ingegno sottile? Dante distingue tra il pittore (maestro di pennello) e il disegnatore (maestro di stile), e attribuisce giustamente al pennello leffetto delle ombre e allo stile, appunto, i tratti (Valerio Mariani, Dante e Giotto, in Dante e Giotto, Atti del Convegno di studi promosso dalla Casa di Dante in Roma e dalla Societ Dante Alighieri, Roma, 9-10 novembre 1967 [Quaderni del Veltro, 7], 1968, pp. 5-18; la cit. a p. 17); e a proposito di ombre, commentando Pd XXIV 24-27 (Per salta la penna e non lo scrivo: / ch limagine nostra a cotai pieghe, / nonch l parlare,  troppo color vivo), Iacomo della Lana osservava: Nota che l dipintore quando vuole dipingere pieghe conviene avere uno colore meno vivo che quello della veste, cio pi scuro e allora appaiono pieghe (Commento alla Commedia, cit., vol. IV, p. 2371). Molto interessanti sono anche le osservazioni sulle competenze dantesche riguardo al disegno e ai colori di ZINGARELLI, pp. 71-74.
Si tenga conto, per, che contro lidea che Dante possa essersi iscritto allArte dei medici e degli speziali per i suoi eventuali legami con gli ambienti dei pittori prende decisamente posizione Michele Barbi, Dante e lArte dei medici e speziali (1924 e 1934), poi in BARBI, pp. 379-384.
La nobilissima e bellissima Filosofia
Sullaffermarsi degli studi filosofici nelluniversit di Bologna verso la fine del Duecento sono di grande interesse le osservazioni contenute nellintroduzione di FIORAVANTI.
I giudizi di Boccaccio su Cavalcanti sono espressi in Decameron X 9, e in BOCCACCIO, X 62; per quanto riguarda la fama di studioso, Cavalcanti era uomo intento allo studio per Dino Compagni (COMPAGNI I XX); filosafo, virtudioso uomo in pi cose, per Giovanni Villani (VILLANI, IX XLII); un de miglior loici che avesse il mondo e ottimo filosofo naturale e, ancora, ottimo loico e buon filosofo per BOCCACCIO3; valentissimo uomo e filosofo per Franco Sacchetti (Il Trecentonovelle LXVIII). 
Sul possibile ruolo di stimolo in direzione filosofica esercitato su Dante da Cavalcanti si veda DAVIS, pp. 40-41. La frase sullincredulit di Cavalcante che stinge sul figlio  di Contini, Unidea di Dante, cit., p. 143; al riguardo si veda anche Domenico De Robertis, Dal primo allultimo Dante, Firenze, Le Lettere, 2001, p. 155. Gli averroisti negano limmortalit dellanima individuale, e allora non sar casuale che in Pg XXV 64-65, proprio l dove Stazio confuta la dottrina di Averro che f disgiunto / da lanima il possibile intelletto, si ripresenti la clausola della canzone di Cavalcanti Donna me prega, per cheo voglio dire 22-23: che prende  nel possibile intelletto, / come in subietto,  loco e dimoranza, ultima, ma quanto discretamente allusiva, citazione polemica di Guido nel poema (Contini, Unidea di Dante, cit., p. 155). Donna me prega  edita e commentata da De Robertis in Cavalcanti, Rime, cit. 
Le differenze di impostazione fra Guido e Iacopo da Pistoia sono esaminate da Sonia Gentili, Luomo aristotelico alle origini della letteratura italiana, prefazione di Peter Dronke, Roma, Carocci, 2005, pp. 187-190. Le concezioni medico-filosofiche di Guido, e la glossa di Dino del Garbo, sono discusse in Tonelli, De Guidone de Cavalcantibus physico, cit. e in Enrico Fenzi, La canzone damore di Guido Cavalcanti e i suoi antichi commenti, Genova, il melangolo, 1999 (dove  pure edito, con traduzione, lo Scriptum super cantilena Guidonis de Cavalcantibus di Dino del Garbo).
Il racconto del tradimento con la Donna pietosa occupa i parr. 24-28 della Vita Nova; il pentimento  narrato nel par. 28. Il motivo per cui nella Vita Nova non aveva rivelato la natura allegorica di quella donna  espresso in Cv II XII 8; la data in cui quella gentile donna [di] cui feci menzione nella fine della Vita Nova parve primamente  alli occhi miei e prese luogo alcuno nella mia mente  specificata in Cv II II 1; segue (II II 3) laffermazione: Ma per che non subitamente nasce amore e fassi grande e viene perfetto, ma vuole tempo alcuno e nutrimento di pensieri, massimamente l dove sono pensieri contrari che lo mpediscano, convenne, prima che questo nuovo amore fosse perfetto, molta battaglia [essere] intra lo pensiero del suo nutrimento e quello che li era contrario, lo quale per quella gloriosa Beatrice tenea ancora la rocca della mia mente. 
Il secondo racconto del Convivio occupa lintero par. XII del libro II. Per il problema di come conciliare i due percorsi cronologici con i quali il Convivio fissa linizio degli studi filosofici rimando a SANTAGATA, pp. 114-118.
Le scuole delli religiosi e le disputazioni delli filosofanti 
Sullorganizzazione degli Studia conventuali fiorentini si possono leggere DAVIS, pp. 135-166, e FIORAVANTI. A DAVIS (pp. 201-229) rimando anche per Remigio dei Girolami, per il quale va consultata anche la voce del DBI di Sonia Gentili. La frase citata alle pp. 83-84  di CARPI, p. 56.
Per Pietro di Giovanni Olivi e Ubertino da Casale si veda, oltre alle voci dellED di Raoul Manselli, Sergio Cristaldi, Dante di fronte al gioachimismo. I. Dalla Vita Nova alla Monarchia, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 2002. In Pd XII 124-126, Bonaventura, dopo aver deplorato la corruzione dellordine francescano, specifica che in esso si trovano ancora frati fedeli alla Regola, ma non Matteo e nemmeno Ubertino da Casale: ma non fia da Casal n dAcquasparta, / l onde vegnon tali a la scrittura, / chuno la fugge e altro la coarta.
Delle dispute teologiche Dante ha avuto esperienza diretta se proprio a una di esse si riferisce la similitudine del baccelliere: S come il baccialier sarma e non parla / fin che l maestro la question propone, / per approvarla, non per terminarla, / cos marmava io dogne ragione / mentre chella [Beatrice] dicea, per esser presto / a tal querente e a tal professione (Pd XXIV 46-51). Il baccelliere, infatti,  lo studente di una facolt di Teologia candidato a sostenere lesame finale di un corso di livello medio-basso, cio inferiore allattuale dottorato. Il maestro poneva la questione e il baccelliere, dopo aver raccolto in silenzio, dentro di s, le armi dialettiche, ne produceva le prove a dimostrazione; in data successiva il maestro la riprendeva e la portava a compimento, la determinava. A Dante sar attribuito, verso la fine della sua vita, il ruolo magistrale di determinare una questio di carattere scientifico, ma la paternit dantesca della cosiddetta Questio de aqua et terra appare molto improbabile.
Latto notarile che attesta la presenza di Dante a Firenze il 6 settembre 1291  in PIATTOLI, n. 51. Altro indizio che Dante si trovava a Firenze fra il maggio 1291 e quello del 1292 potrebbe essere costituito dallo scambio di sonetti intercorso fra lui, Per quella via che la Bellezza corre (Rime 51), e il padovano Aldobrandino dei Mezzabati (Lisetta voi de la vergogna sciorre), che fu capitano del popolo a Firenze in quel periodo: la questione per  molto intricata e quasi irrisolvibile (i termini del problema sono discussi da GIUNTA, pp. 625-630). Per Bellino di Lapo Alighieri si veda la voce dellED di Renato Piattoli. D per sicura la frequentazione dantesca dello Studio bolognese negli anni tra il 1292 e il 1294 Luciano Gargan, Per la biblioteca di Dante, GSLI, CLXXXVI (2009), pp. 161-193, in part. pp. 166-173 (cfr. per la recensione di Giuseppe Indizio, SD, LXXV [2010], pp. 370-373).
Le dispute pubbliche dette de quolibet, cio su argomenti proposti a proprio piacimento da chiunque, anche laico, avevano una particolare solennit. Una di queste si svolse nel 1295 presso lo Studio di Santa Maria Novella. Un giovane laico, il cui nome non  riportato, sottopone al lettore Petrus de Trabibus (Piero delle Travi/della Trave?), di cui ben poco sappiamo, se non che era stato in contatto con lOlivi, un quesito che si discosta non poco dal clima culturale di uno Studio teologico domenicano: egli chiede, infatti, di dibattere il tema Utrum scilicet scientia humanarum litterarum vel bonitas intellectus conferat ad sanctitatem anime (Se le scienze profane o la bont dellintelletto siano giovevoli alla santit dellanima). Il tema  singolare, in primo luogo perch queste parole (dobbiamo immaginare una richiesta scritta inoltrata al lettore, da questi accettata e poi pubblicamente discussa) consuonano, soprattutto nellaccenno alla bont, cio alla nobilt, dellintelletto, con certe affermazioni dei nuovi filosofi parigini e dei loro allievi bolognesi sul compito della filosofia di portare a perfezione le capacit intellettuali delluomo. Insomma, denotano una fiducia nella razionalit umana che non doveva essere condivisa da una visione strettamente teologica. E in secondo luogo  singolare il richiamo alle scienze profane (scientia humanarum litterarum), nelle quali possono essere comprese anche la retorica e la poetica. Sembrerebbe quasi che lanonimo che ha formulato la quaestio sia, nello stesso tempo, un poeta e un filosofo. Nessuno pu dire che quellanonimo  Dante; ma di sicuro lintreccio di interessi sotteso a tale quaestio  tipico del Dante degli anni Novanta.  una domanda che lui, soprattutto poi se gi avesse avuto modo di leggere o ascoltare alcuni filosofi di Bologna, come Iacopo da Pistoia, avrebbe potuto benissimo sottoporre al lettore di teologia di Santa Maria Novella (per tutto ci si veda Sylvain Piron, Le pote et le thologien: un rencontre dans le Studium de Santa Croce, Picenum Seraphicum. Rivista di studi storici e francescani, XIX [2000], pp. 87-134).
La Vita Nova tra passato e futuro.
Per la storia redazionale e la datazione della Vita Nova rimando a SANTAGATA, pp. 113-141.
Quali precedenti della Vita Nova sono stati indicati il prosimetro tardo antico e mediolatino, i testi autobiografici di Agostino, i Vangeli, le agiografie dei santi (e, pi ancora, delle sante), le vidas e razos occitaniche, la pratica della divisio textus di stampo universitario, il filone elegiaco mediato da Boezio. Che ciascuno di questi ambiti abbia portato qualcosa al testo dantesco  certo, ma  altrettanto certo che esso non si iscrive per intero in nessuno di essi. Una rapida ma esaustiva rassegna delle varie risposte alla domanda a quale genere appartenga la Vita Nova fornisce Stefano Carrai, Dante elegiaco. Una chiave di lettura per la Vita nova, Firenze, Olschki, 2006, pp. 11-15. 
Limportanza storica della pari dignit riconosciuta da Dante ai rimatori in volgare e ai poete latini  stata rilevata da Mirko Tavoni, Il nome di poeta in Dante, in Studi offerti a Luigi Blasucci dai colleghi e dagli allievi pisani, a c. di Lucio Lugnani, Marco Santagata, Alfredo Stussi, Lucca, maria pacini fazzi editore, 1996, pp. 545-577. 
Nella Vita Nova Aristotele (il Filosofo)  citato in 16, 2 e 30, 6; la maggiore concentrazione di termini e concetti filosofici si riscontra nei parr. 11, 6 e 12, 1 (distinzione tra potenza e atto).
Gli indizi che suggeriscono unultima scrittura frettolosa sono analizzati da Valeria Bertolucci Pizzorusso, La Vita Nova nella cronologia dantesca. Nuove considerazioni, Studi Mediolatini e Volgari, LVI (2010), pp. 5-25, e da SANTAGATA, pp. 119-124.
Altro sarebbe il discorso sul rapporto Vita Nova - Commedia se si appurasse che lultimo paragrafo  stato scritto in epoca posteriore, se cio fosse convalidata lipotesi di una doppia redazione: una prima Vita Nova si sarebbe chiusa con lepisodio della Donna pietosa, e i capitoli successivi (o almeno lultimo) sarebbero stati aggiunti in anni collocabili, a seconda delle ricostruzioni, o dopo il 1308 o dopo il 1312. Insomma, il quadro cambierebbe se il finale della Vita Nova fosse stato aggiunto a Commedia cominciata. Ma nessuna di queste ipotesi finora ha trovato sostegni filologici, visto che di quella presunta redazione originaria non resta traccia alcuna nella tradizione manoscritta (le vecchie tesi di Luigi Pietrobono e Bruno Nardi a favore della doppia redazione in anni pi recenti sono state riproposte da Maria Corti, La felicit mentale. Nuove prospettive per Cavalcanti e Dante, Torino, Einaudi, 1983, pp. 146-155).
III. Uomo di municipio (1293-1301).
Una promessa mancata.
Lepistola di Ilaro  trdita dal ms. Laurenziano Pluteo 29, 8, c. 67r; la cito dalledizione di Saverio Bellomo, Il sorriso di Ilaro e la prima redazione in latino della Commedia, Studi sul Boccaccio, XXXII (2004), pp. 201-235; led. alle pp. 206-209 (riprodotta in SANTAGATA, pp. 391-393). La datazione, se non dellepistola, dei fatti di cui essa parla, si ricava dai dati interni: Federico III dAragona assume il titolo, che qui gli  riferito, di rex Cicilie, al posto di quello di rex Trinacrie, il 9 agosto 1314; il marchese Moroello Malaspina muore l8 aprile 1315; gli eventi narrati si collocano, dunque, in un arco di tempo ristretto. Lidea, autorevolmente sostenuta da Giuseppe Billanovich (La leggenda dantesca del Boccaccio. Dalla lettera di Ilaro al Trattatello in laude di Dante, in Id., Prime ricerche dantesche, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1947, poi in SD, XXVIII [1949], pp. 45-144), che si tratti di un esercizio retorico dello stesso Boccaccio, cio di uno scritto dinvenzione privo dogni valore documentario, grazie soprattutto ai lavori di Giorgio Padoan (del quale si vedano la voce Ilaro dellED e PADOAN, pp. 5-23)  stata ormai accantonata. Alcuni studiosi pensano che possa trattarsi di una epistola effettivamente inviata dal frate benedettino (si esprimono a favore dellautenticit, oltre a Padoan, PASQUINI, pp. 135-137, e CARPI, pp. 444-446). Siamo ancora lontani, tuttavia, dallavere risolto in modo soddisfacente la questione. Si fronteggiano due tesi: quella, contraria allautenticit dellepistola e incline invece a vedervi una esercitazione di mano o di Giovanni del Virgilio o di una persona della sua cerchia, sostenuta da Saverio Bellomo (Il sorriso di Ilaro, cit.), e quella, pur con molta prudenza orientata a riconoscere sia la buona fede di Boccaccio sia la plausibilit storica e filologica del testo da lui trdito, sostenuta da Giuseppe Indizio (Lepistola di Ilaro: un contributo sistemico, SD, LXXI [2006], pp. 191-263). Ora, una cosa  accertare se almeno alcune delle informazioni storico-biografiche che lepistola, ed essa sola, fornisce siano attendibili, altra cosa  stabilire se nella forma in cui  trascritta da Boccaccio quella lettera possa, in tutto o in parte, risalire alla mano del misterioso frate Ilaro. Per quanto riguarda il primo punto, non mancano argomenti a favore dellattendibilit. Che un eremita pulsanese di Santa Croce al Corvo possa avere inviato un dono prestigioso al signore di Pisa, magari per accompagnare la richiesta di qualche favore o beneficio, non desta meraviglia, dal momento che quel piccolo romitorio gi da molti decenni dipendeva dallabbazia di San Michele degli Scalzi di Pisa (notizie sul monastero in Eliana M. Vecchi, Ad pacem et veram et perpetuam concordiam devenerunt. Il cartulario del notaio Giovanni di Parente di Stupio e lInstrumentum pacis del 1306, Giornale storico della Lunigiana e del territorio lucense, LIX [2008], pp. 69-175, in part. pp. 146-148, dove si parla della tradizione di accoglienza del luogo, favorita dal suo collocarsi su una importante via di comunicazione). E si aggiunga che Uguccione (il quale, peraltro,  un uomo darmi fornito di un certo spessore culturale: cfr. Carla Maria Monti, Uguccione della Faggiola, la battaglia di Montecatini e la Commedia di Dante, RSD, X, 2010, pp. 127-159) doveva essere sensibile a sollecitazioni provenienti da un ordine monastico che annoverava tra i suoi abati anche un suo fratello, di nome Federico. Insomma, stante la difficile situazione economica in cui quel convento versava, tanto che sar abbandonato nella seconda met del Trecento,  assai probabile che Ilaro inoltrasse con il dono una richiesta (la petitio non pervenuta) di sostegno materiale. Le annunciate dediche dellInferno a Uguccione della Faggiola, del Purgatorio a Moroello Malaspina e del Paradiso a Federico dAragona, dediche che spesso sono state assunte come elemento probante del falso o, comunque, dellinverosimiglianza storica del racconto (in particolare quella a Federico, in considerazione dellostilit che Dante gli mostrer in Pd XIX 130-135 e XX 61-63), potrebbero deporre, invece, a favore della tesi contraria. Dopo la morte di Enrico VII (agosto 1313), Uguccione e Federico si presentavano, in effetti, come eredi e continuatori della sua opera; il Malaspina, bench guelfo, era filoimperiale e, soprattutto, il maggior protettore di Dante. Lestensore dellepistola, dunque,  informato assai bene delle posizioni politiche di Dante in questi mesi, e tali informazioni non gli potevano venire dagli scritti danteschi, che, semmai, ne fornivano altre di segno contrario. Pu un falsario o pi probabilmente, siccome il profilo dellautore dellepistola non corrisponde a quello tipico dei falsari medievali, un letterato in vena di scherzare (Bellomo sostiene che non si tratta di una dolosa falsificazione, ma di una esercitazione, e per di pi scherzosa, senza il minimo intento di ingannare nessuno) avere costruito un quadro come questo in assenza di fonti specifiche? Ci tuttavia non comporta che il testo trascritto da Boccaccio corrisponda a quello dellepistola composta da Ilaro, o da chiunque altro sia stato, e pertanto che tutte le notizie che essa tramanda vadano prese per buone. In primo luogo, colpisce la serie non piccola di contraddizioni interne che lepistola presenta (messe in risalto da Alberto Casadei, Considerazioni sullepistola di Ilaro, Dante, VIII [2011], pp. 11-22). In secondo luogo, ignoriamo quali e quanti siano stati i passaggi che essa ha conosciuto prima di arrivare nelle mani di Boccaccio: non avendo la minima idea delle sue vicissitudini redazionali, non possiamo escludere che il testo sia stato manomesso e interpolato posteriormente. Infine, anche concesso che lepistola nella sua veste trdita corrisponda sostanzialmente a quella scritta da Ilaro, dobbiamo chiederci quanto un frate di un romitorio di provincia, per di pi assai poco informato   lui stesso ad ammettere di aver cercato notizie su Dante presso altri (quod accepi ab aliis) , possa aver travisato dei discorsi ascoltati e quanto ancora possa aver dimenticato o distorto quando, a certa distanza di tempo dal colloquio, ne riassumeva il contenuto. Per quanto concerne la presunta affermazione dantesca di avere scritto inizialmente la Commedia in latino e la giustificazione che egli avrebbe dato del successivo passaggio al volgare (Sed cum presentis evi conditionem rependerem, vidi cantus illustrium poetarum quasi pro nicilo esse abiectos; et hoc ideo generosi homines, quibus talia meliori tempore scribebantur, liberales artes  pro dolor!  dimisere plebeis), si pu obiettare che, se  vero che luso del volgare come scelta per il pubblico nobile (e inesperto del latino)  la tesi centralmente argomentata da Dante medesimo in pagine cruciali di Convivio e De vulgari (CARPI, p. 444), leventuale retore o falsario avrebbe potuto attingere proprio da quelle opere. E tuttavia largomento pu essere rovesciato e, in considerazione della scarsissima diffusione prima degli anni Quaranta del Trecento (allinizio dei quali risale la trascrizione di Boccaccio) dei due trattati inediti, essere assunto come indizio di autenticit. 
Boccaccio cita gli esametri sia nel Trattatello, dove riassume lepistola (BOCCACCIO, 192-194; BOCCACCIO, 132), sia nelle Esposizioni (BOCCACCIO, Accessus 75-76). La loro consonanza con alcuni versi dellegloga responsiva al carme di Giovanni del Virgilio (Tunc ego: Cum mundi circumflua corpora cantu / astricoleque meo, velut infera regna, patebunt, Eg II 48-49) pu essere, essa pure, un argomento a doppio taglio: potrebbe essere interpretata, infatti, come un fenomeno di memoria interna, ma anche come frutto di imitazione da parte di un conoscitore di quello scambio poetico. La bilancia, per, penderebbe in maniera decisiva verso lipotesi del falso se ritenessimo, con Bellomo, che quei presunti versi proemiali risentano dellinizio del carme di Giovanni del Virgilio: Pyeridum vox alma, novis qui cantibus orbem / mulces letifluum, vitali tollere ramo / dum cupis, evolvens triplicis confinia sortis / indita pro meritis animarum  sontibus Orcum, / astripetis Lethen, epyphebia regna beatis (Eg I 1-5). Gli esametri, infatti, hanno tutta laria di essere stati interpolati per rafforzare lidea che la Commedia avesse avuto una genesi latina. In conclusione, si pu concordare con Casadei (Considerazioni sullepistola di Ilaro, cit., p. 22) quando parla di manipolazione e non di falso integrale.
Filippo Villani (Expositio seu comentum super Comedia Dantis Allegherii, cit., Prefatio 221-225) scrive: Audivi, patruo meo Iohanne Villani hystorico referente, qui Danti fuit amicus et sotius, poetam aliquando dixisse quod, collatis versibus suis cum metris Maronis, Statii, Oratii, Ovidii et Lucani, visum ei fore iuxta purpuram cilicium collocasse. Cumque se potentissimum in rithmis vulgaribus intellexisset, ipsis suum accomodavit ingenium (Mi ricordo di aver sentito dire da parte di Giovanni Villani, lo storico, mio zio e a suo tempo amico e compagno di Dante, che una volta il poeta aveva affermato come, mettendo i suoi versi latini a confronto con quelli di Virgilio, Stazio, Orazio e Lucano, gli fosse sembrato di mettere un rozzo straccio accanto ad una stoffa di porpora. Dato invece che era consapevole di possedere il massimo delleccellenza nella poesia volgare, a questa applic tutto il suo ingegno).
Fu io a lui men cara e men gradita
 stato detto che nei vv. 66-71 di Cos nel mio parlar vogliesser aspro Dante immagina di poter soddisfare finalmente i suoi desideri  in termini cos crudi e brutali da non avere forse paragoni nella tradizione lirica romanza (GIUNTA, p. 509). Le cosiddette rime petrose, ciclo a cui appartiene la canzone Cos nel mio parlar, in virt della perifrasi astrologica che apre la canzone Io son venuto al punto della rota (Rime 40, 1-9), sono datate allinverno del 1296; anche se la stessa congiunzione astrale descritta nella perifrasi si era ripetuta alla fine del 1304, la prima datazione viene ritenuta la pi probabile (cfr. GIUNTA, p. 465).
Per unanalisi dei rimproveri di Beatrice e del pentimento di Dante e, soprattutto, della connessione tra i rimproveri e la mancata promessa fatta alla fine della Vita Nova si veda SANTAGATA, pp. 234-241. Anche Guglielmo Gorni (Dante nella selva. Il primo canto della Commedia, Parma, Pratiche Editrice, 1995, pp. 95-97) ritiene che il tradimento di Dante nei confronti di Beatrice sia consistito nel suo venire meno a una promessa, ma identifica il libro promesso e troppo a lungo rinviato con la Commedia.
In VN 16, 6 Dante sostiene che la lirica volgare pu essere solo amorosa, diversamente da ci che altri, tra cui Guittone, pensano; in VN 19, 10 si dichiara daccordo con Cavalcanti sul fatto di dover scrivere solo in volgare.
Uno scioperato in politica.
La frase citata a p. 94  di Salvemini, Magnati e popolani, cit., p. 259.
I documenti relativi alliscrizione allArte, agli interventi nel Consiglio delle capitudini e nel Consiglio dei cento in PIATTOLI, nn. 53, 56, 79. Per lordinamento degli organi collegiali fiorentini e per le tappe della carriera politica di Dante si veda Michele Barbi, Lordinamento della repubblica fiorentina e la vita politica di Dante (1899), poi in BARBI, pp. 141-155. Oltre che da Barbi, lappartenenza di Dante al Consiglio ristretto o speciale del capitano del popolo  data per sicura anche da PETROCCHI, pp. 64-65; una succinta ma limpida ricostruzione degli interventi documentati di Dante nei Consigli del Comune  fatta da Ernesto Sestan, Comportamento e attivit di Dante in Firenze come uomo politico di parte, in Il processo di Dante, cit., pp. 33-39.
Il gonfaloniere di giustizia era stato creato dagli Ordinamenti di Giano della Bella a fianco del podest e del Collegio dei priori in funzione antimagnatizia. 
Pedagogia della gentilezza.
Sul valore fondante per lo Stilnovo del concetto di gentilezza rimando a Marco Santagata, I due cominciamenti della lirica italiana, Pisa, Edizioni ETS, 2006, pp. 35-69. Le poesie di Guinizelli si leggono, con commento, in Guido Guinizzelli, Rime, a c. di Luciano Rossi, Torino, Einaudi, 2002.
Le dolci rime sar raccolta e commentata nel quarto libro del Convivio; i vv. 20-24 possono essere parafrasati come segue: Ci fu un imperatore che sostenne che la nobilt consiste in unantica fortuna famigliare accompagnata da un tono di vita raffinato.  ipotizzabile che Dante prevedesse di inserire nel Convivio anche Poscia chAmor (Rime 27); su questa canzone e sulle sue implicazioni con il contesto sociale fiorentino si vedano: Claudio Giunta, La poesia italiana nellet di Dante. La linea Bonagiunta-Guinizzelli, Bologna, il Mulino, 1998, pp. 279-284; GIUNTA, pp. 330-358; Enrico Fenzi, Sollazzo e leggiadria. Uninterpretazione della canzone dantesca Poscia chAmor, SD, LXIII (1991, ma stampato nel 1997), pp. 191-280. Per quanto riguarda i falsi leggiadri si leggano i vv. 20-57: Sono che per gittar via loro avere / credon potere / capere l dove li boni stanno  Qual non dir fallenza / divorar cibo ed a lussuria intendere, / ornarsi come vendere / si dovesse al mercato di non saggi?  E altri son che, per esser ridenti, / dintendimenti / correnti voglion esser giudicati / da quei che so ingannati / veggendo rider cosa / che lo ntelletto cieco non la vede. / E parlan con vocaboli eccellenti, / vanno spiacenti, / contenti che dal vulgo sian mirati; / non sono innamorati / mai di donna amorosa; / ne parlamenti lor tengono scede [battute irridenti]; / non moveriano il piede / per donneare a guisa di leggiadro, / ma, come al furto il ladro, / cos vanno a pigliar villan diletto /  e non per che n donne  s dispento / leggiadro portamento  / che paiono animal sanza intelletto. La descrizione citata del comportamento del leggiadro  di Giunta, La poesia italiana nellet di Dante, cit., p. 352.
Per latteggiamento di Brunetto e di Lapo Saltarelli nella polemica contro i Grandi si veda CARPI, pp. 101-105. Negli anni Novanta, poco prima di iniziare la sua collaborazione con il Saltarelli, Dante deve aver nutrito simpatia per Giano della Bella; il suo atteggiamento, per, cambier, tanto che nel Paradiso (XVI 127-32) mostrer una aperta malevolenza nei confronti di un personaggio che, pur cingendosi delle insegne araldiche del gran barone, il marchese Ugo di Toscana (X secolo), aveva tradito la sua parte raunandosi con popol. A essere cambiato  lorientamento ideologico di Dante, che negli anni Dieci del Trecento guarda con piena simpatia alla nobilt feudale e al ceto dei cavalieri (cfr. CARPI, pp. 100-101; GORNI, pp. 35-36).
La rottura con Guido Cavalcanti
Sulle posizioni politiche di Guido Cavalcanti si leggano le pagine, non tutte condivisibili per, di Michele Barbi, Guido Cavalcanti e Dante di fronte al governo popolare (1920), poi in BARBI, pp. 371-378. Avverto tuttavia che la biografia di Guido fin qui accettata sarebbe radicalmente sconvolta dalle ricerche archivistiche di Francesco Velardi (I due Guidi Cavalcanti e la data di morte del necrologio di Santa Reparata, SD, LXXII [2007], pp. 239-263), ricerche che dimostrerebbero che a sposare la figlia di Farinata degli Uberti  non fu lamico di Dante ma un secondo Guido Cavalcanti, al quale sarebbe anche da riferire, per come 29 agosto 1310, la data di morte segnata a c. 41r. del Registro Obituario di S. Reparata (p. 239). Il sonetto di Dino Compagni a Cavalcanti  pubblicato e commentato in Cavalcanti, Rime, cit., pp. 211-214; De Robertis, nel cappello introduttivo (pp. 158-159), passa in rassegna le varie interpretazioni proposte per I vegno l giorno a te nfinite volte.
La frase di p. 101 sulla radicale differenza tra la concezione amorosa della Vita Nova e quella di Donna me prega  di De Robertis, Dal primo allultimo Dante, cit., p. 31. Sulla questione se la canzone di Guido risponda polemicamente alla Vita Nova esiste ormai una ricca bibliografia; si vedano almeno: Giuliano Tanturli, Guido Cavalcanti contro Dante, in Le tradizioni del testo. Studi di letteratura italiana offerti a Domenico De Robertis, a c. di Franco Gavazzeni e Guglielmo Gorni, Milano-Napoli, Ricciardi, 1993, pp. 3-13; Enrico Malato, Dante e Guido Cavalcanti. Il dissidio per la Vita Nuova e il disdegno di Guido, Roma, Salerno Editrice, 1997; Nicol Pasero, Dante in Cavalcanti, Medioevo romanzo, XXII (1998), pp. 388-414; Fenzi, La canzone damore di Guido Cavalcanti, cit.
Il ruolo di precursore, ma superato,  riconosciuto a Guido in VN 15, forzando linterpretazione del sonetto occasionale Io mi senti svegliar dentro allo core.
Sullorlo del dissesto economico
I documenti attestanti i debiti sono pubblicati da PIATTOLI, nn. 57, 58. 
Ricavo la notizia sul livello di tassazione necessario per essere ammessi nel Consiglio dei cento da DAVIDSOHN, III, p. 581; il calcolo di quanto valessero allora in fiorini doro 1200 libbre o lire  stato eseguito per me da Roberta Cella. Le notizie sulle propriet di Dante e sul loro valore sono fornite da Barbi, La condizione economica di Dante e della sua famiglia, cit. 
Sui possessi fondiari di Litto Corbizzi si veda ZINGARELLI, p. 31; per Alamanno degli Adimari cfr. DAVIDSOHN, IV, pp. 145, 149.
Il testamento della madre di Gemma in PIATTOLI, n. 113; la quietanza rilasciata da Iacopo Corbizzi nel 1332 in PIATTOLI, n. 155; il debito contratto da Francesco nel 1299 in PIATTOLI, n. 71; per gli altri prestiti si vedano i documenti di PIATTOLI, nn. 72, 74, 78, 85.
Una lotta di potere
Per la famiglia Cerchi e per Vieri si vedano le voci dellED di Franco Cardini; per i Donati e per Corso quelle di Renato Piattoli e Ernesto Sestan. A proposito delle acquisizioni immobiliari dei Cerchi, in Pd XVI 94-99 Dante scriver: Sovra la porta [di San Piero] chal presente  carca / di nova fellonia [dei Cerchi] di tanto peso / che tosto fia iattura de la barca, // erano i Ravignani, ond disceso / il conte Guido e qualunque del nome / de lalto Bellincione ha poscia preso (si ricordi che Dante riteneva che Alighiero I, nonno di suo padre, avesse sposato una figlia di Bellincione). Laccusa di vilt nei confronti dei Cerchi in COMPAGNI, I XXVII. 
Il racconto degli eventi fiorentini dal 1295 al colpo di Stato del 1301 si trova in DAVIDSOHN, IV; la pi accurata ricostruzione delle interferenze operate da Bonifacio VIII nello scontro politico fiorentino  di Giuseppe Indizio, Con la forza di tal che test piaggia: storia delle relazioni tra Bonifacio VIII, Firenze e Dante, Italianistica. Rivista di letteratura italiana, XXXIX, 3 (2010), pp. 69-96.
Per quanto riguarda la vicenda giudiziaria che vede coinvolti Corso e Giovanna degli Ubertini di Gaville, vicenda che si staglia come un elemento fondante della divisione fiorentina di fine Duecento, si veda Giuliano Milani, Appunti per una riconsiderazione del bando di Dante, Bollettino di italianistica. Rivista di critica, storia letteraria, filologia e linguistica, n.s. VIII, n. 2 (2011), pp. 42-70, in part. p. 56.
Per laffare Acciaioli-Aguglione rimando a DAVIDSOHN, IV, pp. 102-105; per Cante dei Gabrielli si veda la voce dellED Gabrielli da Gubbio, Cante de di Giuseppe Inzitari. 
Lo scandalo del sale deve risalire allincirca agli stessi anni in cui Baldo e lAcciaioli manomettono il fascicolo processuale: un frate Durante della famiglia magnatizia dei Chiaramontesi o Chermontesi, che ricopriva la carica di soprintendente alla vendita del sale, si era procurato una cospicua fortuna alterando la misura dello staio di legno usato per la distribuzione; alla vergogna che ricadde sulla famiglia, Dante accenna anche in Pd XVI 105 e quei charrossan per lo staio; si vedano al riguardo DAVIDSOHN, IV, pp. 105-106, e la voce dellED Chiaramontesi di Arnaldo dAddario.
Il priorato, cagione e principio di tutti i mali
La dichiarazione di Dante  riferita da BRUNI, p. 542, che traduce dalla gi ricordata epistola perduta.
La risposta di Vieri dei Cerchi al papa in VILLANI, IX XXXIX 75-89. 
Sulla datazione delladunanza di Santa Trinita le fonti sono discordanti: bench un testimone oculare degli eventi di quegli anni come Dino Compagni la collochi nel 1301 (COMPAGNI, I XXIII), e nonostante il parere di autorevoli dantisti quali Isidoro del Lungo (Dino Compagni e la sua Cronica, cit., vol. II, p. 111) e Michele Barbi (Guido Cavalcanti e Dante di fronte al governo popolare, cit., pp. 376-377), preferisco attenermi al racconto di VILLANI (IX XXXIX), che mi sembra ricostruire i fatti in modo pi coerente. Di recente ha ribadito la data del 1301 Milani, Appunti per una riconsiderazione del bando di Dante, cit., pp. 54-55.
Il verbale della seduta del Consiglio generale di San Gimignano in PIATTOLI, n. 73. 
Si tenga presente che gli statuti non prescrivevano il modo di eleggere i priori, e pertanto la modalit di selezione del massimo organismo di governo era rinegoziata ogni due mesi da un consiglio formato dai capi delle maggiori corporazioni cittadine e da savi scelti dai priori uscenti, presenti alla seduta (Milani, Appunti per una riconsiderazione del bando di Dante, cit., p. 60).
Il grande dantista citato a p. 111  Michele Barbi, Vita di Dante, Firenze, Le Lettere, 1996, p. 15 (1a ed. 1933).
Latto notarile di consegna della sentenza di aprile  pubblicato in PIATTOLI, n. 75. 
Le parole di protesta dei magnati sono riportate da COMPAGNI, I XXI;  ancora lui (I XXI) a raccontare lattentato a Matteo dAcquasparta.
Il biografo che parla di sensazione di vittoria da parte di Dante  PETROCCHI, p. 82.
Lultimo papa medievale.
Su Bonifacio si vedano la voce dellEP redatta da Eugenio Dupr Theseider e Agostino Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, Torino, Einaudi, 2003 (che per accenna appena al ruolo del papa nelle vicende fiorentine); per Bonifacio e Firenze utilissimo  Indizio, Con la forza di tal che test piaggia, cit.
Latteggiamento di Iacopone  esaminato da Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, cit., pp. 200-203. Il verso citato  preso dalla lauda, di contestata attribuzione, O papa Bonifazio, molti iocato al mondo (Iacopone da Todi, Laudi, Trattato e Detti, a c. di Franca Ageno, Firenze, Le Monnier, 1953).
1300, lanno del giubileo
La vita a Roma durante il giubileo  descritta da Arsenio Frugoni, Pellegrini a Roma nel 1300. Cronache del primo Giubileo, presentazione di Chiara Frugoni, a cura e con introduzione di Felice Accrocca, Casale Monferrato, Piemme, 1999. Frugoni riporta anche i dati sulle presenze e le osservazioni dei cronachisti, e cio di Giovanni Villani, dellastigiano Guglielmo Ventura e del cardinale Iacopo Caetani Stefaneschi, del quale, in appendice, pubblica in traduzione italiana il De centesimo seu Jubileo anno liber. La frase sui duecentomila pellegrini presenti stabilmente in Roma  di VILLANI, IX XXXVI; il dato dei due milioni di pellegrini  fornito da Guglielmo Ventura, quello dei trentamila entranti e uscenti nello stesso giorno dagli anonimi Annales Colmarienses (citati tutti da Frugoni alle pp. 55-56). Il contributo pi recente  di Robert M. Durling, Dante, le jubil de lan 1300 et la question des indulgences, Revue des tudes italiennes, 56 (2010), pp. 5-17.
Lipotesi (prudentemente avanzata da PETROCCHI, pp. 87-88, e ripresa con cautela da Enrico Malato, Dante, Roma, Salerno Editrice, 1999, p. 46) che Dante si sia recato a Roma nel novembre 1300 come membro di una ambasceria fiorentina al papa  contestata da INDIZIO, pp. 283-285. Il documento relativo al prestito concesso a Dante da Francesco il 14 marzo 1300  pubblicato da PIATTOLI, n. 71.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
Riprendo qui, e nel successivo paragrafo, lipotesi sulla genesi fiorentina del poema che ho pi ampiamente argomentato in SANTAGATA, pp. 293-316.
La cronologia del viaggio fittizio  oggetto di discussione da parte dei dantisti (una rapida ma esaustiva rassegna delle ipotesi cronologiche sulla genesi del poema  contenuta nella voce dellED Commedia [par. 2] di Antonio Enzo Quaglio), mentre i commentatori antichi erano concordi nel collocarlo intorno alla met del marzo 1300: si vedano le osservazioni di INDIZIO, pp. 226-236, e di Saverio Bellomo, La natura delle cose aromatiche e il sapore della Commedia: quel che ci dicono gli antichi commenti a Dante, Critica del testo, XIV/1 (2011), pp. 531-553, in part. pp. 536-541.
La vicenda dei lavori stradali  studiata da Michele Barbi, Lufficio di Dante per i lavori di via S. Procolo (1921), poi in BARBI, pp. 385-413.
La frase sul progetto politico del Convivio cit. a p. 120  presa dallintroduzione di FIORAVANTI;  ancora Fioravanti a rilevare che anche in Cv IV V 20 Dante definir Roma santa cittade, ma con una differenza sostanziale rispetto al loco santo della Commedia: nel Convivio, infatti, Roma ricever quellappellativo non per esser stata il luogo del martirio di Pietro (e Paolo) ed essere ora la sede del suo successore, bens perch culla e base dellautorit politica pi alta, direttamente voluta da Dio.
La definizione di formula guelfa si legge in Umberto Carpi, Un Inferno guelfo, NRLI, XIII (2010), pp. 95-134, in part. p. 113, un saggio fondamentale per linterpretazione dellintera cantica. Anche PASQUINI, p. 163 rileva che nel canto II Dante vede ancora limpero romano in funzione del papato, ma gi Parodi aveva scritto: In tutto lInferno non si fa menzione dellImpero se non una sola volta, quasi di sfuggita, nelle note parole del secondo canto, che, mentre lo glorificano come predestinato da Dio, sembrano per disconoscergli una sua propria finalit  Dante sembra trarre la conseguenza che il fine ultimo e della fondazione di Roma e dellistituzione dellImpero era stato di preparare la sua sede al Vicario di Cristo (Ernesto Giacomo Parodi, La data della composizione e le teorie politiche dellInferno e del Purgatorio [1905], poi in Id., Poesia e Storia nella Divina Commedia, a c. di Gianfranco Folena e Pier Vincenzo Mengaldo, Vicenza, Neri Pozza Editore, 1965, pp. 233-324; la cit. alle pp. 253-254). 
Il quadernetto di Boccaccio.
Il racconto boccacciano del ritrovamento dei sette canti si trova in BOCCACCIO, 179-183 (sostanzialmente analogo in BOCCACCIO, 179-182), e in BOCCACCIO, VIII I 6-19.
A rendere dubbioso Boccaccio sono la profezia di Ciacco sulla caduta dei Bianchi entro tre anni (E il dubbio  questo: introduce nel VI canto lautore Ciacco e fagli predire come, avanti che il terzo anno, dal d che egli dice, finisca, conviene che caggia dello stato suo la setta, della quale era Dante; il che cos avvenne, per ci che, come detto, il perdere lo stato la setta Bianca e il partirsi [di Dante] di Firenze fu tutto uno; e per, se lautore si part allora premostrata, come poteva egli avere scritto questo? E non solamente questo, ma un canto pi?) e il fatto che Frescobaldi abbia fatto circolare delle copie del quadernetto quando di quelle copie non  rimasta traccia alcuna (BOCCACCIO, VIII I 14-15). Su Dino di Lambertuccio Frescobaldi e la sua produzione lirica si veda Dino Frescobaldi, Canzoni e sonetti, a c. di Furio Brugnolo, Torino, Einaudi, 1984.
Molto ampia  la discussione sullattendibilit del racconto di Boccaccio, per quanto frenata dal giudizio di leggendario formulato da Billanovich, La leggenda dantesca del Boccaccio, cit. Mi limito a segnalare i pi importanti contributi che danno credito a Boccaccio, e quindi allidea che la genesi della Commedia sia fiorentina: particolarmente autorevole  il parere, espresso nel 1904 da Michele Barbi (Una nuova opera sintetica su Dante, poi in BARBI, pp. 29-85, in part. pp. 69-72) in una recensione a ZINGARELLI, secondo il quale il racconto di Boccaccio ha un fondamento di verit e quindi  credibile che Dante abbia cominciato un poema sul genere della Commedia, non dico la Commedia tal quale ci  pervenuta, prima dellesilio, labbia interrotto e poi ripreso (e questa sarebbe la Commedia vera e propria) in Lunigiana (nel 1934, per, quando raccoglie la recensione in BARBI, lo studioso cambia opinione e sostiene che, se anche Dante pot, prima dessere cacciato di Firenze, pensare e iniziare qualche cosa di pi complesso che non sonetti e canzoni in lode di Beatrice gloriosa in cielo, lideazione del poema quale ci rimane appartiene allesilio, p. 69). Il pi convinto sostenitore della genesi fiorentina del poema  Giovanni Ferretti, I due tempi della composizione della Divina Commedia, Bari, Laterza, 1935; in epoca pi recente accettano questa tesi Cesare Garboli, Pianura proibita, Milano, Adelphi, 2002, pp. 152-163; CARPI, passim e, soprattutto, Carpi, Un Inferno guelfo, cit.; danno credito a Boccaccio, salvo mettere in relazione il suo racconto con il problema del presunto poema in latino, PADOAN, pp. 25-37, e PASQUINI, pp. 6-8. A parte va considerata la posizione di Raffaele Pinto, Indizi del disegno primitivo dellInferno (della Commedia): Inf. 7-11, Tenzone, 12 (2011), pp. 105-52, il quale avanza lipotesi di un doppio disegno strutturale dellInferno, il primo operante fino al canto sesto, il secondo (e definitivo) operante a partire dal canto ottavo, un mutamento di progetto intervenuto in corso dopera, ma non riferibile alla frattura cronologica ipotizzata con una prima redazione fiorentina (del resto Pinto condivide totalmente la tesi di Billanovich della leggenda boccacciana).
Il lettore intelligente citato a p. 123  Garboli, Pianura proibita, cit., p. 158. 
I tratti che differenziano i canti che precedono la citt di Dite da quelli successivi sono elencati soprattutto da Ferretti, I due tempi della composizione della Divina Commedia, cit.; da Edward Moore, Studies on Dante, II series, Oxford, Clarendon, 1899, pp. 170-174; e, in una diversa prospettiva, da Luigi Blasucci, Per una tipologia degli esordi nei canti danteschi, La parola del testo, IV (2000), pp. 17-46, e Pinto, Indizi del disegno primitivo dellInferno, cit.
Un poema fiorentino
Lanonimato di Celestino quinto contrasta nettamente con la formula assertiva con la quale il personaggio viene introdotto: vidi e conobbi lombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto (If III 59-60): vidi e conobbi (i.e. vidi et cognovi) era formula tecnica del diritto e del notariato duecentesco, con cui si rilevava per cognizione de visu un evento, in particolare la presenza e lidentit dei convenuti, ovvero la loro contumacia, ad opera del notaio o del giudice (Giuseppe Indizio, Un episodio della vita di Dante: lincontro con Francesco Petrarca, Italianistica, XLI [2012], in corso di stampa). Il ricorso al formulario tecnico, lungi dal comprovare che Dante avesse effettivamente incontrato in vita il papa, sembra, al contrario, un modo per dare maggiore credibilit al riconoscimento. Non  affatto necessario, dunque, ipotizzare che Dante abbia conosciuto di persona Celestino, magari recandosi a Napoli nellottobre 1294 al seguito di unambasceria fiorentina (sulla questione si veda PETROCCHI, pp. 61-62). Va precisato, comunque, che Dante non pu aver visto il monte Cacume (o Caccume), ricordato in Pg IV 26, da Anagni durante lambasceria a Bonifacio ottavo del 1301, perch nei giorni in cui lambasceria si svolse il papa non risiedeva nella citt natale ma a Roma in Laterano. Resta aperto anche laltro problema del perch al momento della pubblicazione dellInferno, posteriore al 1313, Dante non sia intervenuto sul canto, dato che in quellanno Clemente quinto aveva proclamato Celestino santo: impossibile, infatti, che egli potesse collocare allInferno un santo canonizzato dalla Chiesa (sulla questione si veda Giorgio Petrocchi, Itinerari danteschi, premessa e cura di Carlo Ossola, Milano, Franco Angeli, 1994 [1 ed. Bari, Laterza, 1969], pp. 41-59). 
Lidentificazione di Ciacco come uomo di corte  fatta dallOttimo commento, del quale si veda la terza e ultima forma: Questo Ciacco fue della cittade di Firenze, huomo di corte, et usoe con li gentili huomeni leggiadramente, e lauctore il vide in vita et fue molto corrocto al vitio della gola, il quale  proprio vitio di cos facta gente (Lultima forma dellOttimo commento. Chiose sopra la Comedia di Dante Alleghieri fiorentino tracte da diversi ghiosatori. Inferno, ed. critica a c. di Claudia Di Fonzo, Ravenna, Longo Editore, 2008, p. 97), e, con una diversa sfumatura, da Boccaccio, oltre che in Decameron IX 8, nelle Esposizioni: Fu costui uomo non del tutto di corte; ma, per ci che poco avea da spendere erasi, come egli stesso dice, dato del tutto al vizio della gola, era morditore e le sue usanze erano sempre co gentili uomini e ricchi, e massimamente con quelli che splendidamente e delicatamente mangiavano e beveano (BOCCACCIO, VI I 25). Sulla figura di Ciacco e sul suo ruolo nella Commedia sono molto acute e pertinenti le osservazioni di Andr Pzard nella omonima voce dellED. 
Dante chiede a Ciacco: Farinata e l Tegghiaio, che fuor s degni, / Iacopo Rusticucci, Arrigo e l Mosca / e li altri cha ben far puoser li ngegni, / dimmi ove sono, e Ciacco risponde: Ei son tra lanime pi nere; / diverse colpe gi li grava al fondo: / se tanto scendi, l i potrai vedere (If VI 79-82, 85-87).
Il disprezzo per gli Adimari (oltracotata schiatta) si esprime a pieno in Pd XVI 115-118, dove Dante li accusa di alterigia nei confronti dei deboli e di servilismo nei confronti dei forti, e rinfaccia loro le umili origini. 
La frase su Tegghiaio degli Adimari in VILLANI, VII LXXVII; il ritratto dellArgenti in BOCCACCIO, VIII I 68.
Per la storia di Paolo e Francesca e per il canto V rimando ad Antonio Enzo Quaglio, Al di l di Francesca e Laura, Padova, Liviana, 1973; Ignazio Baldelli, Dante e Francesca, Firenze, Olschki, 1999; CARPI, pp. 700-701; SANTAGATA, pp. 312-316; le molte letture del canto sono passate in rassegna da Lorenzo Renzi, Le conseguenze di un bacio. Lepisodio di Francesca nella Commedia di Dante, Bologna, il Mulino, 2007. La citazione di Cappellano (Nam constat homicidium et adulterium inde saepius provenire  Sed et constat, incestus inde maxime provenire; non enim reperitur aliquis adeo divinis eloquiis eruditus, si maligno spiritu concitante amoris aculeis incitetur, qui contra mulieres cognatas sibi et affines ac Deo dedicatas feminas sciat unquam frena continere luxuriae)  presa dal De amore, cit., p. 298.
IV. Condannato al rogo (1301-1302)
Bianchi e Neri: prove di guerra civile
Per la ricostruzione delle vicende storiche raccontate in questo capitolo i principali punti di riferimento sono DAVIDSOHN, IV e Indizio, Con la forza di tal che test piaggia, cit., pp. 69-96.
Il riassunto dellepistola perduta in BRUNI, pp. 544-545.
Per la distinzione tra bianchi e neri si veda la voce dellED Cerchi di Franco Cardini. Le vicende pistoiesi sono raccontate da DAVIDSOHN, IV, pp. 202-206.
La sentenza contro Dante  pubblicata in PIATTOLI, n. 90 (una parziale traduzione in italiano si legge in Il processo di Dante, cit., pp. 23-26).
Il documento relativo agli interventi di Dante nel Consiglio delle capitudini del 14 aprile in PIATTOLI, nn. 81, 82.
Contro Bonifacio VIII
Per lintricata vicenda di Margherita Aldobrandeschi si vedano Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, cit., pp. 37, 48, 140, 194-195, e CARPI, passim. 
Il cuore di Enrico di Cornovaglia era stato portato a Londra, dove era ancora onorato quando Dante scriveva: Colui fesse in grembo a Dio / lo cor che n su Tamisi ancor si cola (If XII 119-120): per lassassinio di Viterbo cfr. CARPI, pp. 336-341.
I documenti degli interventi di Dante nei vari Consigli in PIATTOLI, nn. 83, 84, 86, 87, 88.
Unoperazione di polizia
Anche per la narrazione delle vicende di Firenze nei mesi tra il giugno 1301 e lestate del 1302 mi baso essenzialmente su DAVIDSOHN, IV e su Indizio, Con la forza di tal che test piaggia, cit.
La frase cit. a p. 136  presa da COMPAGNI, II V. 
 documentato che nel 1301 Bonifacio VIII soggiorn in Laterano dall11 ottobre al 27 dicembre: cfr. Agostino Paravicini Bagliani, La mobilit della curia romana nel secolo XIII. Riflessi locali, in Societ e istituzioni dellItalia comunale: lesempio di Perugia (secoli XII-XIV), Congresso storico internazionale (Perugia 6-9 novembre 1985), Perugia, Deputazione di storia patria per lUmbria, 1988, vol. I, pp. 155-278.
Per Musciatto Franzesi si veda CARPI, pp. 146-147; la definizione di malvagio in COMPAGNI, II IV; Musciatto, ricchissimo e gran mercatante in Francia  colui che, dovendo partire al seguito di Carlo di Valois alla volta della Toscana, affida al notaio Cepparello da Prato, detto Ciappelletto, lincarico di riscuotere i crediti che vantava da pi borgognoni (Boccaccio, Decameron I 1). Per Maghinardo cfr. la voce dellED Pagani, Maghinardo di Arnaldo dAddario.
Sul Saltarelli Dante scriver: Saria tenuta allor tal meraviglia / una Cianghella, un Lapo Saltarello, / qual or saria Cincinnato e Corniglia (Pd XV 127-129).
Su Gherardino da Gambara si veda il DBI, voce Gambara, Gherardo di Gabriele Archetti.
Lo storico citato a p. 138  CARPI, p. 488.
Le notizie sulla crisi finanziaria prodotta dallesodo dei Bianchi sono riferite da DAVIDSOHN, IV, pp. 297-304. A proposito dei 600.000 fiorini di Vieri, per avere un termine di paragone si tenga presente che il 3 maggio 1297, presso la tomba di Cecilia Metella sulla via Appia, in quella che Jean-Claude Maire Viguer ha definito una delle pi importanti rapine a mano armata di tutti i tempi, Stefano Colonna di Palestrina razzi un convoglio che trasportava circa 200.000 fiorini di propriet di Bonifacio VIII: fu lepisodio che scaten la guerra conclusasi con la distruzione di Palestrina. Ebbene, quel tesoro spropositato era costituito dai risparmi che un uomo avido e privo di scrupoli come Bonifacio aveva accumulato in tredici anni di cardinalato. Si consideri ancora che nel 1313 le entrate della citt di Pisa ammontavano alla cifra mirabolante di 240.000 fiorini e che alla fine del XIII secolo un bilancio di 20.000 fiorini era sufficiente a coprire le spese ordinarie di una citt come Perugia: cfr. Jean-Claude Maire Vigueur, Laltra Roma. Una storia dei romani allepoca dei comuni (secoli XII-XIV), trad. it. Torino, Einaudi, 2011 (1a ed. Paris 2010), pp. 200-202.
Una analisi degli effetti negativi prodotti sul tessuto culturale fiorentino dallesilio dei Bianchi si deve a Billanovich, Tra Dante e Petrarca, cit.
I protagonisti della vicenda che si  dipanata tra il 1300 e il 1302 a Firenze  vicenda che appare epocale se letta nellottica di Dante, ma che in realt non fu di grande portata nel panorama politico internazionale di allora  non ebbero un grande futuro. Carlo di Valois, compiuta lopera di polizia, tra marzo e aprile 1302 lascia Firenze per andare a combattere in Sicilia, per conto del papa e di Carlo II dAngi, contro Federico III dAragona. Non ottiene alcun risultato, tanto che il re di Napoli deve rassegnarsi ad accettare dopo anni e anni di guerra una pace che gli toglieva per sempre la Sicilia (Caltabellotta, 29 agosto 1302). In VE (II VI 4) Dante, che chiama il Valois Totila secondo, perch, come gi il primo Totila re dei Goti, aveva lui pure distrutto Firenze, scriver: Eiecta maxima parte florum de sino tuo, Florentia, nequicquam Trinacriam Totila secundus adivit (Strappata la maggior parte dei fiori dal seno tuo, Firenze, invano in Trinacria il secondo Totila si spinse) riecheggiando quello che ormai doveva essere un luogo comune nei giudizi dei contemporanei, se il Villani pu ricordare come egli venisse dileggiato con motti quali: Messer Carlo venne in Toscana per paciaro, e lascie il paese in guerra; e ande in Cicilia per fare guerra, e reconne vergognosa pace (VILLANI, IX I 1). I Cerchi, che per pochi anni erano stati signori della citt, persero ogni potere con lesilio; i Donati vincitori si scontreranno di l a poco con la nuova fazione in cui i Neri si divideranno, guidata dai Della Tosa o Tosinghi, e loro pure, con la morte di Corso (1308), usciranno di scena; i Della Tosa non riusciranno mai a imporre una egemonia duratura. La vita politica fiorentina del Due e Trecento  fatta di continui mutamenti, di un susseguirsi incessante di vincitori e di vinti: finch hanno retto, gli Ordinamenti comunali hanno sempre impedito che loligarchia riconoscesse uno stabile primato a qualsivoglia dinastia familiare. Furon de nostri d scriver BOCCACCIO (VII I 63) i Cerchi, i Donati, i Tosinghi e altri in tanto stato nella nostra citt, che essi come volevano guidavano le piccole cose e le grandi secondo il piacer loro, ove oggi appena  ricordo di loro; ed  questa grandigia trapassata in famiglie, delle quali allora non era alcun ricordo: e cos da quegli, che ora son presidenti, si dee credere che trapasser in altri.
La condanna a morte.
La ricostruzione degli spostamenti di Dante fatta da BRUNI, p. 546  accettata quasi integralmente da INDIZIO, pp. 283-285.
Per il tentativo di riconciliazione del cardinale dAcquasparta si veda DAVIDSOHN, IV, pp. 267-274.
La sentenza del 27 gennaio, per quanto riguarda i capi daccusa, recita: ad aures nostra set curie nostre notitia, fama publica referente, pervenit, quod predicti, dum ipsi vel aliquis eorum existentes in offitio prioratus vel non existentes vel ipso offitio prioratus deposito, temporibus in inquisizione contentis, commiserunt per se vel alium baractarias, lucra illicita, iniquas extorsiones in pecunia vel in rebus. Et quod ipsi vel aliquis ipsorum receperunt pecuniam vel res aliquas vel scriptam libri vel tacitam promissionem de aliqua pecunia vel re pro aliqua electione aliquorum novorum priorum et vexilliferi seu vexilliferorum facienda, licet sub alio nomine vel voce. Et quod ipsi vel aliquis eorum recepissent aliquid indebite, illicite vel iniuste pro aliquibus offitialibus erigendi vel ponendis in civitate vel comitatu Florentie vel districtu vel alibi, pro aliquibus stantia mentis, reformationibus vel ordinamentis faciendis vel non faciendis, vel pro aliquibus apodixis missis ad aliquem rectorem vel offitialem comunis Florentie vel concessis alicui. Et quod propterea dedissent, promisissent vel solvissent seu dari vel solvi fecissent in pecunia vel in rebus vel scriptam libri alicuius mercatoris fecissent, offitio durante vel eo deposito. Et super eo quod recepissent a camera comunis Florentie vel de domo et palatio priorum et vexilliferi ultra vel aliter quam comunis Florentie stantiamenta dictent. Et quod commiserint vel commicti fecerint fraudem vel baractariam in pecunia vel rebus comunis Florentie, vel quod darentur sive expenderentur contra summun pontificem et d. Karolum pro resistentia sui adcentus vel contra statum pacificum civitatis Florentie et partis guelforum. Quodque ipsi vel ipsorum aliquis habuissent vel recepissent aliquid in pecunia vel rebus ab aliqua spetiali persona, collegio vel universitate occasione vel ratione aliquarum minarum consussionis terrarum, quas vel quos intulissent vel de inferendo per priores, comune et populum minati essent. Super eoque quod commisissent vel commicti fecissent vel fieri fecissent fraudem, falsitatem, dolum vel malitiam, baractariam vel inlicitam extorsionem; et tractassent ipsi vel ipsorum aliquis quod civitas Pistorii divideretur et scinderetur infra se et ab unione quam habebant insimul; et tractassent quod anziani et vexilliferi dicte civitatis Pistorii essent ex una parte tantum; fecissentque tractari, fieri seu ordinari expulsionem de dicta civitate eorum qui dicuntur Nigri, fidelium devotorum sancte Romane ecclesie; dividi quoque fecissent dictam civitatem ab unione et volutate civitatis Florentie et subiectione sancte Romane ecclesie vel d. Karoli in Tuscia paciari (PIATTOLI, n. 90).
Linsieme delle sentenze emesse nel 1302  raccolto in un registro pergamenaceo, detto Libro del chiodo, nel quale furono trascritte anche le sentenze contro i Ghibellini del 1268, nonch altri documenti, come la riforma di Baldo dAguglione del 2 settembre 1311 (ultima edizione: Il libro del chiodo, riproduzione in fac-simile con edizione critica a c. di Francesca Klein, con la collaborazione di Simone Sartini, introduzione di Riccardo Fubini, Firenze, Edizioni Polistampa, 2004); la sentenza del 10 marzo si legge anche in PIATTOLI, n. 91, mentre linsieme delle sentenze di condanna emanate nel 1302 si pu leggere in Maurizio Campanelli, Le sentenze contro i Bianchi fiorentini del 1302, Bullettino dellIstituto Storico Italiano per il Medio Evo, CVIII (2006), pp. 187-377. Sui criteri con i quali nel Trecento furono formate le raccolte di sentenze (di cui Il libro del chiodo  la terza in ordine di tempo) che avevano a che fare con i Ghibellini e con il conflitto tra i Bianchi e i Neri e sulle motivazioni politiche soggiacenti sono fondamentali le pagine di Milani, Appunti per una riconsiderazione del bando di Dante, cit., pp. 43-49.
Nelle sentenze promulgate c un particolare che a noi oggi dice pochissimo, ma che a un fiorentino di quel tempo doveva sembrare, pi ancora che strano, ingiurioso. Le sentenze di Cante di gennaio, febbraio e marzo sono datate dalla Nativit e non dallIncarnazione: il primo stile di datazione faceva cominciare lanno il giorno di Natale, mentre il secondo lo faceva cominciare il 25 marzo, festa dellAnnunciazione di Maria Vergine, e quindi dallincarnazione di Cristo. Ebbene, lo stile dellIncarnazione era quello in uso a Firenze nel Medioevo, ed era talmente tipico di questa citt (dove  durato dal X secolo al 1749) da essere conosciuto anche come stile fiorentino. Quello della Nativit, invece, era in uso nei territori della Chiesa, ma solamente sotto il pontificato di Bonifacio VIII. Cante dei Gabrielli era eugubino, e umbri erano i notai e i cancellieri al suo seguito: per loro, dunque, era naturale contare dalla Nativit, ma farlo proprio a Firenze, con una cos forte connotazione politica, sembra una provocazione bella e buona.  come se oggi, improvvisamente, dei giudici fiorentini emettessero sentenze datate secondo un calendario che colloca il 24 marzo 2012 nel 2011.
Sulla datazione dellincontro di Gargonza e sugli effetti che esso dovette produrre nellinasprimento della repressione nera ha scritto pagine chiarificatrici Guido Pampaloni, I primi anni dellesilio di Dante, in Conferenze aretine 1965, Arezzo, Zilli, 1966, pp. 133-145; Id., I primi tempi dellesilio. Da Gargonza a S. Godenzo. LUniversitas Partis Alborum e il governo bianco in Arezzo, in Il processo di Dante, cit., pp. 45-47. Leffetto sconvolgente provocato dallalleanza tra i Bianchi e i Ghibellini  oggetto di una acuta analisi di CARPI, pp. 483-488. Sulla sostanziale differenza tra le condanne per baratteria emesse nel marzo 1302 e quelle successive, relative a comportamenti criminosi pi esplicitamente rivolti contro la citt e il suo governo, sono fondamentali le osservazioni di Milani, Appunti per una riconsiderazione del bando di Dante, cit., pp. 56-64.
Parte seconda
LESILIO.
I. In guerra con Firenze (1302-1304).
Arezzo e il blocco geopolitico antifiorentino
Sulla grande consorteria dei Guidi si veda Ernesto Sestan, I conti Guidi e il Casentino (1956), poi in Id., Italia medievale, cit., pp. 356-378; notizie sugli Ubaldini nella voce dellED di Renato Piattoli. Per Uguccione della Faggiola (o Faggiuola) rimando a Monti, Uguccione della Faggiola, cit., e alla voce del DBI di Christine E. Meek.
Il tradimento di Carlino dei Pazzi  raccontato da DAVIDSOHN, IV, pp. 318-319; il dannato Camicione parla a Dante in If XXXII 66-69.
LUniversit dei Guelfi bianchi
Per la ricostruzione delle vicende dei Bianchi subito dopo lesilio si vedano: DAVIDSOHN, IV; Pampaloni, I primi anni dellesilio di Dante, cit., pp. 133-145; Giuseppe Indizio, Sul mittente dellepistola I di Dante (e la cronologia della I e della II), RSD, II (2002), pp. 134-145, ai quali si aggiungano: Giorgio Petrocchi, La vicenda biografica di Dante nel Veneto, in Id., Itinerari danteschi, cit., pp. 88-103, e Francesco Bruni, La citt divisa. Le parti e il bene comune da Dante a Guicciardini, Bologna, il Mulino, 2003, al quale rimando sia per Ildebrandino vescovo di Arezzo sia per la pratica di costituire universitates da parte degli sbanditi (pp. 54-56). Per il trasferimento ad Arezzo di Vieri dei Cerchi si legga Cino Rinuccini, Ricordi (1282-1460), Firenze, Piatti, 1840, p. VII: A d 4 dAprile 1302 fu cacciato di Firenze Messer Vieri de Cerchi e tutti i suoi consorti, e confiscato tutti i beni di detto Messer Vieri e messi in comune, il quale se nand a Arezzo e vi mand un bando, che qualunche avessi avere da lui, mandassi l e sarebbe pagato cortesemente; e cos fece pagare ognuno, e dicesi che pag pi di 80.000 fiorini, e dicesi che fu ricco di pi di 600.000 fiorini.
Il contratto sottoscritto a San Godenzo  pubblicato da PIATTOLI, n. 92.
La carriera militare di Moroello Malaspina pu essere cos riassunta: fu capitano dei fiorentini nel 1288 contro i ghibellini di Arezzo, capitano generale di guerra dei Guelfi bolognesi contro gli Este nel 1297 e quindi podest. Poi capitano generale per Matteo Visconti nella lega contro i marchesi di Monferrato ed alleati nel 1299, capitano generale di lucchesi e fiorentini di parte guelfa nera contro Pistoia fra il 1302 ed il 1306, capitano del popolo in Pistoia (Eliana M. Vecchi, Alagia Fieschi marchesa Malaspina. Una domina di Lunigiana nellet di Dante, Lucca, maria pacini fazzi editore, 2003, p. 40); su Moroello informa dettagliatamente la voce del DBI di Enrica Salvatori. Vanni Fucci profetizzer a Dante: Tragge Marte vapor di Val di Magra / ch di torbidi nuvoli involuto; / e con tempesta impetosa e agra / sovra Campo Picen fia combattuto; / ond ei repente spezzer la nebbia, / s chogne Bianco ne sar feruto (If XXIV 145-150).
Per Scarpetta Ordelaffi si veda la voce dellED Ordelaffi di Augusto Vasina. 
Il cronista che parla della ferocia di Fulcieri da Calboli  VILLANI, IV LIX. In Pg XIV 58-63 dice Guido del Duca a Rinieri da Calboli: Io veggio tuo nepote che diventa / cacciator di quei lupi [i Bianchi] in su la riva / del fiero fiume [lArno], e tutti li sgomenta. / Vende la carne loro essendo viva; / poscia li ancide come antica belva; / molti di vita e s di pregio priva.
Per quanto riguarda i Polentani, a fianco di Scarpetta viene a trovarsi Bernardino da Polenta, podest-signore di Cervia, fratello di Francesca, marito a propria volta duna Maddalena Malatesta sorella di Gianciotto e di Paolo (CARPI, pp. 623-624).
Su Aghinolfo di Romena si veda la voce del DBI Guidi, Aghinolfo di Marco Bicchierai.
Per la biografia di Benedetto XI rimando alla voce dellEP di Ingeborg Walter.
La solitudine dellesule.
Per i due Cione, di Bello e di Brunetto, si vedano le voci dellED di Renato Piattoli.
La citazione a p. 152  da BOCCACCIO, 72; laccenno ai luoghi sacri  in BOCCACCIO, 180. La presenza di Bernardo Riccomanni in Santa Croce  documentata solo fino al luglio 1299, e ci ha suggerito lipotesi che questi, raggiunti alla fine del secolo il sacerdozio e gli ordini maggiori, venisse destinato ad un altro convento, in altra sede (Renato Piattoli, Codice Diplomatico Dantesco. Aggiunte, Archivio storico italiano, CXXVII, disp. I-II [1969], pp. 3-108; la cit. a p. 83; di Piattoli si veda anche la voce dellED Riccomanni, Bernardo). Lipotesi, comunque, non  suffragata da prova alcuna; negli anni Dieci del Trecento frate Bernardo sembra risiedere in Santa Croce. Secondo Giorgio Padoan, Introduzione a Dante, Firenze, Sansoni, 1975, p. 47, per luoghi sacri si intende presso parenti ed amici ecclesiastici. 
Per i provvedimenti contro i parenti dei condannati e i movimenti di Gemma si vedano DAVIDSOHN, IV, pp. 280-281 (al quale rimando anche per il ruolo dellAcciaioli, p. 307), e, soprattutto, Barbi, Un altro figlio di Dante? cit., pp. 347-370. 
Nella mischia
Che Dante facesse parte del Consiglio dei dodici  affermato da BRUNI, p. 546.
Per gli intrecci matrimoniali tra i Guidi e i Malatesta si veda Baldelli, Dante e Francesca, cit., pp. 26-27.
A San Benedetto avevano propriet i Guidi di Romena, i quali, stando a BOCCACCIO, XVI 74-75, avevano progettato di costruirvi un grande castello e a quel progetto non realizzato potrebbe alludere il verso ove dovea per mille esser recetto. Per la fonte Branda si veda Giorgio Varanini, Dante e la fonte Branda di Romena, in Id., Lacceso strale. Saggi e ricerche sulla Commedia, Napoli, Federico & Ardia, 1984, pp. 228-252.
La collaborazione tra Dante e Pellegrino Calvi  stata forse pi preziosa per noi che per Dante stesso: i documenti epistolari raccolti dal Calvi nella sua cancelleria e qualche suo scritto cronachistico, andati tutti perduti, erano noti infatti allumanista forlivese del Quattrocento Biondo Flavio, molto amico di Leonardo Bruni. Di alcuni di quei documenti Biondo ci ha conservato memoria, grazie alla quale possiamo ricostruire qualche tratto della vicenda biografica dantesca, come la missione a Verona in qualit di ambasciatore: cfr. le fondamentali voci dellED Biondo Flavio e Calvi, Pellegrino di Augusto Campana, ma anche ZINGARELLI, p. 188.
In missione a Verona.
Per la ricostruzione dei soggiorni veronesi di Dante sono fondamentali Petrocchi, La vicenda biografica di Dante nel Veneto, cit., INDIZIO e CARPI, passim.
Biondo Flavio (Historiarum ab inclinatione Romani imperii decades quattuor, Basileae, Froben, 1531, decade II, libro IX, p. 338), dopo aver affermato che i fatti testimoniati dalle parole di Dante Alighieri, poeta fiorentino, sono di pi sicura credibilit di quanto vediamo attestato da Villani e Tolomeo da Lucca, scrive che Cangrande della Scala, che allora si era appena impadronito di Verona, su richiesta di tutte le parti suddette che operavano a Forl per il tramite di unambasceria di Dante concesse aiuti militari di cavalleria e fanteria (multa sunt secuta, quae Dantis Aldegherii, poetae Florentini, verbis dictata certioris notitiae sunt quam a Villano Ptolemaeoque Lucensi referri videamus  Et Canis Grandis Scaliger, Veronae tunc primum dominio potitus, a praedictis omnibus Fori Livii agentibus per Dantis legationem oratus, auxilia equitum peditumque concessit). Ovviamente, Biondo Flavio confonde Bartolomeo della Scala con il pi celebre Cangrande, e neppure sembra fondata la notizia che gli Scaligeri abbiano mandato gli aiuti militari richiesti, ma non c motivo di dubitare della fondatezza dellinformazione sullambasceria di Dante. Notevole  il credito che Biondo concede alle epistole dantesche  da lui conosciute nella trascrizione che ne aveva fatto il Calvi , tanto da sostenere che Dante  di pi sicura credibilit dei cronisti Giovanni Villani e Tolomeo da Lucca (cio Bartolomeo Fiadoni).
Fra i dantisti  ancora viva la discussione se il primo ospite veronese di Dante sia stato Bartolomeo o suo fratello Alboino, anche se proprio laccenno allo stemma dovrebbe togliere ogni dubbio al riguardo: si vedano la voce dellED Della Scala, Bartolomeo e INDIZIO, p. 224; propende invece per la candidatura di Alboino CARPI, pp. 71-74, 125 (da consultare, alle pp. 72-73, in merito ai giudizi negativi espressi da Dante nei confronti degli Scaligeri). Dellaquila si fregeranno anche Cangrande, fratello di Bartolomeo, che sposer una figlia (Giovanna) di Corrado dAntiochia, nipote di Federico II, e il cugino Federico della Scala, sposo di Imperatrice (cfr. CARPI, p. 82), ma ci in anni posteriori, anche se di poco. Non stupisca, infine, che Dante chiami lombardo un veronese: ai suoi tempi, infatti, Verona era considerata terra lombarda e perci distinta dalla Marca Trevigiana, lattuale Veneto; si leggano le osservazioni di Gianfranco Folena, La presenza di Dante nel Veneto, Atti e memorie dellAccademia patavina di scienze, lettere ed arti, 78 (1965-1966), pp. 483-509 (alle pp. 487-488), e di TAVONI, pp. 1248-1249, 1303-1304.
Asdente sar collocato tra gli indovini di If XX (vv. 118-120); Guido da Castello ritorner, insieme a Gherardo da Camino e Corrado da Palazzo, in Pg XVI 121-126. Per la fase filoguelfa e antiscaligera della vita di Dante si veda CARPI, pp. 517-520; la frase cit. a p. 157  di FIORAVANTI, commento a Cv IV XVI 6.
Per quanto riguarda il prolungarsi del soggiorno veronese, a Michele Barbi (Una nuova opera sintetica su Dante, cit., pp. 29-85) non spiaceva lipotesi che Dante o dambasciatore si trasmutasse quasi subito in ospite, venuta meno la ragione dellambasciata, o ritornasse a Verona poco dopo la disfatta di Pulicciano, e si ricongiungesse poi agli altri fuorusciti prima del marzo 1304, anche perch, a suo dire,  probabile che Dante abbia cominciato le sue peregrinazioni per la penisola mentre era ancora legato coi compagni: andava e veniva, secondo il bisogno (pp. 44-45).
Il fascino irresistibile di una biblioteca
Il sonetto dellAngiolieri a Dante  commentato da De Robertis in Alighieri, Rime, cit., pp. 477-478; qui, alle pp. 481-482,  pubblicato anche il sonetto Cecco Angiolier, tu mi pari un musardo di Guelfo Taviani; sullo scambio si veda anche Giunta, Versi a un destinatario, cit., pp. 276-277. 
In VE II VI 7, parlando del fenomeno sintattico che egli definisce constructio suprema, Dante scrive che la si riscontra presso i poeti regolati (Virgilio, lOvidio delle Metamorfosi, Stazio e Lucano), ma anche in grandi prosatori come Tito Livio, Plinio, Frontino, Paolo Orosio, e molti altri che una sollecitudine amica ci invita a visitare (et multos alios quos amica sollicitudo nos visitare invitat). Per i rapporti di Dante con la Capitolare di Verona si veda Gargan, Per la biblioteca di Dante, cit., pp. 161-193, in part. p. 175-177 (Gargan ritiene che la composizione del De vulgari sia cominciata a Verona in questo periodo), e, soprattutto, TAVONI, pp. 1451-1455. Particolarmente suggestiva  lipotesi di Tavoni che lamico che introduce Dante nei segreti della Capitolare sia il notaio Giovanni de Matociis, detto Giovanni Mansionario, perch, almeno a partire dal 1311, era mansionarius, cio sacrestano, della cattedrale (ma la sua attivit  attestata a Verona gi nel 1303): su di lui si legga la voce del DBI Matociis, Giovanni De (Giovanni Mansionario) di Marino Zabbia. Al contrario, per Billanovich nessuna testimonianza, n alcuna eco delle sue opere ci prova che il poeta della Commedia varc la soglia della biblioteca della cattedrale e che l studi qualcuno dei tanti autori, sacri e profani, noti e ignoti (La tradizione del testo di Livio, cit., p. 55).
Viaggi tra le citt venete
Che il primo libro del De vulgari eloquentia risalga al 1304  provato dal fatto che in esso si cita come vivente (I XII 5) Giovanni I di Monferrato, deceduto nel gennaio 1305 (cfr. la voce del DBI Giovanni I, marchese di Monferrato di Aldo A. Settia).
Per la conoscenza da parte di Dante delle caratteristiche linguistiche dellarea veneta si legga VE I XIV 5-6; per quanto riguarda le localizzazioni geografiche si vedano: per Treviso, Cv IV XIV 12 e Pd IX 49; per gli argini del Brenta, If XV 7-9; per la ruina a sud di Trento, If XII 4-9; per larsenale di Venezia, If XXI 7-15. Che la conoscenza della geografia e della realt linguistica venete risalga al primo soggiorno veronese  sostenuto da INDIZIO, pp. 41-52; altri ipotizzano un soggiorno a Treviso presso i Caminesi, datato, a seconda delle ipotesi, tra la seconda met del 1304 e i primi mesi del 1306: sono di questo avviso, dubitativamente, Petrocchi, La vicenda biografica di Dante nel Veneto, cit., pp. 96-97, e, con pi decisione, CARPI, il quale pi volte insiste sullospitalit che i guelfi Gherardo e Rizzardo da Camino avrebbero dato a Dante. 
Le vicende legate alla questione del sale sono descritte da INDIZIO, pp. 43-44.
Non  per caso che Dante, intorno al 1307, in una fase della sua vita nella quale per calcolo politico si mostra particolarmente favorevole ai Caminesi, tra gli usurai di Malebolge collochi Reginaldo e gli faccia predire la prossima venuta allInferno dellaltro banchiere implicato nei prestiti ai signori di Treviso, il cognato Vitaliano Del Dente (If XVII 64-69). Se nelle condanne di Reginaldo e Vitaliano la presa di posizione a favore dei Caminesi  implicita, la stoccata contro i poco amati Scaligeri  invece del tutto evidente: lusuraio Vitaliano, infatti, era il padre della donna che Bartolomeo della Scala, rimasto vedovo di Costanza, aveva sposato poco prima di morire, nei mesi, quindi, in cui Dante era a Verona. Sugli Scrovegni e i Del Dente, appartenenti questi alla grande famiglia dei Lemizzi,  di grande interesse CARPI, pp. 72, 247, 408.
Color di cener fatti son li Bianchi.
Sulla figura di Niccol da Prato e sul suo operato a favore dellincipiente cultura umanistica sono fondamentali le ricerche di Giuseppe Billanovich, del quale si vedano almeno Tra Dante e Petrarca, cit. e La tradizione del testo di Livio, cit., pp. 41-56.
Sul contrasto che vedeva schierati su fronti opposti Corso Donati e il vescovo Lottieri Della Tosa da un lato e Rosso e Rossellino Della Tosa, dallaltro, si legga CARPI, pp. 630-631. 
Le vicende fiorentine nei mesi della legazione di Niccol da Prato sono raccontate dettagliatamente da DAVIDSOHN, IV, pp. 369-390; qui, a p. 384, la descrizione dellaccoglienza popolare a Lapo degli Uberti. A sostegno della mediazione di Niccol da Prato si muove anche Remigio dei Girolami, che, tra maggio e giugno, scrive un De bono pacis nel quale propone lamnistia per gli esiliati e, in cambio, il condono delle espropriazioni dei beni dei Bianchi fatte dai Neri (si veda Bruni, La citt divisa, cit., pp. 58-59).
Per il problema se il firmatario dellepistola al cardinale sia Alessandro o, come io penso, il fratello Aghinolfo si veda Francesco Mazzoni, Le epistole di Dante, in Conferenze aretine 1965, cit., pp. 47-100, in part. p. 56.
Che dietro la L. si nasconda il frate domenicano Lapo da Prato  proposto in modo convincente da Emilio Panella, di cui si vedano Nuova cronologia remigiana, Archivum fratrum praedicatorum, 60 (1990), pp. 221-222, e Cronologia remigiana (http://www.e-theca.net/emiliopanella/remigio2/re1304.htm). 
Il sonetto di Guido Orlandi pu essere parafrasato come segue: I Bianchi sono inceneriti, e paurosi e vigliacchi come i granchi escono solo di notte, per paura che il leone [il Marzocco, il leone araldico di Firenze?] li abbranchi. Affinch il loro misfatto, lessersi trasformati da guelfi in ghibellini, non venga mai cancellato, da questo momento in poi siano chiamati ribelli, nemici del Comune, come gli Uberti (Che non perdano mai la forfattura /  ch furon guelfi, ed or son ghibellini , / da ora innanti sian detti ribelli, / nemici del Comun come gli Uberti, vv. 8-11). E cos sia abbattuto il nome dei Bianchi attraverso una sentenza inappellabile, a meno che non si rassegnino a essere offerti a San Giovanni (Pollidori, Le rime di Guido Orlandi, cit., son. XVIII; a questo lavoro rimando per linterpretazione del testo e per le notizie biografiche sullautore).
La dolorosa povertade.
Ildebrandino, vescovo di Arezzo dal 1290 per oltre ventanni, fu la personalit di maggior spicco fra i Guidi della sua generazione, lunico a tentare una politica nuova ed autonoma nellItalia ormai postimperiale, n di rassegnazione a Firenze n di ostinazione in un ghibellinismo residuale (CARPI, p. 575).
In assenza di documentazione, la questione della data di morte di Alessandro di Romena  quasi insolubile: Indizio, Sul mittente dellepistola I di Dante, cit., ritiene che Alessandro sia defunto nei primi mesi del 1303 (e, di conseguenza, che lepistola nelle edizioni correnti indicata come seconda sia in realt la prima); io preferisco attenermi alla datazione tradizionale in considerazione del fatto che, mentre nella primavera del 1304 le condizioni economiche di Dante giustificavano limplicita richiesta di aiuto contenuta nellepistola, possiamo ritenere che, allinizio del 1303, Dante, stabilmente inserito nellorganizzazione dellUniversit, non avesse bisogno di avanzare quel genere di richieste. La formula equis armisque vacantem usata nellepistola di condoglianze, pi che a una mancanza reale di mezzi di trasporto, potrebbe alludere alla mancanza, per ragioni economiche, di un degno apparato di tipo cavalleresco necessario per poter sfilare con onore in un corteo funebre: si veda al riguardo Gian Paolo Marchi, Equis armisque vacantem. Postille interpretative a un passo dellepistola di Dante a Oberto e Guido da Romena, Testo, XXXII (2011), pp. 239-252.
Per la falsificazione del fiorino da parte dei Guidi di Romena e per latteggiamento di Dante nei loro confronti rimando a Sestan, Dante e i conti Guidi, cit., pp. 344-345, e a CARPI, pp. 535, 647; la vicenda  ricostruita da DAVIDSOHN, III, pp. 251-253. Per le motivazioni che potevano aver indotto i Guidi a falsificare il fiorino, legate essenzialmente alla necessit di mantenere, anche nello spendere, il loro ruolo di grande famiglia comitale e alla scarsezza di risorse che sempre pi li attanagliava, si veda Migliorini Fissi, Dante e il Casentino, cit., pp. 139-140.
Il documento notarile del mutuo contratto ad Arezzo da Francesco  pubblicato in PIATTOLI, n. 94. 
LOttimo commento, a proposito di Pd XVII 61-68, accenna in modo non molto perspicuo a dissensi fra Dante e la Parte bianca gi guerreggiante, e attribuisce a quei dissensi il fatto che elli si parte da loro.
II. Il ritorno agli studi e alla scrittura (1304-1306).
Il precettore.
Per ricostruire le vicende biografiche di Dante dopo la battaglia della Lastra gli antichi biografi non sono di aiuto. BOCCACCIO, 54-55 (pi ordinato e corretto di BOCCACCIO, 74), riassume come segue gli spostamenti di Dante negli anni fra il 1302 e il 1315-1316: uscito di quella citt, nella qual mai tornar non dovea, sperando in brieve dovere essere la ritornata, pi anni per Toscana e per Lombardia, quasi da estrema povert costretto, gravissimi sdegni portando nel petto, sand avvolgendo. Egli primieramente rifugg a Verona  quindi in Toscana tornatosene, per alcun tempo fu col conte Salvatico in Casentino. Di quindi fu col marchese Moruello Malespina in Lunigiana. E ancora per alcuno spazio fu co signori della Faggiuola ne monti vicini ad Orbino. Quindi nand a Bologna, e da Bologna a Padova, e da Padova ancor si torn a Verona. BRUNI  informato sul biennio dellUniversit, di cui invece Boccaccio tace, ma sa ben poco degli anni successivi, tanto  vero che tra le sedi in cui Dante ha soggiornato prima della discesa di Enrico VII nomina solo Verona.
A Bologna la notoriet di Dante come uomo politico doveva in gran parte dipendere dal fatto che le basi per quel trattato di alleanza che avrebbe assicurato ai Bianchi il sostegno dei bolognesi anche dopo la loro cacciata erano state gettate durante il suo priorato.
Per gli Alighieri fattisi bolognesi si vedano le voci dellED, Alighieri, Bellino e Alighieri, Cione di Renato Piattoli.
Pu essere stata proprio la pratica di maestro privato (praeceptor) ad aver generato lequivoco, nel quale sembra essere caduto anche il figlio Pietro, che Dante possa avere tenuto una forma di lettorato presso lo Studio. Nella canzone Quelle sette arti liberali, scritta negli anni Trenta dopo le condanne degli scritti danteschi a opera di Bertrando del Poggetto (1329) e del Capitolo domenicano di Firenze (1335), Pietro Alighieri fa pronunciare un lamento a ciascuna delle arti liberali per come il maestro loro  stato indegnamente trattato: lAstrologia, in particolare, si accusa di non essere riuscita ad antivedere la finita (la morte) del suo maestro [Dante] che lesse a Bologna (vv. 90-92; la canzone  edita da Domenico De Robertis, Un codice di rime dantesche ora ricostruito, SD, XXXVI [1959], pp. 137-205; pp. 196-205). Osserva De Robertis (p. 204) che nella canzone riaffiorerebbe, attraverso una testimonianza ben pi solida che non quella di Ubaldo Bastiani  la vecchia tesi, sollevata dallo Zingarelli  e da tempo abbandonata dellinsegnamento di Dante (cfr. ZINGARELLI, p. 209; sulla canzone di Pietro si veda anche INDIZIO, pp. 224-226). I versi di Pietro, in effetti, sono una delle pi solide testimonianze del fatto che Dante soggiorn a Bologna (in un periodo non specificato, ma che sembra essere il 1304-1305), ma il tecnicismo leggere  fuorviante: sicuramente non pu riferirsi a un insegnamento pubblico e istituzionale. O Pietro in quegli anni non si trovava a Bologna con il padre, e quindi ricostruisce a posteriori sulla base di notizie di seconda mano, o si trovava a Bologna, ma, essendo ancora un bambino, pu avere male interpretato il fatto che Dante svolgesse unattivit privata di precettore. 
Ubaldo di Bastiano da Gubbio, uomo di legge formatosi allo Studio bolognese e autore, intorno al 1326-1327, di un dialogo latino in forma di prosimetro tra lui e la Morte intitolato Teleutelogio, dichiara di avere avuto nelladolescenza Dante come precettore, ma, stando ai dati anagrafici a disposizione, secondo i quali Ubaldo sarebbe sui venticinque-trentanni quando scrive il dialogo nel quale la dichiarazione  contenuta, con quellespressione non indicherebbe un insegnamento ricevuto di persona a Bologna, ma un discepolato esercitatosi tramite gli scritti. Da segnalare, inoltre, il fatto che nel Teleutelogio Ubaldo, legato agli angioini e inserito nella burocrazia guelfa di Firenze, polemizza, in data molto alta, con alcune posizioni della Monarchia: si vedano in proposito la voce dellED Ubaldo di Bastiano (o Sebastiano) da Gubbio di Attilio Bartoli Langeli; Leonella Coglievina, La leggenda sui passi dellesule, in Dante e le citt dellesilio, cit., pp. 46-74, in part. pp. 60-64; Emiliano Bertin, Primi appunti su Ubaldo di Bastiano da Gubbio lettore e censore della Monarchia, LAlighieri, XLVIII (2007), pp. 103-119.
Una pedagogia per la nobilt italiana: il Convivio
Che il De vulgari eloquentia sia stato scritto a Bologna fra il 1304 e il 1305  sostenuto in modo convincente da TAVONI, pp. 1091-1092, 1113-1116: lo studioso ritiene, contro lipotesi prevalente secondo la quale i primi tre libri sarebbero anteriori al 1306 (e scritti in gran parte a Bologna, come ipotizza anche FIORAVANTI) e il quarto risalirebbe al 1308, che anche il Convivio sia stato scritto prima della fuga da Bologna e della richiesta di perdono individuale (su questultimo punto si veda anche Mirko Tavoni, Guido da Montefeltro dal Convivio allInferno, NRLI, XIII [2010], pp. 167-198, in part. pp. 197-198). Gi prima numerosi studiosi avevano ipotizzato un soggiorno bolognese di circa un biennio, durante il quale Dante avrebbe composto i due trattati: cfr. almeno ZINGARELLI, pp. 211-212; Renucci, Dante disciple et juge du monde grco-latin, cit., pp. 63-66; Francesco Mazzoni, Prefazione a La Divina Commedia con il commento Scartazzini-Vandelli, Firenze, Le Lettere, 1978, p. XVI; INDIZIO, pp. 48-52; INDIZIO, pp. 225-226; per il De vulgari, John A. Scott, Perch Dante?, trad. it. Roma, Aracne, 2010, pp. 71-72. Anche GORNI, p. 184, scrive che tutto in effetti congiura a immaginare Dante a Bologna nel biennio 1304-1306. Diversa  la ricostruzione, fatta sulla base di una logica politica, degli spostamenti di Dante fra il 1304 e il 1306 proposta da Umberto Carpi, del quale, oltre a CARPI, passim, si vedano: Un Inferno guelfo, cit. e Tre donne intorno al cor mi son venute, in Dante Alighieri, Le quindici canzoni lette da diversi, II, 8-15, Quaderni Per Leggere, Lecce, Pensa, 2011. Carpi pensa che Dante, dopo la sconfitta della Lastra, abbia soggiornato per breve tempo a Bologna, ma che poi si sia trasferito a Verona presso Alboino della Scala e, successivamente, a Treviso presso Gherardo da Camino; nel 1306, infine, approda in Lunigiana presso Moroello Malaspina e, lanno dopo, ritorna nuovamente nel Casentino. Lintera ricostruzione ruota intorno allevento basilare del pentimento di Dante e della sua ricerca di un accordo con i Neri fiorentini per rientrare a Firenze.
La frase cit. a p. 174  presa dallintroduzione di FIORAVANTI.
Letica del dono
Per la canzone Doglia mi reca sono rilevanti gli studi raccolti in Grupo Tenzone, Doglia mi reca ne lo core ardire, a c. di Umberto Carpi, Madrid, Departamento de Filologa Italiana UCM - Asociacin Complutense de Dantologa, 2008 (in particolare quelli di Umberto Carpi, La destinataria del congedo e unipotesi di contestualizzazione, pp. 13-29, e di Enrico Fenzi, Tra etica del dono e accumulazione. Note di lettura alla canzone dantesca Doglia mi reca, pp. 147-211).
La canzone  citata in VE II II 8, e quindi  anteriore allinizio del 1305: sulla datazione cfr. anche Fenzi, Tra etica del dono e accumulazione, cit., pp. 147-149, il quale, in accordo con CARPI, pp. 75-80, la ritiene composta a Treviso (e non a Bologna come nella mia ipotesi).
La frase sullesperienza autobiografica cit. a p. 176  di Migliorini Fissi, Dante e il Casentino, cit., p. 126; a proposito degli stessi versi CARPI, p. 78 nota: sembra la fotografia dellesperienza di Dante presso Alboino e la corte scaligera, proprio lopposto dellesperienza di liberalit cortese che stava provando  nella Treviso caminese. 
Sulla destinataria della canzone si vedano ancora Carpi, La destinataria del congedo, cit., e Fenzi, Tra etica del dono e accumulazione, cit. Invece Francesco Bausi, Lettura di Doglia mi reca, in Le quindici canzoni lette da diversi, cit., ritiene che la destinataria sia Giovanna di Federico Novello, cio una nipote della Bianca Giovanna Contessa di Guido Novello, sposata con dispensa al consanguineo Tegrimo II dei Guidi di Modigliana-Porciano. Bausi ritiene anche che la canzone risalga alla met degli anni Novanta e che solo il congedo sia stato scritto nei primi anni dellesilio (fine 1302 - inizio 1303): esso consisterebbe in una richiesta di protezione ai Guidi. Carpi (Tre donne intorno al cor mi son venute, cit.) obietta per che la canzone trasuda esilio da ogni riga e fa notare il particolare decisivo che la destinataria proposta da Bausi si chiama Giovanna, e non Bianca Giovanna. 
Per i Bonacolsi di Mantova si vedano le voci del DBI, Bonacolsi Guido, detto Bottesella e Bonacolsi, Tagino (Tayno) di Ingeborg Walter. Nella scelta di Bianca Giovanna come interlocutrice forse  anche implicita una critica agli Scaligeri, stretti alleati del Guido Bonacolsi in guerra con gli Este, ai quali erano invece legati Tagino e il figlio.
La promozione del volgare
Per le osservazioni svolte in questo e nel prossimo paragrafo sono importanti le introduzioni di FIORAVANTI e TAVONI, pp. 1067-1116.
Lamore per la citt natale non impedisce a Dante di vederne i limiti, che, per reazione, tende addirittura a enfatizzare: Invece noi, a cui  patria il mondo come ai pesci il mare, bench abbiamo bevuto allArno da prima di essere svezzati, e bench amiamo Firenze al punto che, perch labbiamo amata, soffriamo ingiustamente lesilio, noi  abbiamo tratto la convinzione, e fermamente giudichiamo, che esistono molte regioni e citt e pi nobili e pi amabili della Toscana e di Firenze, di cui siamo nativi e cittadini, e che molti popoli e genti usano una lingua pi bella e pi utile di quella degli Italiani (Nos autem, cui mundus est patria velut piscibus equor, quanquam Sarnum biberimus ante dentes et Florentiam adeo diligamus ut, quia dileximus, exilium patiamur iniuste  multas esse perpendimus firmiterque censemus et magis nobiles et magis delitiosas et regiones et urbes quam Tusciam et Florentiam, unde sumus oriundus et civis, et plerasque nationes et gentes delectabiliori atque utiliori sermone uti quam Latinos; VE I VI 3).
Il De vulgari eloquentia.
Che il piano del trattato prevedesse cinque libri  ipotizzato da TAVONI, p. 1363.
Si veda la protesta di novit con la quale il trattato si apre (VE I I 1): non ci risulta che nessuno prima di noi abbia minimamente coltivato la dottrina delleloquenza volgare (Cum neminem ante nos de vulgaris eloquentie doctrina quicquam inveniamus tractasse).
I professori dello Studio
Oltre allamore (venus), salus (la salvezza) e virtus sono i grandi argomenti (magnalia) che richiedono necessariamente di essere cantati in stile tragico. Ciascuno dei tre settori (poesia damore, poesia delle armi, e poesia morale) ha i suoi campioni: in provenzale, Arnaut Daniel per il primo, Bertran de Born per il secondo e Giraut de Borneil per il terzo; nel volgare illustre italiano, Cino da Pistoia per lamore e Dante stesso per la rettitudine (VE II II). Manca ancora, in Italia, un campione nella poesia delle armi, o epica.
In assenza di una moderna biografia di Cino da Pistoia  necessario ricorrere ancora a Zaccagnini, Cino da Pistoia, cit. 
Per le strategie dantesche nei confronti degli ambienti universitari si vedano Pier Vincenzo Mengaldo, Linguistica e retorica di Dante, Pisa, Nistri-Lischi, 1978, pp. 64-65, e soprattutto TAVONI, pp. 1364-1366, 1443-1444.
Il ruolo di mediatore di Cino tra Dante e gli ambienti universitari  messo in luce da INDIZIO, pp. 50-51 (che giustamente sottolinea la gratitudine di Dante nei confronti dellamico espressa nellEp III), e da TAVONI nel commento; GORNI, p. 184, parla di un Cino da Pistoia voglioso di lanciare lamico fiorentino in ambito filosofico e accademico.
La frase cit. a p. 182  di GIUNTA, p. 584.
III. Il pentito (1306-1310)
In fuga da Bologna.
Per gli incerti equilibri tra le fazioni bolognesi dei Lambertazzi e dei Geremei si veda CARPI, pp. 480-481; a lui rimando anche per la figura di Venedico e per il ruolo della famiglia Caccianemici (pp. 411, 495-498). Si tenga presente che Venedico era ancora vivo nel 1300: sappiamo, infatti, che fa testamento nel gennaio 1303. Collocarlo tra i defunti  stato un errore di Dante o una scelta voluta? 
Per le vicende bolognesi e pistoiesi della primavera del 1306 si veda DAVIDSOHN, IV, pp. 435-440. Dei bandi contro i Bianchi e i Ghibellini trattano Emilio Orioli, Documenti bolognesi sulla fazione dei Bianchi, Bologna, Tip. Garagnani e Figli (estratto da Atti e memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le provincie di Romagna, III Serie, XIV, 1896, pp. 1-15), alle pp. 6-7, e Livi, Dante, suoi primi cultori, sua gente in Bologna, cit., p. 156. 
Linviato del papa
La storia della legazione dellOrsini  raccontata da DAVIDSOHN, IV, pp. 446-475; per una valutazione storica delloperato dellOrsini e una analisi dei rapporti da lui intrattenuti con il fuoruscitismo guelfo e ghibellino si veda CARPI, pp. 437-438, 579, 631-632. Un rapido ritratto del cardinale Orsini  tracciato da Maire Vigueur, Laltra Roma, cit., pp. 252-253. 
Una richiesta di perdono.
Per Foresino e Niccol Donati cfr. Michele Barbi, Per un passo dellepistola allamico fiorentino e per la parentela di Dante (1920), poi in BARBI, pp. 305-328, in part. pp. 309, 328, e Padoan, Introduzione a Dante, cit., p. 103.
Per lo scambio di sonetti Cino-Dante (Moroello) si veda GIUNTA, pp. 594-600; a Claudio Giunta, Codici. Saggi sulla poesia del Medioevo, Bologna, il Mulino, 2005, p. 178, rimando per la prassi di scrivere testi lirici responsivi in persona di.
Per le posizioni politiche di Cino e la carica di giudice assunta a Pistoia nel 1307 si veda Zaccagnini, Cino da Pistoia, cit., pp. 145-148.
Il racconto di Boccaccio si legge in BOCCACCIO, 179-183, e BOCCACCIO, VIII I 6-19. Il problema del rientro non si poneva per i figli maschi, dal momento che nel 1306 nessuno di loro aveva compiuto quattordici anni: vedremo che latto con il quale Dante nel 1311 sar escluso dalla cosiddetta amnistia di Baldo dAguglione non nomina i figli, il che significa che a quella data non erano ancora soggetti al bando. 
DAVIDSOHN, IV, pp. 280-281, pensa che Gemma, certo per la sua appartenenza alla casata dei Donati, pot tornare a Firenze (si vedano, per, le argomentazioni in contrario di Barbi, Un altro figlio di Dante?, cit., pp. 357-358). Come quella dei beni in compropriet, anche la questione dei diritti della moglie sui beni sequestrati o confiscati a un condannato era molto dibattuta dalla giurisprudenza dellepoca. Alberto Gandino ne tratta nella rubrica De bonis malefactorum del Tractatus maleficiorum: risulta che la prassi giudiziaria era divisa tra losservanza del diritto comune, che prescriveva il rispetto dei diritti dotali della moglie, e la fedelt agli statuti, che imponevano la confisca se non la distruzione dei beni. Dalla quaestio discussa nel par. 3 (Kantorowicz, Albertus Gandinus und das Strafrecht der Scholastik, cit., pp. 349-350) si ricava che una moglie, in virt della posizione privilegiata che la legge le accordava, soprattutto per quanto riguardava i diritti dotali, se non poteva impedire il sequestro, poteva tuttavia cercare di recuperare i frutti della porzione di patrimonio che garantiva la sua dote, e questo  per lappunto il caso di Gemma. La quale, tuttavia, non riusc nel suo intento, e solo dopo la morte di Dante pot annualmente richiedere sui beni del defunto  i frutti della dote che aveva portato sposandosi (Renato Piattoli, voce dellED Donati, Gemma). Al contrario, secondo Padoan, Introduzione a Dante, cit., p. 103, qualcosa Gemma doveva forsanche essere riuscita ad ottenere in restituzione dei beni sequestrati facendosi forte della propria dote, se ancora nel 1329 riceveva come corrispettivo dallUfficio dei beni dei ribelli lassegnazione annua di 26 staia di grano.
Popolo mio, che ti ho mai fatto?
I passi dellepistola perduta sono citati da BRUNI, p. 546. Bruni e quanti negano il lungo soggiorno bolognese di Dante a favore di soggiorni a Verona e Treviso affermano che le richieste di perdono, compresa Popule mee, furono inviate da Verona. Ma oltre alle considerazioni gi fatte che rendono improbabile il soggiorno veronese in questi anni, per quanto attiene strettamente allepistola risulterebbe davvero strano che Dante avesse inviato un testo nel quale, come vedremo, sconfessa la sua passata alleanza con i Ghibellini e chiede perdono di quello che per i fiorentini costituiva un autentico tradimento proprio da Verona, che era una delle capitali del ghibellinismo italiano. Bruni distingue tra lettere inviate a privati, a detentori di cariche pubbliche e al popolo: INDIZIO, p. 271, ritiene che Popule mee sia stata indirizzata al popolo, e non al reggimento, come quella, invece, di cui parla VILLANI, X CXXXVI; ma laffermazione del Bruni appare condizionata dallincipit dantesco (Popule), e non sembra verosimile che Dante abbia inviato una sorta di lettera aperta collettivamente alla classe dirigente. A me sembra certo che sia Bruni sia Villani (oltre che Biondo Flavio) parlino della stessa epistola.
Il versetto di Michea (6,3), declamato nella liturgia del Venerd santo proprio nella forma: Popule mee, quid, anzich Populus meus,  citato anche nella dantesca canzone trilingue A faus ris, pour quoi tra aves, vv. 2-3:  et quid tibi feci, / che fatta mhai s dispietata fraude?. Aprire una lettera con un passo scritturale , comunque, una caratteristica del Dante epistolografo: per esempio, lepistola ai cardinali italiani (Ep XI) inizia con la citazione del primo versetto delle Lamentazioni (Quomodo sedet sola civitas), versetto che apriva anche lepistola perduta ai principi della terra in morte di Beatrice. 
Di colpa Dante parla nella canzone Tre donne intorno al cor mi son venute, v. 88.
Con la frase citata a p. 189 COMPAGNI (II XXX) commenta la tortura e la decapitazione inflitte da Fulcieri da Calboli a Donato Alberti.
Sulla colpa di Dante ha scritto pagine definitive Carpi, Tre donne intorno al cor mi son venute, cit.
Il passo della predica di Giordano da Pisa  riportato da Bruni, La citt divisa, cit., p. 39 (alle pp. 36-37 un breve profilo biografico del frate domenicano).
Ai piedi dei monti di Luni.
Potrebbe collocarsi durante il viaggio da Bologna alla Lunigiana (viaggio che, dopo la caduta di Pistoia, non poteva seguire un itinerario toscano) lospitalit concessa a Dante da Guido di Castello, il semplice Lombardo, nella sua casa di Reggio. Ne accenna Benvenuto da Imola commentando i vv. 124-126 di Pg XVI nei quali il nobile reggiano  ricordato insieme a Corrado da Palazzo e a Gherardo da Camino: cuius liberalitatem poeta noster expertus est semel, receptus et honoratus ab eo in domo sua.
I dati sugli spostamenti di Moroello nella primavera-estate del 1306 si ricavano da Vecchi, Ad pacem et veram et perpetuam concordiam devenerunt, cit., p. 110. Per i rapporti di Dante con i Malaspina sono rilevanti molti passi di CARPI, in part. le pp. 519-528. Suggestiva  lipotesi formulata da Giuseppe Ciavorella (Corrado Malaspina e sua gente onrata. Ospitalit e profezia [Purgatorio VIII, 109-39], LAlighieri, LI [2010], pp. 65-85) che Moroello abbia consultato Cino (mentre i due erano a Pistoia, o nei dintorni, durante lassedio) per avere un parere sul modo di risolvere le annose controversie dei Malaspina con il vescovo di Luni e che Cino abbia proposto una intermediazione neutrale fra le due parti  e abbia fatto il nome di Dante come persona capace di trattare la complessa questione. I Malaspina avrebbero accettato la proposta e Cino avrebbe scritto a Dante, che a sua volta avrebbe accettato lincarico (p. 75).
La testimonianza del presunto Pietro Alighieri  riportata da INDIZIO, p. 223 (a cui rimando anche per i dubbi sulleffettiva paternit di Pietro della seconda e terza redazione del commento alla Commedia). 
In If XXXII 28-30 scrive che il ghiaccio di Cocito  talmente spesso che se Tambernicchi [la Tambura] / vi fosse s caduto, o Pietrapana [la Pania della Croce], / non avria pur da lorlo fatto cricchi. Lindovino Arunte ne monti di Luni, dove ronca [dissoda, coltiva] / lo Carrarese che di sotto alberga, / ebbe tra  bianchi marmi la spelonca / per sua dimora; onde a guardar le stelle / e l mar non li era la veduta tronca (If XX 47-51).
Lelogio dei Malaspina occupa ben quattro terzine di Pg VIII (vv. 121-132).
Per le azioni belliche di Franceschino di Mulazzo si veda la voce del DBI Malaspina, Franceschino di Franca Ragone. 
La procura notarile e latto di pace del 6 ottobre 1306 sono editi in PIATTOLI, nn. 98, 99. Il contributo pi rilevante intorno alla trattativa e ai documenti sottoscritti  quello di Vecchi, Ad pacem et veram et perpetuam concordiam devenerunt, cit., al quale rimando anche per notizie su Antonio da Camilla (pp. 132-136); per la possibile paternit dantesca dellarenga dellatto di pace si veda Emiliano Bertin, La pace di Castelnuovo Magra (6 ottobre 1306). Otto argomenti per la paternit dantesca, IMU, XLVI (2005), pp. 1-34, ma anche Padoan, Tra Dante e Mussato, cit., pp. 38-39. Tra i testimoni dellatto figura il frate minorita Guglielmo Malaspina, che ritroveremo in lite con Gherardino Malaspina per la nomina a vescovo di Luni, dopo la morte di Antonio da Camilla.
Perdonare  bel vincer di guerra.
Sulla canzone Tre donne sono particolarmente interessanti gli studi pi recenti, perch la mettono in rapporto con lammissione di colpa e la richiesta di perdono: su tutti spicca il saggio di Carpi, Tre donne intorno al cor mi son venute, cit., ma di rilievo sono anche quelli raccolti in Grupo Tenzone, Tre donne intorno al cor mi son venute, Madrid, Departamento de Filologa Italiana UCM - Asociacin Complutense de Dantologa, 2007 (in part. segnalo: Umberto Carpi, Il secondo congedo di Tre donne, pp. 15-26; Natascia Tonelli, Tre donne, il Convivio e la serie delle canzoni, pp. 51-71, e Enrico Fenzi, Tre donne 73-107: la colpa, il pentimento, il perdono, pp. 91-124) e larticolo di Stefano Carrai, Il doppio congedo di Tre donne intorno al cor mi son venute, in Le rime di Dante, cit., pp. 197-211. La datazione proposta in questi lavori, allincirca tra la fine del 1304 e i primi mesi del 1305, a Verona, che pure abbassa quella tradizionale fissata tra il 1302 e il 1304, diverge dalla mia (fine del 1306: fra laltro, il fatto che la canzone non sia citata nel De vulgari eloquentia potrebbe essere un ulteriore indizio a favore della tesi che essa sia posteriore al 1305) perch basata sulla convinzione che il pentimento di Dante sia di poco posteriore alla battaglia della Lastra.
Dellinterpretazione politica secondo la quale il bel segno del v. 81 alluderebbe a Firenze ha fatto giustizia Carpi, Tre donne intorno al cor mi son venute, cit., per il quale, se si parafrasasse e se non fosse per il fatto che per lontananza mi  sottratta alla vista  quella bella Firenze da cui sono stato in foco miso  considererei lieve da sopportare ci che cos, invece, mi resta grave, cio la lontananza da Firenze, si otterrebbe la seguente, curiosissima ipotetica dellassurdo: se non fosse che mi  sottratto il vedere Firenze, non vedere Firenze mi sarebbe lieve. Che lespressione bel segno denoti un oggetto damore femminile  del resto avvalorato dai versi (1-9) di un sonetto di Giovanni Quirini (che uno dei tre testimoni assegna a Dante): Se il bel aspetto non mi fosse tolto / di questa donna chio veder desiro, / per cui dolente qui piango e sospiro / coss lontan dal suo ligiadro volto, / ci che mi grava  / mi seria leve (citati da GIUNTA, p. 537), ai quali si possono aggiungere quelli pi tardi di Nicol de Rossi: Da che mego veo mer tradita, / e sopra me pietate stuta e morta, / et humelt che ver me sdegno porta, / e la fede damor rotta e falita, / e che la spene di tornare e ita, / e l bel segno che plu no mi conforta, / e lombra di pae starmi pur torta, / poco curo che sia ormai de mia vita (vv. 1-8; edito in Furio Brugnolo, Il canzoniere di Nicol de Rossi, vol. I: Introduzione, testo e glossario, Padova, Editrice Antenore, 1974, p. 217).
La citazione di p. 196 sullassenza di significati riposti nella canzone  presa da GIUNTA, p. 538; anche GIUNTA (p. 537) fa il nome di Gemma a proposito della donna allusa con lespressione bel segno, ma egli parla di Gemma rimasta in citt e non di Gemma ritornata in citt.
Amore tremendo e imperioso
La citazione di p. 198  presa da BOCCACCIO, 74. I rapporti di Dante con i Faggiolani e i Guidi di Dovadola sono esplorati in modo assai persuasivo da CARPI, pp. 360-383; a lui si deve anche lidentificazione di Rinieri o Ranieri da Corneto con il padre di Uguccione (cfr. pp. 375-383). La Corneto montefeltrana non va confusa con la Corneto (Tarquinia) citata da Dante a designare i confini della Maremma: tra Cecina e Corneto i luoghi clti (If XIII 9).
Bench guelfo, Guido Salvatico si era imparentato con i ghibellini conti di Montefeltro sposando Manentessa, figlia del Buonconte morto a Campaldino e perci nipote del condottiero Guido: ma queste erano alleanze locali che prescindevano dagli schieramenti politici. Un nipote di Guido Salvatico, di nome Marcovaldo II, aveva sposato Fiesca, figlia di Moroello e di Alagia Fieschi.
Di Guido Guerra, Dante scrive: nepote fu de la buona Gualdrada [la figlia di Bellincion Berti nella quale Dante vedeva incarnate le buone virt del tempo antico]; / Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita / fece col senno assai e con la spada (If XVI 37-39).
Della imponente bibliografia sulla montanina ricordo soltanto alcuni interventi pi recenti: i saggi raccolti in Grupo Tenzone, Amor, da che convien pur chio mi doglia, a c. di Emilio Pasquini, Madrid, Departamento de Filologa Italiana UCM - Asociacin Complutense de Dantologa, 2009 (in particolare quello di Umberto Carpi, Un congedo da Firenze?, pp. 21-30, e la rassegna delle diverse letture della canzone fatta da Enrico Fenzi, La montanina e i suoi lettori, pp. 31-84); Dante Alighieri, La canzone montanina, a c. di Paola Allegretti, con una prefazione di Guglielmo Gorni, Verbania, Tarar Edizioni, 2001; Anna Fontes Baratto, Le Diptyque montanino de Dante, Arzan. Cahiers de littrature mdivale italienne, 12 (2007), pp. 65-97; Natascia Tonelli, Amor, da che convien pur chio mi doglia. La canzone montanina di Dante Alighieri (Rime, 15): nodi problematici di un commento, Per leggere, X, 19 (2010), pp. 7-36.
Per la propriet di Pratovecchio da parte di Guido Salvatico si veda Alfred Bassermann, Orme di Dante in Italia. Vagabondaggi e ricognizioni, a c. di Francesco Benozzo, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2006 (rist. anast. delled. Zanichelli del 1902; 1a ed. Heildelberg 1897), pp. 92-93, 189. Laffermazione del cosiddetto Anonimo fiorentino (in relazione a Pg XXIV 43-45)  riportata da Migliorini Fissi, Dante e il Casentino, cit., pp. 127-128; sullAnonimo, che se fosse possibile identificare con Antonio di San Martino a Vado sarebbe di origine casentinese, si vedano le voci di BELLOMO, pp. 97-101, e di Francesca Geymonat nel CCD. Malato, Dante, cit., p. 56, ritiene che la montanina sia stata scritta forse in Lunigiana.
Una fervida analisi della passione distruttiva che colpisce Dante nel Casentino e della sua verit autobiografica in Emilio Pasquini, Vita di Dante. I giorni e le opere, Milano, Rizzoli, 2006, pp. 53-59; dellautobiograficit di questo amore si dichiara convinto anche CARPI, pp. 761-762. La notizia della donna casentinese gozzuta si legge in BOCCACCIO, 35. La documentazione della presenza di Moroello in Lunigiana nel maggio 1307  fornita da Vecchi, Ad pacem et veram et perpetuam concordiam devenerunt, cit., p. 110.
Per il congedo della montanina si veda Tonelli, Amor, da che convien pur chio mi doglia, cit., pp. 15-16; per quanto riguarda la datazione, secondo Carpi (Un congedo da Firenze?, cit., p. 28) siamo portati verosimilmente in pieno 1307, direi verso il 1308 quando si stanno ormai profilando le sconfitte del nero trattativista Corso allinterno di Firenze e del ghibellino cardinal paciaro Napoleone Orsini allesterno. 
Sotto lombrello dei Malaspina.
Per uno sguardo dinsieme del rapporto di Dante con Lucca si veda Giorgio Varanini, Dante e Lucca, in Dante e le citt dellesilio, cit., pp. 91-14.
Di aver conosciuto Alessio Interminelli quandera ancora in vita lo dice Dante stesso (If XVIII 120-122). Per latteggiamento critico di Dante nei confronti dei lucchesi e per la figura di Alessio Interminelli si veda CARPI, pp. 162-163, 503-505.
Lindicazione cronologica relativa agli eventi svoltisi nella bolgia dei barattieri si ricava da If XXI 112-114: Ier, pi oltre cinqu ore che quest otta, / mille dugento con sessanta sei / anni compi che qui la via fu rotta; la citazione del Buti di p. 202  presa dal Commento di Francesco da Buti sopra la Divina Commedia di Dante Allighieri, a c. di Crescentino Giannini, Pisa, Nistri, 1858, 3 voll. (rist. anast. Pisa, Nistri-Lischi, 1989), vol. I, p. 548 (sul Buti, che scrive negli ultimi anni del Trecento, si vedano BELLOMO, pp. 346-359, e la voce del CCD di Fabrizio Franceschini). La straordinaria coincidenza della data di morte di Martino Bottaio con il suo arrivo allInferno  evidenziata per la prima volta da Guido da Pisa nel commento a If XXI 38: Ad quorum omnium notitia est sciendun, quod anno domini MCCC, die scilicet XXVI martii, in civitate lucana mortuus est quidam popularis maximus antianus qui vocabatur Martinus Bottarius, quia vegetes faciebat: su Martino e sullepisodio si veda Francesco Paolo Luiso, LAnziano di Santa Zita, in Miscellanea lucchese di studi storici e letterari in memoria di Salvatore Bongi, Lucca, Scuola Tipografica Artigianelli, 1931, pp. 61-75.
Malebranche  il nome di una famiglia di Lucca; i soprannomi Cagnasso, Graffiacane, Scarmiglione figurano in numerosi documenti dellArchivio di Stato di quella citt (cfr. Luiso, LAnziano di Santa Zita, cit., pp. 73-74; Varanini, Dante e Lucca, cit., p. 99; CARPI, p. 163).
Quanto a Gentucca, lipotesi di identificazione che gode di maggior credito la vuole figlia di un Ciucchino di Guglielmo Morla e poi sposa a Buonaccorso di Lazzaro di Fondara, detto Coscio o Cosciorino (Morla e Fondara sono entrambe famiglie di Lucca): si veda Varanini, Lacceso strale, cit., pp. 130-135.
Il crollo delle speranze.
La morte di Corso  raccontata dettagliatamente da DAVIDSOHN, IV, pp. 485-494.
Parigi o Avignone?
Sulla vita culturale lucchese e, in particolare, sulla dotazione libraria del convento domenicano di San Romano (sede di uno Studium in naturis, nel quale, cio, si studiavano i trattati fisici di Aristotele) informa lintroduzione di FIORAVANTI; sempre in quella sede Fioravanti esprime i dubbi sulla frequentazione dantesca delluniversit parigina riportati a p. 206.
Le affermazioni degli antichi biografi intorno al soggiorno parigino di Dante sono analizzate da INDIZIO, pp. 281-282. Particolarmente rilevante  la testimonianza di BOCCACCIO, 56-57: Ma, essendo gi dopo la sua partita di Firenze pi anni passati, n apparendo alcuna via da potere in quella tornare, ingannato trovandosi del suo avviso, si dispose del tutto dabandonare Italia; e, passati gli Alpi, come pot nand a Parigi, acci che, quivi a suo potere studiando, alla filosofia il tempo, che nellaltre sollecitudini vane tolto lavea, restituisse. Ud dunque quivi e filosofia e teologia alcun tempo, non senza gran disagio delle cose opportune alla vita. Da questo il tolse una speranza presa di potere in casa sua ritornare con la forza dArrigo di Luzimborgo, imperatore. Per che, lasciati gli studii e in Italia tornatosi. Tra gli studiosi moderni la tesi che Dante abbia frequentato gli ambienti delluniversit di Parigi  sostenuta con grande determinazione da CARPI, pp. 651-656, ed  data per certa da Gargan, Per la biblioteca di Dante, cit., p. 169. 
A poca distanza da Lerici scorre il fiume Magra, che per cammin corto / parte lo Genovese dal Toscano (Pd IX 89-90), che cio per un breve tratto segna il confine fra la Toscana e la Liguria: ma questa  unosservazione ovvia per chi, come Dante, conosce bene la Lunigiana, e quindi non  rapportabile a una precisa e circoscritta esperienza di viaggio (per linterpretazione del cammin corto della Magra si veda Bassermann, Orme di Dante in Italia, cit., pp. 348-349; qui, alle pp. 200-202, si trova anche una accurata descrizione della discesa a Noli).
A parte il cenno alle imprese compiute dallaquila imperiale nelle mani di Cesare delle quali fu testimone ogne valle onde Rodano  pieno (Pd VI 60), il riferimento pi preciso alla Provenza  fatto da Carlo Martello: Quella sinistra riva che si lava / di Rodano poi ch misto con Sorga (Pd VIII 58-59). 
CARPI (pp. 651-655), che dichiara di credere poco allinformazione indiretta e fa notare che a quei tempi non esistevano i repertori fotografici e neppure i viaggi pittorici dei nostri nonni e bisnonni, che le stesse cronache di viaggio erano molto scarne e non indulgevano certo alle descrizioni paesaggistiche, ritiene che gli indizi sparsi nella Commedia siano frutto di esperienza personale, ivi compresa la visione della necropoli di Arles. Si spinge anche oltre, sostenendo che gli accenni alle Fiandre, e segnatamente a Bruges (Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, / temendo l fiotto che nver lor savventa, / fanno lo schermo perch l mar si fuggia, If XV 4-6; Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia [Douai, Lille, Gand e Bruges], Pg XX 46), possono essere il segno di una puntata dalla vicina capitale francese, richiamato anche dalla presenza, soprattutto a Bruges, duna colonia di mercanti e banchieri fiorentini e toscani con cui aveva una certa intrinsichezza, quei Frescobaldi per esempio che, tramite Dino, gli avevano fatto pervenire il quadernetto ritrovato. Accettare queste ipotesi significherebbe, in ogni caso, postulare almeno una parziale riscrittura dei canti infernali interessati. Risulta pi difficile da accettare lidea che la concezione della citt di Dite, collocata al centro di una palude, possa adombrare la situazione geografica di Aigues Mortes, citt di recente fondazione, fatta costruire dal re di Francia Luigi IX al centro di unimmensa gora:  difficile da accettare perch il riferimento a una esperienza diretta in questo caso non implicherebbe solo una riscrittura parziale, ma collocherebbe linvenzione dellintera geografia di quei canti in un periodo posteriore al 1309.
Sul cardinale Luca Fieschi si veda la voce del DBI di Thrse Boespflug; per i rapporti tra i Fieschi e i Malaspina di Giovagallo si vedano Vecchi, Alagia Fieschi marchesa Malspina, cit., ed Ead., Legami consortili fra i Malaspina e Genova nellet di Dante, Memorie dellAccademia Lunigianese di Scienze G. Capellini, LXXV (2005), pp. 229-252; Eliana M. Vecchi, Per la biografia del vescovo Bernab Malaspina del Terziere [ 1338], Studi Lunigianesi, XXII-XXIX (1992-1999), pp. 109-141, in part. pp. 121-125.
Non esiste documentazione alcuna di un soggiorno di Dante ad Avignone; solo due commentatori tardi accennano in modo vago a un suo viaggio e soggiorno nella citt dei papi: Francesco da Buti, commentando Pg XXXII 142-160, scrive che lautore profetizza che tosto Roma debbe essere libera da questa avarizia [dei prelati] o che Iddio mutr tosto li cuori loro, o che la corte [papale] si partir quinde, e aggiunge: e questo credo fusse la ntenzione de lautore: imper che pass a Vignone; il gi ricordato Anonimo fiorentino, a proposito di If III 52-57, afferma che alcuno chiosatore sostiene che, trovandosi lAutore a Vignone, et veggendo tanti gaglioffi quanti sono quelli che seguitano la corte del Papa, us di dire le parole del testo. Nessuna delle due affermazioni ha valore documentario, ma forse entrambe testimoniano che esisteva una qualche debole tradizione orale intorno a quellevento.
Ad Avignone, in quel periodo, soggiornavano parecchi fiorentini che Dante avrebbe potuto conoscere prima dellesilio: per esempio, il domenicano e storico Bartolomeo Fiadoni, noto come Tolomeo da Lucca, che era stato priore di Santa Maria Novella dal luglio 1300 al luglio 1302, anni nei quali sicuramente Dante frequentava quello Studio, e che risiedeva ad Avignone proprio a partire dal 1309: si veda la voce del DBI Fiadoni, Bartolomeo (Tolomeo, Ptolomeo da Lucca) di Ludwig Schmugge. Ancora: nei primi mesi del 1309 Francesco da Barberino, coetaneo di Dante, si era trasferito ad Avignone per accompagnarvi, in qualit di esperto di diritto, una ambasceria della Repubblica veneta e l si era fermato almeno fino al marzo-aprile 1313. Ora, la prima citazione della Commedia, pi precisamente dellInferno, si trova in una chiosa latina apposta dal Barberino ai suoi Documenti dAmore: essa, per alcuni scritta nel secondo semestre del 1314 (ma secondo Alberto Casadei da datare al giugno-luglio 1313 [comunicazione orale]), afferma che in una sua opera detta Commedia, nella quale tra molte altre cose tratta di argomenti infernali, Dante loda Virgilio come suo maestro (Hunc [Virgilium] Dante Arigherij in quodam suo opere quod dicitur Comedia et de infernalibus inter cetera multa tractat, commendat protinus ut magistrum). La chiosa pu provare che a quella data lInferno era stato pubblicato e che il Barberino ne aveva preso visione (si veda al riguardo Giuseppe Indizio, Gli argomenti esterni per la pubblicazione dellInferno e del Purgatorio, SD, LXVIII [2003], pp. 17-47). La stessa chiosa, per, potrebbe essere spiegata diversamente se nel 1309 Dante si fosse trovato lui pure ad Avignone e, stante la conoscenza che doveva esserci tra i due (il Barberino aveva esercitato la professione di notaio in Firenze tra il 1297 e il 1303) e considerando pure che i corregionali allestero tendevano a instaurare rapporti tra loro, gli avesse parlato di quella prima cantica ormai conclusa e, magari, gliene avesse dato anche qualche saggio di lettura. 
Un nuovo re di Germania
Sulla datazione del canto VI del Purgatorio e sullatteggiamento scettico di Dante nei confronti dellelezione di Enrico VII si veda CASADEI, pp. 125-128.
Il rimprovero ad Alberto dAsburgo, e al padre Rodolfo,  in Pg VI 97-105; per quanto riguarda il verso: tal che l tuo successor temenza naggia, Umberto Carpi (Il canto VI del Purgatorio, Per leggere, 10 [2006], pp. 5-30) concorda con quanti credono che non sia affatto necessario ritenere [Enrico VII] gi in carica, al momento della sua scrittura (p. 25). Un accenno a Enrico  contenuto anche nel canto VII, dove Rodolfo dAsburgo  accusato di avere negletto lItalia: Rodolfo imperator  che potea / sanar le piaghe channo Italia morta, / s che tardi per altri si ricrea (Pg VII 94-96); per molti, tra i quali Carpi (Il canto VI del Purgatorio, cit., pp. 24-26), il verso: s che tardi per altri si ricrea va inteso come la constatazione del fallimentare sforzo di restaurare [lItalia] tentato da Arrigo VII. Cos interpretato, si tratterebbe di un intervento post factum, attuato nellambito di quella revisione del Purgatorio che Dante avrebbe compiuto dopo la fine di Arrigo; invece per CASADEI, p. 127, anche quel verso  riconducibile al clima di disincantata attesa che aleggia sulle prime notizie dellavvenuta elezione. Si noti infine che gi nel Convivio Dante si era espresso sulla vacanza dellimpero in questi termini: Federigo di Soave, ultimo imperatore delli Romani  ultimo dico per rispetto al tempo presente, non ostante che Ridolfo e Andolfo [Adolfo di Nassau] e Alberto poi eletti siano, apresso la sua morte e delli suoi discendenti (IV III 6). 
Dello stupore con il quale i lombardi e gli italiani in genere accolsero la notizia dellimminente arrivo di Enrico VII parla Gabriele Zanella, Limperatore tiranno. La parabola di Enrico VII nella storiografia coeva, in Il viaggio di Enrico VII in Italia, a c. di Mauro Tosti-Croce, Ministero per i beni culturali e ambientali, Edimont, 1993, pp. 43-56, in part. pp. 43-44.
La scrittura dellattualit: la Commedia
Ho sviluppato i temi accennati in questo paragrafo in SANTAGATA, pp. 9-13, 343-347, 357-364. 
LInferno guelfo.
Un Inferno guelfo  il titolo del fondamentale saggio di Umberto Carpi pi volte citato che, sviluppando e rielaborando molte osservazioni contenute nel libro sulla nobilt di Dante (CARPI), fornisce uninterpretazione della cantica, collocata nel periodo nel quale Dante cerca di ottenere lamnistia personale, dalla quale non si pu prescindere. Le mie pagine devono molto alle sue.
Il passo dellepistola a Moroello  controverso: per alcuni le meditationes assiduas sono quelle dei trattati, e in particolare del Convivio (che molti ritengono ancora in lavorazione nel 1308), per altri quelle della Commedia. Sono del primo parere, per esempio, Enrico Fenzi, Ancora sulla Epistola a Moroello e sulla montanina di Dante, Tenzone, 4 (2003), pp. 43-84; De Robertis in Dante Alighieri, Rime, cit., p. 199; Giuliano Tanturli, Come si forma il libro delle canzoni?, in Le rime di Dante, cit., pp. 117-134, in part. p. 131; la seconda ipotesi  sostenuta fra gli altri da Ferretti, I due tempi della composizione della Divina Commedia, cit., pp. 64-66; PADOAN, pp. 35-36; PASQUINI, pp. 9-10.
Per quanto attiene alla datazione delle prime due cantiche offre ancora spunti di grande interesse lo schema elaborato succintamente da Barbi, Una nuova opera sintetica su Dante, cit., pp. 69-77, e ripreso, ampliato e anche modificato da Parodi, La data della composizione e le teorie politiche dellInferno e del Purgatorio, cit., pp. 233-313. Sulle date di pubblicazione dellInferno e del Purgatorio  importante la messa a punto di Indizio, Gli argomenti esterni per la pubblicazione dellInferno e del Purgatorio, cit. La questione, comunque, non pu ritenersi chiusa: per esempio, CASADEI, p. 140, ritiene che entrambe le cantiche possano essere state portate a compimento e diffuse da Dante anche per manifestare la propria fedelt allImperatore, quindi prima della sua morte nellagosto 1313.
Due figure esemplari della storia fiorentina.
Per linterpretazione politica dei canti X e XV dellInferno rimando a Carpi, Un Inferno guelfo, cit., pp. 117-120; unanalisi dellincontro con Farinata in Marco Santagata, La letteratura nei secoli della tradizione. Dalla Chanson de Roland a Foscolo, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp. 63-73, e in SANTAGATA, pp. 330-333, 351-355.
In VE I XII 4 Dante aveva definito Federico II e Manfredi eroi luminosi che avevano perseguito ci che  umano, sdegnando ci che  da bruti (illustres heroes  humana secuti sunt, brutalia dedignantes).
Del Tesoretto (edito in Poeti del Duecento, cit., vol. II, pp. 175-277) si leggano i vv. 156-162: mi disse immantinente / che guelfi di Firenza / per mala provedenza / e per forza di guerra / eran fuor de la terra, / e l dannaggio era forte / di pregioni e di morte e i vv. 186-190: e io, in tal corrotto, / pensando a capo chino, / perdei il gran cammino, / e tenni a la traversa / duna selva diversa. Si osservi anche che il testo dantesco, poco dopo linizio, definisce Firenze una citt partita (If VI 61), proprio come Brunetto parla di una guerra civile offensiva del naturale desiderio di ogni uomo che la propria citt non sia in divisa, ch gi non pu scampare / terra rotta di parte (vv. 166-179). A proposito del motivo dellesilio nel Tesoretto, Giuliano Milani (Brunetto Latini e lesclusione politica, Arzan [2012], in corso di stampa) osserva come Brunetto esprima una generale considerazione sulla necessit, per una citt, di essere amministrata in concordia, senza che gli interessi di una parte, quale essa sia, trionfino in modo esclusivo. Di macroscopico antecedente dellincipit della Commedia parla Giorgio Inglese (voce del DBI Latini, Brunetto); anche Beltrami (introduzione a Brunetto Latini, Tresor, cit., p. XXV) osserva come, per linizio del Tesoretto, sia immediato il confronto con lavvio della Commedia, salvo avvertire che al poema dantesco il Tesoretto non d comunque molto pi di un semplice spunto. 
I toscani folli che, nella loro dissennatezza, pretendono di arrogarsi il titolo del volgare illustre sono Guittone Aretino, che mai sindirizz al volgare curiale, Buonagiunta Lucchese, Gallo Pisano, Mino Mocato Senese, Brunetto Fiorentino, i versi dei quali, se ci sar spazio per frugarci dentro, si riveleranno non curiali ma solo municipali (qui propter amentiam suam infroniti titulum sibi vulgaris illustris arrogare videntur  puta Guittonem Aretinum, qui nunquam se ad curiale vulgare direxit, Bonagiuntam Lucensem, Gallum Pisanum, Minum Mocatum Senensem, Brunectum Florentinum, quorum dicta, si rimari vacaverit, non curialia sed municipalia tantum invenientur; VE I XIII 1). Alcuni studiosi cercano di attenuare la censura dantesca riferendola non al Tesoretto e al Favolello, ma alla produzione lirica di Brunetto; invece TAVONI (pp. 1282-1283), tenendo conto dellassoluta marginalit della lirica brunettiana e dei caratteri tuttaltro che mediocri della lingua dei pochi esemplari pervenuti, ipotizza che si riferisca proprio ai poemetti didascalici. Questi sono ricchi di vocaboli e modi municipali, gli stessi che, in funzione caratterizzante e priva di ogni intento polemico, Dante metter in bocca a Brunetto personaggio nellInferno, infarcendo il suo discorso di espressioni popolari, proverbiali, idiomatiche.
Una reticenza carica di significato
Il discorso sulla reticenza dantesca intorno alle vicende politiche fiorentine e al suo bando  sviluppato pi ampiamente in SANTAGATA, pp. 330-333. Anche Sestan (Dante e Firenze, cit., pp. 273-274) osserva che Dante nella Commedia passa sotto silenzio molti dei fatti che punteggiarono la vita politica della citt negli anni in cui lui vi viveva: fra questi, la figura e lazione di un Giano della Bella e di un Corso Donati; e anche le lotte feroci fra Bianchi e Neri. Le osservazioni di Sestan sono state riprese poi da Girolamo Arnaldi, Pace e giustizia in Firenze e in Bologna al tempo di Dante, in Dante e Bologna nei tempi di Dante, a c. della Facolt di Lettere e Filosofia dellUniversit di Bologna, Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1967, pp. 163-177, in part. p. 165.
Si rileggano i versi della predizione di Farinata: Selli han quellarte, disse, male appresa, / ci mi tormenta pi che questo letto. / Ma non cinquanta volte fia raccesa / la faccia de la donna che qui regge, / che tu saprai quanto que quellarte pesa (If X 77-81): sul significato della profezia si veda Carpi, Un Inferno guelfo, cit., p. 117.
Il medievista citato a p. 217  Girolamo Arnaldi, Il canto di Ciacco (Lettura di Inf. VI), LAlighieri, XXXVIII (1977), pp. 7-20; la cit. alle pp. 14-15.
Quasi una palinodia: i primi canti del Purgatorio
Per la datazione dei canti purgatoriali fino al XVI compreso mi rifaccio sostanzialmente a CASADEI.
In tutto lInferno non si fa menzione dellImpero se non una sola volta, quasi di sfuggita, nelle note parole del secondo canto, che, mentre lo glorificano come predestinato da Dio, sembrano per disconoscergli una sua propria finalit  Dante sembra trarre la conseguenza che il fine ultimo e della fondazione di Roma e dellistituzione dellImpero era stato di preparar la sua sede al Vicario di Cristo (Parodi, La data della composizione e le teorie politiche dellInferno e del Purgatorio, cit., pp. 253-254). 
Sullequazione ghibellinismo-eresia si vedano le osservazioni di Gian Maria Varanini, nella voce Ezzelino III da Romano del Dizionario storico dellInquisizione, cit.
Il canto XXVII dellInferno e lottica politica con la quale  osservata la figura di Guido da Montefeltro sono oggetto di una innovativa analisi di Tavoni (Guido da Montefeltro dal Convivio allInferno, cit., di cui qui riprendo le linee di fondo);  lui a suggerire che lespressione lo nobilissimo nostro latino significhi il pi nobile degli italiani (p. 169).
Gratitudine e risentimento.
Per quanto concerne la parentela tra i Guidi di Dovadola e i Malaspina di Giovagallo si ricordi che Marcovaldo, nipote di Guido Salvatico, aveva sposato Fiesca, figlia di Moroello e di Alagia.
Le complesse trame parentali tra Malaspina, Visconti e Fieschi, ulteriormente complicate dalle vicende dei possedimenti di Sardegna e dai progetti coltivati dai Doria di Genova e dagli Este di Ferrara, si possono ricostruire attraverso lindice dei nomi e le tavole genealogiche di CARPI: in particolare, per Alagia, Beatrice dEste, Eleonora Fieschi e i Doria si vedano le pp. 413-416, mentre per le intricate vicende matrimoniali di Giovanna figlia di Nino Visconti si veda p. 415 (alle pp. 452-453 un breve ritratto della donna). Sulla figura di Adriano V si vedano i contributi di Giuseppe Indizio, Adriano V in Dante e nel secolare commento. Leggenda e storia nel canto XIX del Purgatorio, pp. 267-280, e di Daniele Calcagno, In merito alla conversione di Ottobuono Fieschi - Adriano V, Giornale storico della Lunigiana e del territorio lucense, n.s., LIX (2008), pp. 281-296. Per quanto riguarda Alagia e i rapporti tra i Malaspina e i Fieschi rimando ai citati lavori di Eliana Vecchi: Alagia Fieschi marchesa Malaspina e Legami consortili fra i Malaspina e Genova nellet di Dante. 
Alberico presenta s stesso e Branca Doria nel canto XXXIII dellInferno, vv. 118-147. Notizie sul faentino frate gaudente Alberico dei Manfredi, autore di una strage familiare perpetrata al termine di un banchetto, si trovano nella voce dellED Alberigo, Frate di Vincenzo Presta e in CARPI, passim. Su Michele Zanche (per il quale si veda anche If XXII 88) si legga la voce dellED di Giorgio Petrocchi.
Per quanto concerne i difficili rapporti tra i Doria e i Malaspina, si consideri che Branca Doria aveva progettato di dare in sposa la Giovanna figlia di Nino Visconti a un suo nipote, figlio di quel Bernab con il quale era sposata Eleonora Fieschi, cugina di Alagia. Per la questione di Lerici occupata da Branca Doria rinvio a CARPI, pp. 639-640. Tra i canali di informazione sulloscura vicenda della morte di Michele Zanche sui quali potevano contare i Malaspina, va segnalato quello rappresentato dagli Spinola, altra cospicua famiglia ghibellina di Genova strettamente legata ai Doria, dal momento che una Spinola era Orietta, moglie di Corrado II, e una delle figlie di Michele Zanche era maritata proprio con uno Spinola. Dante dice che Branca aveva compiuto il delitto con laiuto di un suo prossimano (If XXXIII 16), e costui  identificabile, cosa degna di nota, con Giacomino Spinola.
Una questione delicata
In Pd XVI 94-98 Dante depreca che sulla porta della dimora fiorentina dei conti Guidi adesso (nel 1300) campeggi linsegna dei Cerchi, che lavevano acquistata nel 1280. Quanto alla loro recente inurbazione, Ciacco li definisce la parte selvaggia (If VI 65), mentre Cacciaguida afferma che se non ci fosse stato tale deprecabile fenomeno, ancora sarieno i Cerchi nel piovier dAcone (Pd XVI 65), cio nella parrocchia dAcone in Val di Sieve. Allopposto, gi nellantica Firenze di Cacciaguida lo ceppo di che nacquero i Calfucci [ceppo che comprendeva i Donati] / era gi grande (Pd XVI 106-107).
A parlare di apologia dei Donati  CARPI, p. 176 (ma si vedano anche le pp. 136-138).
Per Cianghella, cugina di Rosso Della Tosa e moglie di Lito degli Alidosi, famiglia guelfa di Imola collegata ai Della Tosa, si vedano CARPI, pp. 175-177, e SANTAGATA, pp. 346-347.
Dante  un umorale che quasi mai riesce a liberarsi dallodio nei confronti di chi gli ha fatto torto o lha oltraggiato. E ci vale anche per i pur rispettati Donati. NellInferno nomina due Buoso Donati: il pi anziano, tra i contraffattori di persona; il pi giovane, tra i ladri. Il primo, per,  una vittima, il secondo un colpevole. Si racconta che Simone Donati (padre di Corso, Forese e Piccarda) avesse indotto Gianni Schicchi dei Cavalcanti a prendere il posto del morente Buoso di Vinciguerra Donati: Gianni, travestitosi cos bene che nemmeno il notaio si era accorto della sostituzione di persona, avrebbe dettato un testamento a favore di Simone. In If XXX 42-45  lalchimista Griffolino dArezzo (per il quale cfr. CARPI, pp. 674-675) a dire a Dante: laltro che l sen va [Gianni Schicchi], sostenne, / per guadagnar la donna de la torma [la regina del branco], / falsificare in s Buoso Donati, / testando e dando al testamento norma. Anche se cos come  riportato dai commentatori ha molti aspetti da novella, il racconto deve contenere un nucleo di verit relativo ai rapporti patrimoniali di due potenti famiglie come i Donati e i Cavalcanti. Perch Dante attacchi in modo infamante il padre dei fratelli Donati non sappiamo. Sicuramente egli era addentro ai retroscena dellaccaduto, e altrettanto sicuramente sapeva che i fiorentini avrebbero capito.  del tutto chiaro, invece, perch abbia attaccato il secondo Buoso (nipote del Buoso contraffatto e zio paterno di Corso, Forese e Piccarda) tacciandolo di ladro (If XXV 140). Buoso di Forese Donati era padre di Gasdia sposata con Baldo dAguglione, e quando c di mezzo questo giurista, Dante non si trattiene. Per i due Buoso Donati rimando a CARPI, pp. 138-140.
IV. Arriva un imperatore (1310-1313)
Una partita a quattro
Nella ricchissima bibliografia relativa a Enrico VII e alla sua spedizione in Italia segnalo gli studi di cui mi sono soprattutto servito: DAVIDSOHN, IV, pp. 477-759; Francesco Cognasso, Arrigo VII, Milano, DallOglio, 1973; i saggi raccolti in Il viaggio di Enrico VII in Italia, cit. (in part.: Franco Cardini, La Romfahrt di Enrico VII, pp. 1-11; Hannelore Zug Tucci, Henricus coronatur corona ferrea, pp. 29-42; Gabriele Zanella, Limperatore tiranno. La parabola di Enrico VII nella storiografia coeva, pp. 43-56; Achille Tartaro, Dante e lalto Arrigo, pp. 57-60).
Per le concessioni fatte da Enrico al papa sul tema della superiorit della potest spirituale su quella temporale si veda ZINGARELLI, p. 251.
Di Simone di Filippo Reali si veda lo schizzo biografico tracciato da DAVIDSOHN, IV, pp. 524-525.
Poco importante in s, ma significativo nellottica dantesca,  il fatto che nellAretino i commissari di Enrico ricevano il giuramento di fedelt di Aghinolfo di Romena, lantico capitano dei fuorusciti bianchi. A differenza di molti altri esponenti della consorteria dei Guidi, Aghinolfo e il fratello, il vescovo Ildebrandino, si manterranno sempre fedeli alla causa imperiale. Aghinolfo combatter nellesercito imperiale durante lassedio di Firenze; Ildebrandino (che morir nel 1313) sar nominato vicario di Arezzo (cfr. CARPI, pp. 578-579).
Aspettando limperatore.
Palesemente erronee sono le illazioni sul fatto che Dante possa essersi aggregato al corteo di Enrico VII che scendeva in Italia: uno dei pochi dati certi, infatti,  che egli si trovava in Italia almeno cinque o sei mesi prima che Enrico cominciasse il suo viaggio. Da valutare con attenzione, invece,  la testimonianza di Boccaccio, secondo il quale Dante si sarebbe mosso da Parigi sentendo che il neoeletto lasciava la Germania per soggiogarsi Italia; a parte Parigi, linformazione  sostanzialmente corretta. Boccaccio prosegue poi dicendo che, ripassate le Alpi e con molti nemici di Fiorentini e di lor parte congiuntosi, Dante, con ambascerie e lettere, cerc di distogliere Enrico dallassedio di Brescia e di convincerlo ad attaccare Firenze (BOCCACCIO, 76-78). Lassedio a cui si riferisce  quello di Cremona, e non di Brescia, ma anche questa informazione contiene molta verit, purch non la si riferisca a un periodo immediatamente successivo al rientro in Italia.
Biondo Flavio, che sembra basare il suo racconto su una cronaca (traditur), forse scritta da Pellegrino Calvi, dopo avere riferito dettagliatamente dellambasceria a Firenze, aggiunge: Dante Alighieri, che a quel tempo dimorava a Forl, in unepistola indirizzata a Cangrande della Scala veronese a nome suo e dei fuoriusciti della fazione dei Bianchi, che Pellegrino Calvi lasci scritta, dice cose tali, a proposito della risposta alle suddette disposizioni dellimperatore data dai Fiorentini che allora tenevano il potere della citt, per le quali taccia di imprudenza, insolenza e cecit coloro che governavano, tanto che Benvenuto da Imola, che crederei abbia letto gli scritti di Pellegrino, dichiara che Dante, da questo momento in poi, abbia cominciato a chiamare i fiorentini con lepiteto di ciechi (Dantes Aldegherius, Fori Livii tunc agens, in epistola ad Canem Grandem Scaligerum veronensem, partis Albae extorrum et suo nomine data, quam Peregrinus Calvus scriptam reliquit, talia dicit de responsione supradictae expositioni a Florentinis urbem tenentibus tunc facta, per quae temeritatis et petulantiae ac caecitatis sedentes ad clavum notat, adeo ut Benvenutus Imolensis, quem Peregrini scripta legisse crediderim, Dantem asserat hinc cepisse Florentinos epitheto caecos appellare; Historiarum ab inclinatione Romani imperii decades quattuor, cit., decade II, libro IX, p. 342). Benvenuto da Imola non accenna mai a questo episodio della vita di Dante, nemmeno quando si dilunga a spiegare, a proposito di If XV 67, lorigine del detto popolare che chiamava ciechi i fiorentini. Sul fatto che Dante abbia scritto a Cangrande nel 1310  dubbioso Michele Barbi, Sulla dimora di Dante a Forl (1892), in BARBI, pp. 189-195, in part. p. 194; molto scettico CASADEI, p. 129, al quale risulta ben improbabile che, nella seconda met del 1310, Dante scrivesse a nome suo e degli esuli partis Albae; a suo avviso, anche in questo caso Biondo potrebbe avere male interpretato i riferimenti, come gi gli era accaduto quando aveva parlato della missione diplomatica a Verona nel 1304. Non poggia su nulla lidea che lepistola a Cangrande di cui parla Biondo possa essere stata scritta nella primavera del 1310 (PETROCCHI, p. 150) o nella seconda met del 1311 (Padoan, Tra Dante e Mussato, cit., p. 37). 
Per la missione dei legati di Enrico a Verona si veda Cognasso, Arrigo VII, cit., pp. 102-103.
Sul fatto che Dante, nella seconda met del 1310, si muova in un contesto collettivo e parli a nome di un gruppo, che non pu essere che quello dei fuorusciti, sono illuminanti le scarne annotazioni di INDIZIO, p. 290; ma si veda anche PETROCCHI, p. 149.
Con i vecchi compagni di lotta.
Solo lanno prima (1309) era stato celebrato il matrimonio tra un fratello di Scarpetta, di nome Sinibaldo, e una sorella di Fulcieri, di nome Onestina. Fulcieri, si ricorder, era stato il podest che aveva infierito sui Bianchi dopo averli sconfitti a Pulicciano (1303) e che in un canto del Purgatorio, composto forse pochi mesi prima del suo arrivo a Forl, Dante aveva bollato come spietato cacciator dei suoi compagni (Pg XIV 58-66). Desumo le notizie sul matrimonio Ordelaffi-Calboli e sul rientro dei Calboli in citt da CASADEI, pp. 129-130.
La corona di ferro
Non era la prima volta che Enrico veniva in Italia: vi era gi stato, in visita per cos dire privata, dieci anni prima, quando, dopo aver soggiornato a lungo a Torino, aveva accompagnato a Roma Ludovico I di Savoia-Vaud, che si recava a Napoli per sposarvi, il 1 maggio 1301, Isabella dAulnay (Cognasso, Arrigo VII, cit., pp. 96-97).
Per le vicende dellincoronazione e della corona ferrea, che probabilmente, cos come veniva allora vagheggiata da chi mai laveva vista, era una semplice leggenda, si vedano Cognasso, Arrigo VII, cit., pp. 136-139, e, soprattutto, Zug Tucci, Henricus coronatur corona ferrea, cit.
Un manifesto politico.
NellEp VII 2 a Enrico (aprile 1311) Dante scrive: ti ho visto assai benigno, come si addice alla maest imperiale, e ti ho udito pronunciarti con assoluta clemenza, quando le mie mani toccarono i tuoi piedi e le mie labbra sciolsero il loro debito ([ego] velut decet imperatoriam maiestatem benignissimum vidi et clementissimun te audivi, cum pedes tuos manus mee tractarunt et labia mea debitum persolverunt). 
LEp V (dellautunno del 1310) termina con le seguenti parole: Questi  colui che Pietro, vicario di Dio, ci esorta a onorare; che Clemente, ora successore di Pietro, illumina con la luce della benedizione apostolica; e dove non  sufficiente il raggio spirituale, ivi risplenda la luce del minor luminare (Hic est quem Petrus, Dei vicarius, honorificare nos monet; quem Clemens, nunc Petri successor, luce Apostolice benedictionis illuminat; ut ubi radius spiritualis non sufficit, ibi splendor minoris luminaris illustret). Il carattere politico dellepistola  stato colto molto bene da DAVIDSOHN, IV, pp. 562-563, che per ne deduce un programma troppo preciso: Da questa epistola del Poeta si scorge a che cosa mirassero i Bianchi ed i Ghibellini, loro alleati, quando egli, loro fervido interprete, rendeva omaggio al re dei Romani. Essi volevano che Firenze divenisse citt libera dellImpero: come tale avrebbe avuto dal futuro Imperatore linvestitura con la giurisdizione e il diritto di batter moneta e percepire tutte le altre regalie. In cambio la citt si sarebbe obbligata a pagare un tributo e a fornire armati su richiesta del sovrano. Per quanto riguarda i due luminari scrive Pasquini, Vita di Dante, cit., p. 69: Nella chiusa dellepistola Dante sembra avallare  la teoria dei duo luminaria (sole e luna, come icone di papato e Impero), ribadita da Clemente nella lettera Divine sapientie, inviata ad Arrigo da quel pontefice il 26 luglio 1309.
Se si considera quali e quante rappresaglie venivano messe in atto nelle citt comunali a ogni cambio di regime, linvito a perdonare che Dante rivolge agli esuli e lassicurazione in tal senso che rilascia a Enrico appariranno nel loro giusto valore politico.  sintomatico che nellEp IV 2 a Moroello egli, per illustrare limperio dAmore su di lui, ricorra metaforicamente allimmagine di un signore scacciato dalla patria che dopo un lungo esilio, rimpatriando nelle terre che sono solo sue, annienta, caccia o incatena qualsiasi cosa gli sia stata contraria (hic ferox, tanquam dominus pulsus a patria post longum exilium sola in sua repatrians, quicquid eius contrarium fuerat  vel occidit vel expulit vel ligavit). 
Il senso dellepistola dantesca collima perfettamente con quanto emerge dal verbale di una affollata assemblea di fuorusciti guelfi e ghibellini tenutasi a Pisa, nella chiesa di San Michele in Borgo, il 18 ottobre 1310. I convenuti  tra i quali troviamo nomi a noi ben noti come quelli del vecchio Lapo degli Uberti, figlio di Farinata, Ricovero dei Cerchi, Andrea Gherardini (il persecutore dei Neri di Pistoia), Gherardino Diodati (priore insieme al Saltarelli, poi condannato a morte)  decidono di inviare al sopravveniente Enrico unambasceria capeggiata da Lapo degli Uberti, con il mandato di accettare tutte le condizioni che limperatore vorr loro porre e di rimettersi completamente al suo arbitrio. Il verbale della riunione  pubblicato da PADOAN, pp. 229-235, del quale si veda anche Tra Dante e Mussato, cit., pp. 30-31.
Tra i possibili mediatori si possono segnalare il cappellano di Enrico, il canonico di Cambrai Galasso dei conti Alberti di Mangona, vicino al cardinale Niccol da Prato (dal quale era stato nominato vicario a Pistoia quando, nel 1304, aveva tentato di farvi rientrare i Bianchi) e lottimo conoscente di Dante, il giurista, molto influente a corte, Palmiero degli Altoviti, che era stato priore nei mesi in cui i Cerchieschi avevano deciso di cacciare i Neri da Pistoia e che a Dante era stato accomunato nella sentenza di morte. Per Galasso degli Alberti di Mangona si veda DAVIDSOHN, IV, pp. 175, 380, 437, 567.
Un vincitore vinto
A Milano Dante avrebbe potuto incontrare molti vecchi amici e conoscenti: tra gli amici, Cino da Pistoia, politicamente nero ma sostenitore delle idee imperiali, nei fatti e negli scritti (da Milano Cino avrebbe raggiunto a Roma il neosenatore Ludovico di Savoia, al fianco del quale sarebbe rimasto come consigliere giuridico fino allestate dellanno dopo). Tra i conoscenti, il guelfo bianco e rimatore Sennuccio del Bene, allontanatosi da Firenze, non si sa se volontariamente o per forza, allavvento dei Neri e che poi parteciper allassedio della sua citt nelle file dellesercito imperiale. Dante doveva averlo conosciuto nella seconda met degli anni Novanta del Duecento, quando questi ricopriva incarichi nellamministrazione del Comune;  improbabile, tuttavia, che sia di Dante il sonetto Sennuccio, la tua poca personuzza (Rime dubbie 4): si veda GIUNTA, pp. 682-683.
Per avere unidea di quanto forte fosse la pressione esercitata su Enrico dai Ghibellini e dagli esuli bianchi basta scorrere lelenco dei vicari da lui nominati fra il 1311 e il 1312: sono signori ghibellini Alboino e Cangrande della Scala, vicari a Verona (poi Cangrande, morto il fratello nel novembre 1311, anche a Vicenza), Rizzardo da Camino, che aveva abbandonato lo schieramento guelfo, a Treviso, Franceschino Malaspina a Parma, Uguccione della Faggiola a Genova; sono sbanditi fiorentini Lapo degli Uberti, vicario a Mantova, Lamberto dei Cipriani a Piacenza, Francesco di Tano degli Ubaldini a Pisa. Sono bianchi i numerosi membri della famiglia pistoiese dei Vergiolesi, costretta allesilio nel 1306, che rivestono la carica di vicario: Guidaloste a Modena, Soffredi (o Goffredo) a Cremona, Lando a Bergamo. Si aggiunga che Filippo Vergiolesi (padre della Selvaggia amata da Cino), il quale, dopo lesilio, si era dato alla guerriglia antifiorentina sullAppennino, svolge incarichi diplomatici di rilievo. Incarichi rilevanti sono affidati anche al fiorentino Palmiero degli Altoviti. Notizie su Lamberto dei Cipriani in DAVIDSOHN, IV, pp. 571, 642, 776; sempre l, alle pp. 488, 494, 571, 642, si leggono notizie su Francesco degli Ubaldini, figlio di Tano; per i Vergiolesi rimando a Vinicio Pacca, Un ignoto corrispondente di Petrarca: Francesco Vergiolesi, NRLI, IV (2001), pp. 151-206.
Per il decreto di revoca dei bandi e per la questione dei beni confiscati rimando a Cognasso, Arrigo VII, cit., pp. 151-153 (ivi la frase citata a p. 238).
Lo storico citato a p. 239  DAVIDSOHN, IV, p. 593.
Un ghibellino a oltranza.
Nel luglio-agosto 1311 il nuovo vicario della Romagna, Gilberto de Santilla, succeduto a Niccol Caracciolo, interviene con mano pesante a Forl imprigionando sia Scarpetta Ordelaffi sia Fulcieri da Calboli (cfr. CASADEI, p. 130).
Sono molti ad affermare che le epistole VI e VII sono state scritte a Poppi: per esempio, Mazzoni, Le epistole di Dante, cit., p. 67; il commento di Arsenio Frugoni a Dante Alighieri, Epistole, p. 550; PETROCCHI, pp. 149-150; Cardini, La Romfahrt di Enrico VII, cit., p. 1. Invece ZINGARELLI, p. 264, scrive che la precisazione sub fontem Sarni contenuta in entrambe le lettere ci porta immediatamente col pensiero a Porciano, a cinque miglia sotto le sorgenti dellArno; dello stesso parere era anche Corrado Ricci, Lultimo rifugio di Dante, nuova edizione con 47 illustrazioni, premessa e appendice di aggiornamento a c. di Eugenio Chiarini, Ravenna, Edizioni Dante di A. Longo, 1965 (1a ed. 1891), pp. 14-17; pi sfumato DAVIDSOHN, IV, p. 591, secondo il quale lEp VI sarebbe stata scritta da uno dei castelli dei ghibellini Guidi in Casentino. A ragione ZINGARELLI, pp. 263-264, sottolinea che presso i Guidi di Battifolle Dante non avrebbe potuto esprimere idee cos radicalmente antifiorentine.
Per lo stile biblico-profetico delle epistole politiche di Dante si vedano le osservazioni di Mazzoni (Le epistole di Dante, cit., pp. 77, 95) sulla prevalenza del lessico e del fraseggiare biblico-liturgico nel latino letterario delle cancellerie. 
Dei progetti monetari di Enrico tratta Cognasso, Arrigo VII, cit., pp. 160-163.
Sulla questione della prescrizione dei diritti imperiali si sofferma con grande intelligenza DAVIDSOHN, IV, pp. 562-566 (ricavo da qui la notizia dellelenco di castelli di cui si pretendeva la restituzione stilato dalla cancelleria imperiale), ma si vedano anche: Cognasso, Arrigo VII, cit., pp. 186, 189; Alberto Casadei, Sicut in Paradiso Comedie iam dixi, SD, LXXVI (2011), pp. 179-197, in part. pp. 186-187, e, soprattutto, lintroduzione di Diego Quaglioni alla sua edizione commentata della Monarchia in corso di stampa in Dante Alighieri, Opere, vol. II. Scrive CARPI (p. 561) che la Chiesa e Firenze, nel tentativo di affermare la propria giurisdizione sulla Romandiola e la Tuscia, interpretano come mera propriet dei feudatari (da comprare o confiscare) ci che era stato per diploma imperiale pieno dominium e, pertanto, ne riducono ad arbitrio o crimine gli atti amministrativi e di governo.
Di un Dante ghibellino a oltranza (p. 242) parla DAVIDSOHN, IV, p. 566.
Alla morte di Guido Guerra III, i figli avevano chiesto a Boncompagno da Signa, giurista a loro personalmente vicino, un parere sullopportunit di dividere la contea: Boncompagno aveva risposto con una epistola-trattato (Epistola mandativa ad comites palatinos) nella quale raccomandava prudenza, facendo rilevare come le divisioni avessero fatto decadere gi molte famiglie marchionali e comitali, soprattutto nelle zone geografiche nelle quali erano presenti dominia di citt. Citt che egli, con ottica feudale, bolla per lappunto come sanguisuge. Su questo episodio si leggano le osservazioni di CARPI, pp. 553-554; lepistola di Boncompagno  pubblicata on line da Steven M. Wight (http://scrineum.unipv.it/wight/epman.htm). Per le vicende dei vari rami dei Guidi, il loro atteggiamento nei confronti di Firenze e, poi, di Enrico VII ha scritto pagine fondamentali CARPI (pp. 534-580); i modi attraverso i quali il Comune di Firenze riusc gradatamente a impadronirsi delle propriet e dei diritti della consorteria dei Guidi, fino a distruggerla, sono descritti da Sestan, I conti Guidi e il Casentino, cit., pp. 359-362.
Passaggi della lettera dei priori di Firenze a Roberto dAngi sono pubblicati da DAVIDSOHN, IV, p. 594.
A proposito delle lettere di Gherardesca a Margherita di Brabante, esemplifica bene quale considerazione i dantisti abbiano del carattere indefettibile e orgogliosamente autonomo di Dante ci che Mazzoni (Le epistole di Dante, cit., p. 78) obietta alla tesi, peraltro non condivisibile nelle sue linee di fondo, di Fredi Chiappelli (Osservazioni sulle tre epistole dantesche a Margherita Imperatrice, GSLI, CXL [1963], pp. 558-565), secondo la quale lultima epistola sarebbe pi fredda nei confronti della parte imperiale, e cio che lAlighieri [non] avrebbe mai preso limbeccata dai suoi patroni al punto di dosare il peso del proprio entusiasmo e il calore delle espressioni in rapporto ad un giudizio possibilista, da diplomatico, sugli avvenimenti.
Lamnistia di Baldo dAguglione
Sulla questione del regno di Arles si veda Cognasso, Arrigo VII, cit., pp. 59-60, 70, 194-195 (per una storia del regno negli anni immediatamente precedenti, si veda Paul Fournier, Le Royaume dArles et de Vienne et ses rlations avec lEmpire da la mort de Frderic II  la mort de Rodolphe de Hasbourg [1250-1291], Paris, Victor Palm diteur, 1886).
Particolarmente grave fu ci che accadde a seguito delluccisione di Betto Brunelleschi, lo stesso che nel giugno dellanno prima aveva risposto sprezzantemente ai messi di Enrico. I Donati lo avevano ritenuto, insieme a Pazzino dei Pazzi, responsabile della morte di Corso nel 1308. Nel febbraio 1311 due giovani Donati vendicano lillustre congiunto uccidendo Betto. Uno degli assalitori muore a sua volta, colpito da un figlio del Brunelleschi. Ne nascono tumulti in citt. Alla salma di Corso, esumata, viene riservato un ricco funerale. A sua volta, il funerale  motivo, a causa della divisione di una sostanziosa elemosina, di un lungo e aspro scontro degenerato in rissa tra i domenicani di Santa Maria Novella e il clero del Capitolo di Santa Maria del Fiore. Nei giorni successivi, la lite per i proventi del funerale si estende fino a coinvolgere tutto il clero secolare della citt: ai domenicani viene perfino proibito di predicare in chiese non loro. La disputa durer ben dieci anni, e si chiuder solo nel 1321, dopo essere transitata perfino per la curia avignonese, con lintervento del generale dellOrdine (cfr. DAVIDSOHN, IV, pp. 546-548).
La provvisione del 2 settembre si legge in PIATTOLI, n. 106, che per pubblica solo i nomi degli esclusi del sesto di Porta San Piero (ledizione integrale  nel Libro del Chiodo, cit., pp. 283-308). 
Lassenza di riferimenti ai figli di Dante nel testo della provvisione non  sfuggita a DAVIDSOHN, IV, p. 620, secondo il quale Iacopo e Pietro, che lui presume sbanditi, in seguito a quellatto, non essendo stati nominati, avrebbero potuto fin da allora fare ritorno nella citt che il padre non doveva pi rivedere.
Lamnistia non pacific gli animi dei fiorentini. Nel gennaio 1312, pochi mesi dopo la sua promulgazione e quando gi Enrico aveva pronunciato il bando dellimpero contro Firenze, anche Pazzino dei Pazzi venne ucciso per vendetta. Questa volta furono i Cavalcanti a vendicare lesecuzione di un loro congiunto, avvenuta nove anni prima, di cui attribuivano a Pazzino la responsabilit. E anche questa volta luccisione di un uomo potente delloligarchia provoc tumulti popolari che culminarono con lincendio delle case dei Cavalcanti, che erano state ricostruite dopo il grande rogo del 1304. La fuga di quasi tutti i capi della consorteria e la distruzione degli immobili causarono la rovina della loro compagnia commerciale (cfr. DAVIDSOHN, IV, pp. 448-450). 
Lombra del passato
Per valutare quanto fosse ancora attuale la vicenda di Ugolino, che pure risaliva a pi di trentanni prima, si pensi che Guelfo, un nipote del conte imprigionato nel giugno 1288 quando era di pochi mesi, nel 1313 era ancora rinchiuso in carcere, dal quale lo liberer un intervento di Enrico, peraltro osteggiato dai Ghibellini pisani; si vedano DAVIDSOHN, III, p. 435; IV, p. 639.
La parentela di Moroello con Ugolino della Gherardesca passava attraverso la sorella Manfredina, che nel 1285 aveva sposato Banduccio, figlio illegittimo ma riconosciuto del conte; cfr. Vecchi, Alagia Fieschi marchesa Malaspina, cit., p. 35.
Padoan, Tra Dante e Mussato, cit., p. 37, ritiene che Dante lasci il Casentino dopo il maggio 1311 per raggiungere gli altri fuorusciti toscani (il che, sembrerebbe di capire, sarebbe avvenuto a Forl); CARPI, p. 664, pensa, invece, che la permanenza di Dante nel Casentino possa essere durata per quasi tutto lanno;  ancora lui (pp. 669-670) a parlare di Pisa sempre infida e pericolosa sia nella sua [di Dante] memoria di vecchio guelfo legato a Nino Visconti (e nei mesi precedenti anche alla figlia del conte Ugolino), sia nella sua esperienza recente di intellettuale alla antipisana e filolucchese corte dei Malaspina.
Per lambasceria respinta dai fiorentini e approdata dai Guidi rimando a: DAVIDSOHN, IV, pp. 605-613; Cognasso, Arrigo VII, cit., pp. 251-252; CARPI, pp. 664-666 (qui  riportato il brano della relazione del Butrinto relativo allincontro con i Guidi); Giuseppe Indizio, Un episodio della vita di Dante: lincontro con Francesco Petrarca, Italianistica, XLI [2012], in corso di stampa (che riporta la traduzione dello stesso brano citato da Carpi). Per notizie sulla Relatio de itinere Henrici VII ad Clementem quinto del Butrinto si veda CARPI, p. 769; un dettagliato racconto di quella sfortunata ambasceria  fatto da Isidoro Del Lungo, Da Bonifazio VIII ad Arrigo VII. Pagine di storia fiorentina per la vita di Dante, Milano, Hoepli, 1899, pp. 435-441.
Tra i genovesi pien dogne magagna.
Per Bernab Doria si veda Monti, Uguccione della Faggiola, la battaglia di Montecatini e la Commedia di Dante, cit., pp. 139-141.
La notizia dellincontro con Dante  fornita da Petrarca nella Fam. XXI 15, 7-8, del 1359. La ricostruzione degli spostamenti della famiglia di Petrarca tra il 1310 e il 1312 fatta da Arnaldo Foresti (Aneddoti della vita di Francesco Petrarca, nuova edizione corretta e ampliata dallautore, a c. di Antonia Tissoni Benvenuti con una premessa di Giuseppe Billanovich, Padova, Editrice Antenore, 1977, pp. 1-7 [il saggio risale al 1923])  corretta in modo persuasivo da Indizio, Un episodio della vita di Dante, cit.
I racconti della bastonatura che Dante avrebbe subito su mandato del Doria sono pubblicati da Giovanni Papanti, Dante secondo la tradizione e i novellatori, Livorno, Vigo Editore, 1873, pp. 151-153.
Incoronazione e catastrofe
La frase cit. a p. 254 sulla dimensione della battaglia combattuta tra le vie di Roma  di Maire Vigueur, Laltra Roma, cit., p. 42.
Per lenciclica di Enrico VII ai sovrani e la risposta di Filippo IV si veda Cognasso, Arrigo VII, cit., pp. 289-290, 303.
Il banchetto successivo allincoronazione  descritto da DAVIDSOHN, IV, pp. 656-657.
Per la diceria che Enrico VII fosse stato avvelenato e le accuse rivolte allOrdine domenicano rimando a DAVIDSOHN, IV, pp. 750-752, e a Cognasso, Arrigo VII, cit., pp. 369-370. La notizia dellavvelenamento non sembra del tutto infondata a Indizio, Un episodio della vita di Dante, cit., il quale, anzi, parla di probabile avvelenamento, anche sulla scorta della moderna perizia medico-legale di Francesco Mari e Elisabetta Bertol, Veleni. Intrighi e delitti nei secoli, Firenze, Le Lettere, 2001, pp. 37-47.
Il significato di suppe e lipotesi che quel termine alluda a un avvelenamento sono proposti da Filippo Bognini, Per Purg., XXXIII, 1-51: Dante e Giovanni di Boemia, Italianistica, XXXVII (2008), pp. 11-48, in part. pp. 33-44; Bognini identifica il vaso con Enrico VII, ma il contesto non lascia dubbi sul fatto che si tratti del carro della Chiesa.
La Monarchia.
Lipotesi che gi verso la met del 1312 Dante si trasferisca dalla Toscana a Verona, formulata da Giorgio Petrocchi (Itinerari danteschi, cit., pp. 98-101, e PETROCCHI, p. 154) e riproposta pi di recente da Malato, Dante, cit., pp. 62-63 (In quel biennio 1312-13 Dante ha soggiornato probabilmente a Verona, ospite di Cangrande della Scala), non  sostenibile alla luce, fra laltro, delle convincenti argomentazioni di CARPI, pp. 666-671, e INDIZIO, pp. 52-59. Risulta pi verosimile che, almeno fino alla morte di Enrico e poco dopo, Dante non abbia voluto allontanarsi dal raggio dazione di Arrigo VII e dalla Toscana (CARPI, p. 669) e che abbia trascorso il biennio 1312-1313 a Pisa (Padoan, Tra Dante e Mussato, cit., p. 32). Indizio, Un episodio della vita di Dante, cit., limita questo soggiorno al primo semestre del 1312. 
I passi dellHistoria augusta (V I) nei quali il Mussato parla di Niccol da Prato come principale riferimento dei Ghibellini sono riportati da Billanovich, La tradizione del testo di Livio, cit., p. 46. Lipotesi che Dante, forse grazie alla mediazione di Niccol da Prato, possa aver collaborato, per cos dire, da esterno con la cancelleria imperiale  avanzata da Padoan, Tra Dante e Mussato, cit., pp. 38-45.
Per lassenza di Dante allassedio di Firenze si veda BRUNI, p. 547; lassenza  confermata dalla circostanza che il suo nome non compare nella lista di coloro che si erano schierati con limperatore tra il settembre 1312 e il marzo 1313 (Lista compilata dai Capitani di Parte guelfa nel marzo 1313 dei nomi di coloro che fra il settembre 1312 e il marzo 1313 si erano schierati con Arrigo VII di Lussemburgo, in Il libro del Chiodo, cit., pp. 319-334). 
Datare le opere di Dante pu essere disperante, e anche la Monarchia non fa eccezione, tanto pi che si tratta di un libro privo di espliciti riferimenti autobiografici. Delle due principali ipotesi cronologiche a confronto, luna la vuole composta intorno al 1317-1318 a sostegno dei diritti del vicario imperiale Cangrande della Scala nella disputa che in quegli anni dovette sostenere con il successore di Clemente quinto, Giovanni XXII; laltra lassegna al periodo della discesa in Italia di Enrico VII. Tuttavia, mentre la tesi che sia stata scritta per il protettore scaligero non trova nel testo alcun elemento che alluda in maniera diretta o indiretta a quella contesa, la tesi che la colloca fra lincoronazione milanese di Enrico (gennaio 1311) e la sua morte (agosto 1313) pu avvalersi di numerosi indizi, interni ed esterni, a cominciare dalla testimonianza di BOCCACCIO, 195, il quale afferma con sicurezza che nella venuta dArrigo VII imperatore [Dante] fece uno libro in latina prosa, il cui titolo  Monarchia. Per una rassegna delle diverse ipotesi di datazione della Monarchia si pu ricorrere alla voce omonima dellED di Pier Giorgio Ricci. Nuovi convincenti argomenti a favore della datazione del trattato negli anni di Enrico VII hanno prodotto di recente Casadei, Sicut in Paradiso Comedie iam dixi, cit., pp. 179-197, e Diego Quaglioni nel commento alla Monarchia in corso di pubblicazione in Dante Alighieri, Opere, vol. II. A loro rimando per lanalisi delle questioni specifiche; sottolineo solamente che entrambi concordano nel considerare non dantesco linciso di Mn I 12 6: Sicut in Paradiso Comedie iam dixi, inciso che, rinviando a Pd V 19-22, porterebbe a un periodo posteriore al 1314. Per Quaglioni si tratterebbe di una corruttela, della quale  possibile ricostruire la genesi, di una frase di Dante (da cui il iam dixi) che rimandava a ci che il testo diceva poco sopra (Diego Quaglioni, Un nuovo testimone per ledizione della Monarchia di Dante: il Ms. Additional 6891 della British Library, Laboratoire italien, 11 [2011], pp. 231-278). 
Verit mai da altri tentate.
La frase su Dante che si emancipa dai clich della tradizione  di GIUNTA, p. 44. Sul carattere costantemente innovativo delle scritture dantesche si veda SANTAGATA, pp. 98-104.
La frase di p. 259 relativa alla variet delle fonti della Monarchia  di Diego Quaglioni (introduzione al commento, cit., in corso di pubblicazione).
A proposito del passo di Mn II 1-5 contro i re della terra e i principi che congiurarono con lUnto del Signore vanno tenute presenti le osservazioni di Casadei, Sicut in Paradiso Comedie iam dixi, cit., pp. 182-187, il quale sostiene, attraverso riscontri soprattutto con lEp VI ai fiorentini, che non occorre pensare allopposizione [a Enrico] successiva alla sua incoronazione il 29 giugno 1312, ma piuttosto a quella sviluppatasi fra il 1311 e il 1312.
Per i complessi problemi relativi ai rapporti che il trattato dantesco sembra avere con le Constitutiones pisanae e con le decretali clementine (la cui datazione  assai controversa) rimando alla citata introduzione in corso di stampa di Diego Quaglioni, secondo il quale la Monarchia, che sembra riflettere appunto la radicalizzazione ulteriore del conflitto, verosimilmente prima della morte dellimperatore, sarebbe portata a compimento intorno al periodo dellemanazione delle costituzioni pisane, forse intorno alla loro elaborazione e pubblicazione. Anche per DAVIDSOHN, IV, pp. 740-745, il trattato deve la sua origine alle discussioni che animano la Penisola nei mesi in cui si profila lo scontro finale tra Enrico VII e il sovrano angioino; lo storico ne fissa la composizione nellestate 1313, forse il luglio di quellanno. Di diverso avviso  Casadei, Sicut in Paradiso Comedie iam dixi, cit., p. 190, il quale ritiene che il trattato possa essere datato solo in un periodo che vedeva nel pieno delle loro funzioni Arrigo e Clemente, ancora non contrapposti nei fatti, come avverr poco dopo lincoronazione romana del giugno 1312. Per i rapporti con lattualit politica si veda anche Cristaldi, Dante di fronte al gioachimismo, I. Dalla Vita Nova alla Monarchia, cit., pp. 400-410, che fissa il termine post quem di composizione al luglio-agosto 1312, ma fa slittare quello ad quem al 1314-1316.
Quando tra il successore di Clemente V, Giovanni XXII, e quello di Enrico VII, Ludovico di Wittelsbach detto il Bavaro, si arriver a uno scontro di una asprezza molto maggiore di quello che aveva diviso i loro predecessori (si giunger perfino a eleggere un antipapa), il Bavaro e i suoi seguaci cominciarono ad usare a loro vantaggio molti degli argomenti proposti da Dante nella Monarchia, e ci fece s che nascesse una pubblicistica di parte ecclesiastica mirata a confutarne le tesi. Il libro dantesco fu coinvolto nella diatriba al punto che, nel 1329, il legato papale cardinale Bertrando del Poggetto, a Bologna, ordin che fosse messo al rogo. In quel frangente le ossa di Dante, accusato di eresia, rischiarono di essere dissepolte e arse, come era capitato tanti anni prima a quelle di Farinata degli Uberti. A Bologna, epicentro dello scontro, tra il 1327 e il 1334 il frate domenicano Guido Vernani scrisse, probabilmente prima del 1329, una Reprobatio Monarchiae: si vedano al riguardo Michele Maccarrone, Dante e i teologi del XIV-XV secolo, Studi Romani, 5 (1957), pp. 20-28, e Casadei, Sicut in Paradiso Comedie iam dixi, cit., p. 193. Il racconto della fortuna ghibellina della Monarchia e del processo intentato da Bertrando del Poggetto (sul cui operato informa la voce dellED di Beniamino Pagnin) si legge in BOCCACCIO, 195-197. La notizia che Dante, a causa della Monarchia, fu quasi condannato come eretico  confermata dal giurista Bartolo da Sassoferrato (per il quale si veda la voce del DBI di Francesco Calasso).
DAVIDSOHN, IV, p. 743, scrive: gli avvenimenti, subito dopo che il lavoro fu scritto, rendevano il contenuto [della Monarchia] per il momento praticamente inutile, mentre, al tempo di Ludovico il Bavaro, toccava di nuovo scottanti questioni dattualit.
Per diritto ereditario
Sulla rivalutazione dantesca della nobilt di sangue  fondamentale CARPI (non a caso il libro  intitolato: La nobilt di Dante).
Di Enea, Dante scrive (Mn II III 7): Quanta sia stata la nobilt di questo padre invittissimo e piissimo, considerata non solo la sua virt, ma anche quella dei suoi progenitori e delle mogli, la nobilt dei quali e delle quali conflu in lui per diritto ereditario, non saprei compiutamente spiegare (Qui quidem invictissimus atque piissimus pater quante nobilitatis vir fuerit, non solum sua considerata virtute sed progenitorum suorum atque uxorum, quorum utrorunque nobilitas hereditario iure in ipsum confluxit, explicare nequirem).
V. Il profeta (1314-1315)
La consapevolezza di una missione
La canzone Da poi che la Natura ha fine posto di Cino da Pistoia si legge in Poeti del Duecento, cit., vol. II, pp. 678-679.
Sullepistola ai cardinali si vedano: Arsenio Frugoni, Dante tra due Conclavi - La lettera ai Cardinali italiani, Letture classensi, 2 (1969), pp. 69-91; Ovidio Capitani, Una questione non ancora chiusa: il paragrafo 10 (Ed. Toynbee) della lettera ai Cardinali italiani di Dante, Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, Classe di Lettere e Filosofia, s. III, III (1973), pp. 471-485; Raffaello Morghen, La lettera di Dante ai Cardinali italiani e la coscienza della sua missione religiosa, in Id., Dante profeta tra la storia e leterno, Milano, Jaca Book, 1983, pp. 109-138.
Che lepistola sia pervenuta ai destinatari  suggerito dal fatto che essa dovette conservarsi tra i curiali pontifici, da Avignone a Roma: se presto la riecheggiarono il Petrarca e Cola di Rienzo (Billanovich, La tradizione del testo di Livio, cit., p. 46); cfr. anche Morghen, La lettera di Dante ai Cardinali italiani, cit., pp. 111-112.
Il racconto dellirruzione nel conclave dei Guasconi, che gridavano Moriantur Cardinales italici; volumus Papam, volumus Papam,  fatto dagli stessi cardinali in una lettera enciclica mandata alle abbazie cistercensi: cfr. Mazzoni, Le epistole di Dante, cit., p. 82.
Per Giovanni XXII si veda la voce dellEP di Christian Trottmann.
Una situazione politica intricata
Su Giovanni di Lussemburgo si vedano: Bognini, Per Purg., XXXIII, 1-51, cit., pp. 11-48 (e relativi rimandi bibliografici), e Cognasso, Arrigo VII, cit., pp. 373-374. NellEp VII 5 Dante scrive: Giovanni, tuo regio primogenito e re, che i discendenti prossimi attendono dopo il tramonto del giorno che ora sorge [cio dopo la morte del padre],  per noi un secondo Ascanio [figlio di Enea], che, seguendo lesempio del grande genitore, ovunque, come un leone, infierir contro i Turni [i Rutuli] e, come un agnello, sar mite verso i Latini (Iohannes namque, regius primogenitus tuus et rex, quem, post diei orientis occasum, mundi successiva posteritas prestolatur, nobis est alter Ascanius, qui vestigia magni genitoris observans, in Turnos ubique sicut leo deseviet et in Latinos velut agnus mitescet).
Sui possibili rapporti di Federico III dAragona e Dante si veda la voce dellED di Raul Manselli. In Pd XIX 130-131 le anime beate, disposte a formare limmagine di unaquila, collocano Federico dAragona tra i cattivi principi cristiani; Vedrassi lavarizia e la viltate / di quei che guarda lisola del foco [la Sicilia]; in Pd XX 62-63 lItalia meridionale, che piange sotto il regno di Carlo II dAngi e di Federico dAragona, ricorda con nostalgia il buon re Guglielmo II dAltavilla: Guglielmo fu, cui quella terra plora / che piagne Carlo e Federigo vivo. Per quanto riguarda i mutamenti dei giudizi su Federico pronunciati da Dante nel corso degli anni si leggano CARPI, pp. 444-446, e TAVONI, pp. 1271-1272.
Un fervido utopista.
A proposito del profetismo dellepistola ai cardinali italiani Morghen, La lettera di Dante ai Cardinali italiani, cit., p. 152, osserva: V un documento che, a mio giudizio, convalida lopinione che, in un certo momento, Dante ebbe la coscienza di aver quasi avuto dallalto lautorit di parlare ai grandi della terra e a tutto il popolo cristiano col tono ammonitore del profeta:  lepistola chegli diresse ai cardinali riuniti per il conclave di Carpentras. Insiste sul profetismo dellepistola anche Frugoni, Dante tra due Conclavi, cit., pp. 80, 84. 
Beatrice investe Dante della missione profetica in Pg XXXII 103-105 e XXXIII 52-54; Cacciaguida in Pd XVII 124-29; san Pietro, infine, in Pd XXVII 61-66.
La frase sui segni oggettivi che Dante deve fornire del suo carisma profetico citata a p. 271  di Gorni, Lettera, nome, numero, cit., p. 111; di segni oggettivi, per, Gorni ne individua uno solo: nel libro di Daniele (12,11-12) si legge: Dal tempo in cui fu soppresso il sacrificio quotidiano per erigere labominio devastatore: milleduecentonovanta giorni. Beato chi aspetta e giunger a milletrecentotrentacinque giorni (Et a tempore cum ablatum fuerit iuge sacrificium, et posita fuerit abominatio in desolationem, dies mille ducenti nonaginta. Beatus qui expectat et pervenit ad dies mille trecentos triginta quinque); ebbene, traslati i giorni in anni, si ottengono due date, 1290 e 1335, che, se riferite alla vita di Dante, risulterebbero molto significative: la prima, infatti,  quella della morte di Beatrice; la seconda, tenendo conto che per Dante il mezzo della vita cade a trentacinque anni, rappresenterebbe lanno in cui egli, nato nel 1265, potrebbe morire beato come Daniele. Insomma, Dante, che si sentiva eletto da Dio nel 1300, si concepiva beato nel 1335 (p. 127). Non sono del tutto persuaso dellesistenza di questa relazione (anche se la suggestiva scoperta di Gorni  accolta da Malato, Dante, cit., pp. 381-384); in ogni caso, quella coincidenza di cifre, se poteva non risultare nascosta allintelligenza di Dante (che per del rapporto tra le due date non fa cenno), difficilmente poteva essere il segno oggettivo che lui doveva dare al suo tempo.
Per il significato della rottura del battezzatoio in If XIX  dobbligo il rimando a Tavoni, Effrazione battesimale, cit.
Dice Niccol III di Clemente V: Nuovo Iasn sar, di cui si legge / ne Maccabei; e come a quel fu molle / suo re, cos fia lui chi Francia regge (If XIX 85-87).
Solo pochi studiosi sostengono la tesi che il canto XIX nella sua interezza possa risalire al 1314 (per esempio, Gianluigi Berardi, Dante, Inferno XIX, in Letteratura e critica. Studi in onore di Natalino Sapegno, vol. II, Roma, Bulzoni, 1975, pp. 97-103). Saverio Bellomo (Le muse dellindignazione: il canto dei simoniaci [Inferno XIX], LAlighieri, 37 [2011], pp. 111-131), il quale giustamente insiste sui rapporti tra il canto e lepistola ai cardinali, oscilla tra lidea che non solo lepisodio dei papi confitti nei fori, ma probabilmente lintero canto, in quanto la figura di Clemente V aleggia anche nellinvettiva finale, siano stati scritti dopo laprile 1314, e lipotesi che sia la profezia sulla morte di Clemente sia il canto quasi per intero siano frutto di una revisione dellultimo momento, a cantica completata e non ancora pubblicata. Assume una posizione di compromesso Indizio, La profezia di Niccol e i tempi della stesura del canto XIX dellInferno, cit., pp. 73-97, che ipotizza una composizione del canto allindomani del concilio di Vienne (1312) e linserimento dei versi relativi a papa Clemente nella primavera del 1314. Diversa invece  la ricostruzione di CASADEI, pp. 138-141: a suo parere, il ritocco al canto  stato effettuato prima della morte di Clemente V, tra la seconda met del 1312 e lagosto 1313 (nellimminenza della pubblicazione dellInferno, che Casadei colloca prima dellagosto 1313, prima cio della morte di Enrico VII). Quella della morte di Clemente sarebbe dunque una profezia ante eventum, resa possibile dalle pessime condizioni di salute del pontefice, che si erano di molto aggravate a partire dallaprile del 1312.
Il Purgatorio e la vacanza dellimpero.
Sulla cronologia dei canti purgatoriali la bibliografia  imponente e dispersa: un attendibile quadro dinsieme, per, si pu ottenere incrociando le osservazioni di Parodi, La data della composizione e le teorie politiche dellInferno e del Purgatorio, cit., con quelle di CASADEI.
Per una convincente lettura politica di Pg VI rinvio a Carpi, Il canto VI del Purgatorio, cit.
Dellapostrofe allItalia si rileggano i versi: e ora in te non stanno sanza guerra / li vivi tuoi, e lun laltro si rode / di quei chun muro e una fossa serra. / Cerca, misera, intorno da le prode / le tue marine, e poi ti guarda in seno, / salcuna parte in te di pace gode  Vieni [Alberto tedesco] a veder Montecchi e Cappelletti, / Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: / color gi tristi, e questi con sospetti! / Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura / di tuoi gentili, e cura lor magagne; / e vedrai Santafior com oscura! / Vieni a veder la tua Roma che piagne / vedova e sola, e d e notte chiama: Cesare mio, perch non maccompagne? (Pg VI 82-114). Guido del Duca dipinge in termini bestiali gli abitanti della valle dellArno in Pg XIV 40-54; Marco Lombardo tratteggia la situazione della Lombardia in Pg XVI 115-120.
Nella valletta dei principi (Pg VII) Sordello nomina, nellordine, Rodolfo dAsburgo, Ottocaro di Boemia, Filippo III di Francia, Enrico I di Navarra, Pietro III dAragona e Sicilia, Carlo I dAngi, Alfonso III dAragona, Enrico III dInghilterra, Guglielmo VII di Monferrato (solo di Pietro dAragona dice che dogne valor port cinta la corda, v. 114). A un padre inadeguato, con le eccezioni di Enrico dInghilterra e Alfonso dAragona, succede un figlio ancor pi inadeguato: Ottocaro genera Venceslao, cui lussuria e ozio pasce (v. 102); Filippo III e il consuocero Enrico di Navarra generano il mal di Francia (v. 109), cio Filippo il Bello; il figlio di Carlo I dAngi, Carlo II,  tale che Puglia e Proenza gi si dole (v. 126); quelli di Pietro dAragona, Giacomo e Federico, hanno s ereditato i reami, ma del retaggio miglior nessun possiede (v. 120); infine Giovanni di Monferrato, figlio di Guglielmo, proprio a causa del padre ha scatenato una guerra sanguinosa che fa pianger Monferrato e Canavese (v. 136).
Dei tre Carli e del novo Pilato (Filippo), che non sazio di ci che ha fatto ad Anagni, egli vede sanza decreto / portar nel Tempio le cupide vele, Ugo Capeto o Ciappetta parla in Pg XX 67-93.
Per Fulcieri da Calboli cfr. Pg XIV 58-66; per Sapia, Pg XIII 109-123; per gli Aldobrandeschi si veda lautoritratto tratteggiato da Omberto in Pg XI 58-72; per i Fieschi, conti di Lavagna, laccenno alla loro malvagit fatto da Adriano V in Pg XIX 143-144; per gli Scaligeri, infine, si rileggano le parole dellabate di San Zeno (Pg XVIII 118-126). 
I canti di Forese (Pg XXIII-XXIV) sono i soli del Purgatorio nei quali Firenze abbia un ruolo centrale; il fatto che, rispetto allInferno, la citt passi in secondo piano si spiega considerando che la situazione, dopo il fallimento dei Bianchi e quello personale di Dante, era cos bloccata che non poteva dare adito a nessun altro discorso che non ruotasse intorno al trauma della guerra civile e dellesilio.
Per Bonagiunta, Guinizelli e Arnaut Daniel si vedano Pg XXIV e XXVI.
La profezia di Beatrice
Unampia analisi dei canti dellEden, del significato della profezia di Beatrice e una proposta di datazione in SANTAGATA, pp. 234-287. Per le allegorie edeniche sono importanti le osservazioni di Lino Pertile, La puttana e il gigante. Dal Cantico dei Cantici al Paradiso Terrestre di Dante, Ravenna, Longo Editore, 1998.
In If I 101-111 Virgilio aveva preconizzato che un veltro avrebbe ucciso lavarizia, lavidit, ricacciandola allInferno da cui proveniva: Questi non ciber terra n peltro, / ma sapenza, amore e virtute, / e sua nazion sar tra feltro e feltro.
Le numerose ipotesi di identificazione del cinquecento diece e cinque che si sono susseguite dai primi commenti agli anni Settanta del Novecento sono passate in rassegna nella voce dellED Cinquecento diece e cinque di Pietro Mazzamuto; quelle successive alla pubblicazione dellEnciclopedia, da Bognini, Per Purg., XXXIII, 1-51, cit., pp. 12-18.
La tesi che il messo di Dio sia Enrico e che Dante abbia scritto gli ultimi canti del Purgatorio e poi pubblicato le prime due cantiche in un periodo compreso tra lincoronazione del 1312 e la morte dellimperatore nellagosto 1313  sostenuta con grande coerenza anche da CASADEI (a p. 278 cito una sua frase da p. 140). 
PASQUINI, pp. 165-166, il quale ritiene che il canto XXXII del Purgatorio sia stato composto non pi tardi del 1314 e che lepistola ai cardinali segua a breve distanza, nota acutamente che loriginalit dei tratti con i quali Dante descrive la decadenza della Chiesa avignonese fa passare in secondo piano la stessa profezia del Cinquecento diece e cinque (il Dux).
Lidentificazione del cinquecento diece e cinque con Giovanni di Boemia e la conseguente decrittazione dellenigma si devono a Bognini, Per Purg., XXXIII, 1-51, cit., del quale, per, non si pu accettare lidentificazione della puttana sciolta con Firenze e del gigante suo drudo con Roberto dAngi: Firenze e il re di Napoli, infatti, romperebbero in maniera incongrua la coerenza del quadro allegorico che rappresenta la progressiva degradazione della Chiesa nella storia (di Bognini si vedano anche: Gli occhi di Ooliba. Una proposta per Purg., XXXII 148-60 e XXXIII 44-45, RSD, VII [2007], pp. 73-103; Id., Dante tra solitudine e protezione [Pg XXXII 148-160 e XXXIII 1-5], in Novella fronda. Studi Danteschi, a c. di Francesco Spera, Napoli, DAuria Editore, 2008, pp. 177-197). Era stato Gorni, Lettera, nome, numero, cit., p. 121, a segnalare che il sintagma messo di Dio  un calco dal prologo del Vangelo di Giovanni, Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Iohannes. Il cifrario  contenuto, sotto il titolo Formate epistole, nellElementarium di Papia (risalente alla met dellXI secolo): cfr. Bognini, Per Purg., XXXIII, 1-51, cit., pp. 30-33.
Per la puttana sciolta si veda Ap 17,1-5; la frase citata a p. 280  di Anna Maria Chiavacci Leonardi (Dante Alighieri, Commedia, vol. II, Purgatorio, Milano, Mondadori, 1994, p. 954). Secondo CASADEI, p. 135, nella scena delladescamento della puttana Dante funge da esponente di coloro che hanno creduto alla buona fede di Clemente V e dunque  hanno sostenuto lalleanza dellImperatore con la Chiesa: salvo poi essere smentiti dai fatti nel periodo dellincoronazione romana di Arrigo. Il tentativo di adescamento, quindi, corrisponde alla fase di possibile alleanza tra Clemente e Arrigo, seguita da un ulteriore definitivo allontanamento del Papa dal contesto italiano perch di nuovo succube della volont di Filippo.
La ricostruzione della scena allegorica in riferimento alle vicende del conclave di Carpentras si deve ad Antonio Alessandro Bisceglia, Due nuove proposte esegetiche per Purgatorio XXXII, Studi e problemi di critica testuale, 77 (2008), pp. 115-124. Va rilevato che non mancano consonanze fra lepistola dantesca e quella che i cardinali italiani mandarono nel settembre 1314 alle abbazie cistercensi e nella quale parlano della loro cacciata: le consonanze sono indicate da Mazzoni, Le epistole di Dante, cit., pp. 82-83. Si aggiunga che la lettera di Napoleone Orsini a Filippo il Bello scritta quando i cardinali italiani vennero messi in minoranza a Carpentras contiene accenti e giudizi storici per molti versi complementari a quelli della lettera dantesca indirizzata ai cardinali italiani (cio, proprio e innanzi tutto, al medesimo Napoleone Orsini) (CARPI, pp. 628-629).
Ogni dubbio sulla posteriorit della profezia rispetto alla morte di Enrico VII sarebbe fugato se si accettasse linterpretazione del v. 36 che vendetta di Dio non teme suppe come una allusione allavvelenamento dellimperatore.
CASADEI, p. 140, fa notare che se le due prime cantiche non fossero state portate a compimento e diffuse prima della morte di Enrico, arriveremmo al singolare paradosso di un Dante reale fautore toto corde della causa di Arrigo che non scrive mai di lui (a parte il riferimento fugace di Par. XVII, 82) prima dellesaltazione abbondantemente postuma di Par. XXX, 133 ss..
Le traversie di un vescovo.
Per quanto riguarda gli spostamenti di Dante dopo la morte di Enrico VII (a parte linsostenibile ipotesi di PETROCCHI, p. 154, che si sia trasferito a Verona gi nel 1312) si legga, a titolo di esempio, CARPI, pp. 670-671: Morto Arrigo,  molto probabile che verso la Verona di Cangrande, il pi potente fra i tiranni del Nord divenuti imperiali, Dante si sia mosso, se non subito, assai presto.
Ad attestare la presenza di Dante a Forl nel marzo 1314 sarebbe una breve lettera in volgare pubblicata nel 1547 da Anton Francesco Doni in un volume da lui stampato di Prose antiche di Dante, Petrarcha, et Boccaccio. Il 30 marzo 1314 Dante lavrebbe inviata a Guido Novello da Polenta durante il viaggio di ritorno a Ravenna da Venezia, dove si sarebbe recato a portare lomaggio del signore ravennate al doge da poco eletto. Il contenuto della missiva  uno sfogo di Dante nei confronti della classe dirigente veneziana, la quale, a suo dire, non solo non conosce il latino, ma anche dellitaliano ha una conoscenza alquanto approssimativa. La lettera  sempre stata creduta un falso del Doni fino a quando Rosetta Migliorini Fissi, nel procurarne ledizione critica (La lettera pseudo-dantesca a Guido da Polenta. Edizione critica e ricerche attributive, SD, XLVI [1969], pp. 103-272), ha mostrato che il Doni ne era stato solo leditore. Che lautore della lettera (la quale, scritta originariamente in latino, sarebbe poi stata tradotta da ignoto) sia Dante  stato sostenuto solamente da PADOAN, pp. 57-91, seguito, con troppa fiducia, da INDIZIO, pp. 54-57 (e, dubitativamente, da Malato, Dante, cit., pp. 62-63). I loro tentativi di sanare le palesi incongruenze storiche contenute nel testo urtano contro lestrema inverosimiglianza che Dante si prendesse la briga di mandare un messo a Ravenna solamente per consegnare un suo sfogo privo di vere notizie e, soprattutto, che un ambasciatore rilasciasse, in unepistola destinata a esser protocollata presso la cancelleria, giudizi cos pesantemente ingiuriosi nei confronti di uno Stato con il quale Ravenna doveva fare conti difficili e delicati. Ma soprattutto urtano contro il fatto che il falsario, come gi aveva rilevato e documentato Migliorini Fissi, presenta un ben definito profilo e che risulta evidente lo scopo della falsificazione: si tratta di un fiorentino che scrive o nei primi decenni del Cinquecento o, meno probabilmente, negli anni Quaranta di quel secolo, prendendo spunto dal racconto di Filippo Villani di una ambasceria a Venezia per conto dei Polentani nella quale a Dante sarebbe stato impedito di parlare. A questo periodo rimandano sia la polemica politico-civile antiveneziana, propria degli ambienti medicei antirepubblicani, sia le osservazioni di tipo linguistico, inquadrabili allinterno delle accese discussioni, imperniate su Dante, che nei primi decenni del secolo impegnavano molti intellettuali fiorentini.
Emilio Pasquini (Vita di Dante, cit., p. 83) scrive che dopo la condanna a morte del 1315 i figli maschi di Dante forse vissero gi con lui presso Uguccione, con ci avallando lidea che Dante si trovasse ancora a Pisa e che Uguccione fosse il suo protettore; gi Ricci, Lultimo rifugio di Dante, cit., p. 61, aveva scritto: noi pensiamo che quando si svolse la guerra che si chiuse con la sconfitta dei guelfi a Montecatini, Dante fosse in Toscana.
Per Niccol Donati si vedano la voce dellED di Renato Piattoli e BARBI, p. 328. A partire dal 1315, anche Gemma potrebbe essere stata di aiuto dopo aver ereditato dalla madre Maria, della quale ignoriamo la data di morte, ma che risulta aver fatto testamento tra febbraio e maggio 1315 (il testamento  pubblicato in PIATTOLI, n. 113).
Leccezione del vescovo di Luni, secondo Frugoni (Dante tra due Conclavi, cit., p. 83), sorprende per il brusco cambiamento di tono.
Sulle vicende del vescovato di Luni e sulle figure di Guglielmo e Gherardino Malaspina porta nuovi dati Vecchi, Ad pacem et veram et perpetuam concordiam devenerunt, cit. Frate Guglielmo Malaspina  stato a volte erroneamente identificato con Bernab Malaspina del Terziere, vescovo a Sarzana negli anni Venti e Trenta del Trecento (cfr. Eliana M. Vecchi, Per la biografia del vescovo Bernab Malaspina del Terziere [ 1338], cit., pp. 109-141). Per le vicende di Gherardino successive allinvasione di Lucca da parte di Uguccione della Faggiola si veda anche DAVIDSOHN, IV, pp. 816-817 (sua la citazione a p. 283); per il ruolo di Castruccio la voce del DBI Castracani degli Antelminelli, Castruccio di Michele Luzzati. Su Spinetta Malaspina informa la voce del DBI Malaspina, Spinetta (Spinetta il Grande di Fosdinovo) di Franca Ragone.
Nella chiesa francescana di Genova era stato sepolto, nel 1310, Niccol Fieschi, padre di Alagia, e nel 1340 vi sar tumulato un figlio di Alagia e Moroello di nome Luchino. Si presti attenzione anche al fatto che in prossimit di quella chiesa sorgeva labitazione della sorella di Moroello, Manfredina, la quale, dopo il primo matrimonio con il Gherardesca, aveva sposato il genovese Alaone Grimaldi (e sono attestati lunghi soggiorni di Alagia, dopo la vedovanza, presso la casa della cognata). Rimando ancora a Vecchi, Ad pacem et veram et perpetuam concordiam devenerunt, cit., pp. 145-148, per il sistema viario in cui era inserito il monastero di Santa Croce al Corvo. Per il significato dellespressione ad partes ultramontanas rinvio a Casadei, Considerazioni sullepistola di Ilaro, cit., pp. 15-18.
La seconda sentenza di morte
Le vicende dei ribandimenti del 1315-1316 e dellamnistia dellautunno del 1315 sono ricostruite da Michele Barbi (in dialogo con ZINGARELLI) in Una nuova opera sintetica su Dante (1904), poi in BARBI, pp. 29-85, in part. pp. 51-56.
Per identificare il corrispondente [dellEp XII] importa fissare la lezione: Per litteras vestri meique nepotis [Dalle lettere del vostro e mio nipote], come legge il manoscritto unico, o Per litteras vestras meique nepotis necnon aliorum quamplurium amicorum [Dalle lettere vostre e di mio nipote e di parecchi altri amici], come pensano i dantisti, segnatamente Pistelli, editore critrico del testo, e Barbi?  non c alcuna certezza in proposito. Sicch  meglio distinguere ecclesiastico e nipote (GORNI, p. 225). Una diversa soluzione, per, propone Piattoli (Codice Diplomatico Dantesco. Aggiunte, cit., pp. 3-108; pp. 75-108) correggendo, sulla scorta di nuovi documenti, le tesi di Michele Barbi (Per un passo dellepistola allamico fiorentino e per la parentela di Dante [1920], poi in BARBI, pp. 305-328), e cio di intendere il destinatario come un religioso che  anche nipote di Dante. Si aprirebbe cos la possibilit di identificarlo, come fa il Piattoli, con quel Bernardo Riccomanni, figlio di Lapo e di Tana, che abbiamo ipotizzato aver cooperato a nascondere, quando era un giovane frate in Santa Croce o in altro convento francescano limitrofo, i beni di Dante che stava per essere bandito.
Come gli altri, anche il Ciolo nominato da Dante (che si tende a identificare con un Ciolo degli Abati) era sicuramente un delinquente comune: si veda la voce dellED Ciolo.
Le sentenze dellottobre e del novembre 1315 si leggono in PIATTOLI, nn. 114, 115.
VI. Uomo di corte (1316-1321)
Al di l dellAppennino
Le ultime parole dellepistola allAmico Fiorentino sono: Quippe nec panis deficiet (Ep XII 4).
Che Dante non conoscesse Cangrande di persona lo si evince anche dallinizio dellEp XIII, l dove egli dice di essersi recato a Verona per verificare la fondatezza della fama che circondava il suo signore.
La data del 1316 per il trasferimento a Verona  indicata anche, al termine di un percorso biografico diverso da quello da me proposto, da INDIZIO e da altri: per esempio, da GORNI, p. 184.
Lencomio necessario
Su Cangrande della Scala informa adeguatamente lampia e approfondita voce del DBI di Gian Maria Varanini, da incrociare con quella di Alboino, sempre di Varanini.
 sintomatico che alla creazione del mito scaligero non collabori Boccaccio, il quale esprime dubbi anche sulla dedica a Cangrande del Paradiso (BOCCACCIO, 193-194).
Sul Paradiso, di cui promette la dedica al destinatario, lepistola a Cangrande recita (Ep XIII 3): E non ho trovato nulla di pi adatto alla vostra grandezza della sublime cantica della Commedia che si intitola Paradiso: che, offerta con questa lettera, come con un epigramma di dedica, vi attribuisco, offro, e anche raccomando (Neque ipsi preheminentie vestre congruum comperi magis quam Comedie sublimem canticam que decoratur titulo Paradisi; et illam sub presenti epistola, tanquam sub epigrammate proprio dedicatam, vobis ascribo, vobis offero, vobis denique recommendo).
Per quanto riguarda la parte esegetica dellepistola, e in particolare le perplessit che suscitano la definizione del genere commedia e la spiegazione del titolo del poema, si vedano: Mirko Tavoni, Il titolo della Commedia di Dante, NRLI, I (1998), pp. 9-34, in part. pp. 21-23, e Andrea Mazzucchi, Tertia est satira, idest reprehesibilis, ut Oracius et Persius: Cino da Pistoia, Pietro Alighieri e Gano di Lapo da Colle, in Per convien chio canti per disdegno. La satira in versi tra Italia e Spagna dal Medioevo al Seicento, a c. di Antonio Gargano, con una introduzione di Giancarlo Alfano, Napoli, Liguori Editore, 2011, pp. 1-30. Per una diversa prospettiva si veda Claudia Villa, La protervia di Beatrice. Studi per la biblioteca di Dante, Firenze, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2009, pp. 163-181.
La citazione a p. 290  desunta da Alberto Casadei, Il titolo della Commedia e lEpistola a Cangrande, Allegoria, 60 (2009), pp. 167-181 (la cit. a p. 178), il quale ipotizza in modo assai persuasivo che a un nucleo dantesco, risalente al 1316 (che doveva contenere la promessa di una dedica a Cangrande del Paradiso), negli anni Quaranta del Trecento sia stata congiunta la seconda parte esegetica forse nellambito delle numerose leggende create per (ri)costruire la trafila delle ultime opere del poeta; di Casadei si legga anche Allegorie dantesche, in Atlante della letteratura italiana, a c. di Sergio Luzzatto e Gabriele Pedull, vol. I, a c. di Amedeo De Vincentiis, Torino, Einaudi, 2010, pp. 199-205. 
Laccenno alla povert contenuto alla fine della lettera (Ep XIII 32): mi incalza infatti langustia delle vicende familiari, cosicch sono obbligato a tralasciare questa e altre cose utili allinteresse pubblico (urget enim me rei familiaris angustia, ut hec et alia utilia reipublice derelinquere oporteat), spurio o autentico che sia, non fa che rendere esplicita la situazione sottesa agli elogi dellinizio.
Per le vicende degli abati di San Zeno e per come Cangrande pu aver reagito al racconto che Dante ne fa nel Purgatorio si veda CARPI, pp. 667-668. 
Laneddoto petrarchesco si trovava gi, per esempio, in Novellino XLIV, ma riferito a Marco Lombardo, il protagonista del canto XVI del Purgatorio. Billanovich (Tra Dante e Petrarca, cit., pp. 27-28)  convinto che Petrarca, con le frasi inserite in Rerum memorandarum libri II 83 (Dantes Allegherius, et ipse concivis nuper meus  exul patria cum apud Canem Magnum veronensem, comune tunc afflictorum solamen ac profugium, versatur, primo quidem in honore habitus deinde pedetentim retrocedere ceperat minusque in dies domino placere), testimonii veracemente  sul contubernio ingrato che a Dante tocc sopportare con Cangrande e con i suoi cortigiani. 
Sarebbe interessante appurare se Dante, durante la sua seconda permanenza a Verona, avesse riallacciato i rapporti con il gi citato Giovanni Mansionario, con il quale  ipotizzabile fosse entrato in relazione nel 1303-1304. Sullisolamento del Dante veronese si vedano le osservazioni di Girolamo Arnaldi nella voce dellED Verona.
Sotto il segno di Marte
Le anime del cielo di Giove formano il primo versetto del Liber Sapientiae.
Sullapostrofe a Giovanni XXII si veda CASADEI, pp. 123-125, il quale osserva che lincursione nel presente costituita dalluso del tu accompagnato dal presente indicativo (scrivi) proprio per la sua eccezionalit nella compagine del poema non pu non essere pensata per un effettivo obiettivo polemico immediato, e d senso solo se la si immagina scritta a ridosso dellepisodio cui fa riferimento, e quindi per un appoggio diretto alla causa di Cangrande probabilmente nella prima met del 1318. A p. 125 Casadei scrive che Dante in pratica oblitera la storia posteriore al 1318. Sul tema cfr. anche SANTAGATA, pp. 334-335.
Le predizioni di Cunizza
Per il mutato atteggiamento di Dante nei confronti dei Guelfi e dei Ghibellini si vedano le osservazioni di CARPI, pp. 649-650. 
La profezia di Cunizza  in Pd IX 46-60. Nei suoi ultimi anni, dopo una tumultuosa vita sentimentale caratterizzata da una rocambolesca storia damore con il trovatore Sordello, Cunizza si era ritirata a Firenze, dove era morta tra gli anni Settanta e Ottanta del Duecento. A Firenze, in almeno unoccasione, aveva soggiornato nella casa di Cavalcante dei Cavalcanti. Dante non frequentava allora i Cavalcanti e non avr sicuramente avuto occasione di conoscere Cunizza, ma non  azzardato supporre che nel decennio successivo Guido o suo padre gli abbiano parlato di quella donna: si veda Valter Leonardo Puccetti, Fuga in Paradiso. Storia intertestuale di Cunizza da Romano, Ravenna, Longo Editore, 2010.
Le frasi citate a p. 297 relative a Rizzardo da Camino e allo schieramento guelfo che si contrapponeva alla Verona ghibellina sono di CARPI, pp. 514-515. Anche per INDIZIO, p. 52, il canto IX del Paradiso presuppone ineludibilmente la presenza a Verona e ladesione alla causa scaligera. 
La battaglia di Montecatini  descritta dallo stesso Uguccione in una lettera spedita il 2 settembre 1315 ai ghibellini genovesi Gherardo Spinola e Bernab Doria: cfr. Monti, Uguccione della Faggiola, la battaglia di Montecatini e la Commedia di Dante, cit. (qui, alle pp. 146-147, si legge ledizione critica dellepistola).
Per quanto riguarda lallocuzione a Clemenza e lallusione alla battaglia di Montecatini, rimando a SANTAGATA, pp. 375-377 (avvertendo, per, che in quella sede ritenevo che il canto fosse stato scritto a Verona).
Una fama di negromante.
Racconti dettagliati delle vicende legate al tentativo di maleficio dei Visconti ai danni di Giovanni XXII si trovano in DAVIDSOHN, IV, pp. 898-900, e, soprattutto, in Gerolamo Biscaro, Dante Alighieri e i sortilegi di Matteo e Galeazzo Visconti contro papa Giovanni XXII, Archivio Storico Lombardo, XLVII (1920), pp. 446-481.
I commenti che certe donne di Verona avrebbero fatto al passaggio di Dante e la sua reazione compiaciuta sono riferiti da BOCCACCIO, 113. 
La frase sulla lettura allegorica del poema citata a p. 300  di Saverio Bellomo, La Commedia attraverso gli occhi dei primi lettori, in Leggere Dante, a c. di Lucia Battaglia Ricci, Ravenna, Longo Editore, 2003, pp. 73-84 (la cit. a p. 77).
Tra i meglio informati dellaffaire del maleficio contro il papa era il cardinale del Poggetto: fino a quando non aveva lasciato Avignone per iniziare la sua legazione in Lombardia era stato membro della commissione segreta incaricata dal papa delle indagini, e di sicuro era stato tenuto al corrente degli sviluppi anche dopo quella data. Non sar anche a causa delle illazioni emerse a carico di Dante durante quellinchiesta che, dopo la sua morte, il cardinale cercher di condannarlo per eresia? 
Lultimo rifugio
Sulle possibili implicazioni cronologiche dellepisodio del tentato maleficio relativamente alla vita di Dante si veda INDIZIO, pp. 59-60.
Le affermazioni sulla durata del soggiorno ravennate sono in BOCCACCIO, 81, 84. 
Per la data del trasferimento a Ravenna ricordo solo alcuni degli interventi pi significativi: Ricci, Lultimo rifugio di Dante, cit., opta per il 1317; a favore del 1318 o, al pi, dellinizio del 1319 si esprimono Petrocchi, La vicenda biografica di Dante nel Veneto, cit., pp. 101-103; Alberto Casadei, Sulla prima diffusione della Commedia, Italianistica, XXXIX (2010), pp. 57-66, in part. p. 63; CASADEI, p. 125; pensa invece al 1319 o alla prima met del 1320 Girolamo Biscaro, Dante a Ravenna, Bullettino dellIstituto storico italiano, n. 41, 1921, pp. 1-117; per i primi mesi del 1320 si schiera anche INDIZIO, pp. 57-64. La notizia, fornita dalla cronaca anonima Annales Caesenates, che nel biennio 1318-1319 in Romagna si fosse diffusa unepidemia di peste, che avrebbe potuto sconsigliare a Dante di trasferirsi proprio in quel periodo (cfr. Ricci, Lultimo rifugio di Dante, cit., pp. 60-61), va molto ridimensionata: probabilmente lepidemia ci fu, ma circoscritta alla citt di Cesena (si vedano Renzo Caravita, Rinaldo da Concorezzo arcivescovo di Ravenna (1303-1321) al tempo di Dante, Firenze, Olschki, 1964, pp. 180-185, e Petrocchi, La vicenda biografica di Dante nel Veneto, cit., p. 102).
La ricostruzione pi accurata degli anni ravennati di Dante si deve a Caravita, Rinaldo da Concorezzo, cit., pp. 167-203.
La sentenza di condanna di Pietro  pubblicata in PIATTOLI, n. 126; la vicenda del beneficio  dettagliatamente ricostruita da Ricci, Lultimo rifugio di Dante, cit., pp. 46-55, e, soprattutto, da Biscaro, Dante a Ravenna, cit., pp. 40-51, ma si vedano anche Caravita, Rinaldo da Concorezzo, cit., pp. 173-177, e INDIZIO, pp. 188-189. 
La caduta di Lucifero
Lautenticit della Questio  stata sostenuta con grande vigore soprattutto da Francesco Mazzoni (del quale si vedano le pagine, che condensano i suoi interventi precedenti, poste come introduzione alledizione della Questio in Dante Alighieri, Opere minori, vol. II) e da PADOAN, pp. 163-180 (sua anche la voce dellED dedicata al Moncetti). Altrettanto vigoroso  il dissenso espresso da Bruno Nardi, La caduta di Lucifero e lautenticit della Quaestio de aqua et terra (1959), da ultimo in Id., Lecturae e altri studi, a c. di Rudy Abardo, con saggi introduttivi di Francesco Mazzoni e Aldo Vallone, Firenze, Le Lettere, 1990, pp. 227-265.
I caratteri eccentrici della Questio sono messi in luce da Stefano Caroti nellintroduzione al suo commento in corso di stampa in Dante Alighieri, Opere, vol. III. 
A proposito dellautografia, in Questio I 3 si legge: E affinch linvidia di molti  non muti dietro le spalle quanto fu ben detto, parve altres opportuno consegnare in questa carta, scritta di mia mano, quanto da me determinato, e definire con la penna i termini di tutta la disputa (Et ne livor multorum  post tergum bene dicta transmutent, placuit insuper in hac cedula meis digitis exarata quod determinatum fuit a me relinquere, et formam totius disputationis calamo designare).
Lucifero, il principe degli angeli ribelli, precipit nellemisfero australe, dove allora emergeva la terra, e questa, per il terrore che egli le fece, si ritir emergendo nellemisfero opposto e, sempre per evitare il contatto con quellessere demoniaco, si ritrasse anche dal suo centro formando la montagna del Purgatorio (If XXXIV 121-126).
Il passo di Pietro Alighieri  leggibile in Pietro Alighieri, Comentum super poema Comedie Dantis. A Critical Edition of the Third and Final Draft of Pietros Alighieris Commentary on Dantes The Divine Comedy, ed. by Massimiliano Chiamenti, Tempe, Arizona Center for Medieval and Renaissance Studies, 2002, pp. 277-278. Sul problema della paternit della terza redazione del commento  dobbligo rimandare a INDIZIO: si noti, tuttavia, che Indizio crede di poter avvalorare la testimonianza, anche se non riferibile direttamente a Pietro, ipotizzando, sulla base della localizzazione veneta dellunico testimone manoscritto che la contiene, che la notizia possa risalire comunque a Pietro o ad altro testimone della Questio scaligera. La notizia, autentica, fu introdotta quindi nel testo come elemento di indubbio pregio (p. 218); ma si leggano anche i dubbi sullautorevolezza della testimonianza espressi da Enrico Malato, Per una nuova edizione commentata delle opere di Dante, RSD, IV (2004), pp. 88-89. Perplesso sulla possibilit che Dante da Ravenna sia ritornato a Verona per tenervi la lezione sul tema delle acque emerse  anche Casadei, Sulla prima diffusione della Commedia, cit., p. 64.
Un tiranno letterato.
I dati sulla popolazione di Ravenna in Caravita, Rinaldo da Concorezzo, cit., pp. 199-200.
Scrive Biscaro, Dante a Ravenna, cit., p. 55: Aderendo allinvito o sollecitandolo, Dante era convinto che Guido non sarebbe mai per cedere alle ingiunzioni della curia perch avesse a consegnarlo mani e piedi agli sgherri dellinquisitore. 
Per quanto riguarda i possibili rapporti di Dante con famiglie signorili della Romagna, si noti che Benvenuto da Imola, a proposito dellincontro con Pier da Medicina (If XXVIII 70-75), afferma che Dante fu ospite della corte (curia) dei cattani, cio signori, di Medicina, villa grossa et pinguis inter Bononiam et Imolam.
 quasi sicuro che Dante aveva avuto occasione di conoscere Bernardino da Polenta, nipote di Guido il Vecchio e fratello di Francesca, dedito soprattutto al mestiere delle armi e per un certo tratto di tempo signore di Cervia e di Cesena. Bench guelfo per convinzione e tradizione familiare, come tutti i signorotti di Romagna aveva oscillato dalluno allaltro partito a seconda delle convenienze. E cos, dopo aver combattuto contro i Ghibellini romagnoli capitanati da Guido da Montefeltro ed essersi schierato con i fiorentini nella guerra antighibellino-aretina della seconda met degli anni Ottanta, si era alleato con lOrdelaffi e Aghinolfo di Romena nella campagna mugellana dei fuorusciti bianchi contro i Neri: e in quei mesi Dante molto probabilmente lo aveva conosciuto. E forse lo aveva incontrato nuovamente a Bologna, dove Bernardino, divenuto alleato dei Neri, nella sua veste di podest aveva sedato il tumulto che nel maggio 1306 aveva messo in fuga Napoleone Orsini. Negli anni successivi aveva combattuto, in alleanza con i Guidi di Dovadola e di Battifolle, contro Enrico VII, ed era diventato podest di Firenze nel primo semestre del 1313 (e l, nellaprile, era morto): molte notizie su di lui fornisce CARPI, passim. Il paragone tra il fruscio delle foglie della divina foresta dellEden e quello che di ramo in ramo si raccoglie / per la pineta in su l lito di Chiassi, / quand olo scilocco fuor discioglie (Pg XXVIII 19-21) sembra presupporre che Dante, gi prima del 1314, si fosse inoltrato nella pineta ravennate di Classe. Mi chiedo se nel maggio 1303 Dante non avesse fatto parte della delegazione dellUniversit dei fuorusciti che aveva trattato con Bernardino lalleanza antifiorentina.
Le sei ballate attribuite a Guido Novello, pi altre nove anonime, sono edite da Domenico De Robertis, Il Canzoniere escorialense e la tradizione veneziana delle rime dello Stil novo, GSLI, Supplemento n. 27, 1954, pp. 210-223, e ripubblicate da Eugenio Chiarini in appendice a Ricci, Lultimo rifugio di Dante, cit., pp. 514-521; quattro delle sei ballate certe sono ripubblicate, con commento, in Rimatori del Trecento, a c. di Giuseppe Corsi, Torino, UTET, 1969, pp. 33-39. 
Le citazioni relative a Guido Novello a p. 306 sono prese da BOCCACCIO, 80.
Limportanza di ospitare un poeta.
Sulla vicenda della cessione a Pietro dei diritti delle due chiese da parte delle cugine Malvicini si vedano le osservazioni di CARPI, pp. 579-580 (sua  la frase ironica di p. 306 sui benefici che Dante aveva ottenuto dallestinzione della linea maschile dei conti di Bagnacavallo), e di Biscaro, Dante a Ravenna, cit., p. 52: Unantica relazione di Dante con i parenti della moglie di Guido ed il culto alle muse con discreto successo professato dal Polentano darebbero ragione dellinvito che questi, secondo quanto narra il Boccaccio, gli rivolse di aggradire la sua ospitalit, quando non fosse stato Dante medesimo a sollecitare in forma riguardosa linvito col fargli presente le proprie angustie. Anche Francesco Filippini, Dante scolaro e maestro (Bologna, Parigi, Ravenna), Genve, Olschki, 1929, pp. 164-165, scrive che lantica relazione familiare con i Guidi da Romena  sufficiente per s stessa a spiegare landata di Dante a Ravenna, molto pi in unione col beneficio ecclesiastico concesso da Caterina e Idane a Pietro.
Unesistenza tranquilla
Scrive Biscaro, Dante a Ravenna, cit., p. 53: il conferimento della rettoria costitu ladempimento di una condizione posta dal Poeta per la sua venuta presso il Polentano come garanzia che non gli sarebbero mancati i mezzi per vivere; e ancora: Il beneficio era stato conferito [a Pietro] perch il padre suo ne fruisse le rendite (p. 65). Suggestiva, ma tutta da dimostrare, lidea che Biscaro esprime con sicurezza: Alla provvisione della rettoria per il figlio si coordina il collocamento della figlia Beatrice nel chiostro di S. Stefano dellOliva, che dov seguire intorno alla stessa epoca, per intercessione di Guido Novello; collocamento gratuito, e cio senza il conferimento della congrua dote che si soleva richiedere per il collocamento delle donzelle nei monasteri. Risulta per certo che una suor Beatrice, figlia di Dante, si trovava in quel monastero nel 1350 (quando forse ricevette la visita di Boccaccio). Nel 1371 Donato degli Albanzani (amico sia di Boccaccio sia di Petrarca) consegn da parte di un donatore che voleva restare anonimo 3 ducati a quel monastero in quanto esso era erede di suor Beatrice del fu Dante Alighieri: si vedano la voce dellED Alighieri, Antonia (suor Beatrice) e Ricci, Lultimo rifugio di Dante, cit., pp. 236-238.
Sulla possibile presenza di Gemma a Ravenna si veda quanto scrive Giorgio Petrocchi, Biografia, nellED, Appendice, p. 50. Biscaro, Dante a Ravenna, cit., pp. 139-141, parla della casa di Dante a Ravenna. Lunica testimonianza al riguardo  quella di Boccaccio che accenna alla casa nella quale era Dante prima [di morire] abitato (BOCCACCIO, 88; BOCCACCIO, 63).
Gli accenni a Dante insegnante di retorica volgare sono in BOCCACCIO, 84, e in BOCCACCIO, 62. Sul presunto insegnamento di Dante si vedano Ricci, Lultimo rifugio di Dante, cit., pp. 64-74 (che pensa proprio a un insegnamento presso lo Studio), e Silvio Bernicoli, Maestri e scuole letterarie in Ravenna nel secolo XIV, Felix Ravenna, 32 (1927), pp. 61-63, in part. pp. 61-62. Che Dante insegnasse da pubblica cattedra  sostenuto anche da Filippini, Dante scolaro e maestro, cit., pp. 51, 173-174; Barbi, Vita di Dante, cit., p. 31, non esclude la possibilit di un insegnamento pubblico. Il fatto che intorno a Dante si raccolgano solamente medici e notai, e manchino del tutto i legisti,  sottolineato da Augusto Campana, Guido Vacchetta e Giovanni del Virgilio (e Dante), Rivista di cultura classica e medioevale, VII (1965), pp. 252-265. 
La citazione relativa al Perini  presa da BOCCACCIO, VIII I 13. La prima egloga di Dante racconta che Melibeo (Dino Perini)  ansioso di conoscere il contenuto dello scritto che Mopso (Giovanni del Virgilio) ha inviato a Titiro (Dante); questi, allora, dopo averlo benevolmente irriso in quanto inesperto di letteratura (Pascua sunt ignota tibi que Menalus alto / vertice declivi celator solis inumbrat [Tu non conosci i pascoli su cui il Menalo getta la sua ombra nascondendo con lalta vetta il sole cadente], Eg II 11-12), glielo rivela; nella seconda egloga dantesca il giovane Melibeo  rappresentato mentre arriva correndo e ansando (calidus et gutture tardus anhelo [accaldato e con la gola chiusa per laffanno], Eg IV 28) a portare a Titiro e Alfesibeo (Fiduccio dei Milotti), impegnati in dotti discorsi filosofici, il testo di risposta di Mopso.
Sul Giardini si veda BOCCACCIO, I I 5.
Per Menghino Mezzani rimando alla voce dellED di Augusto Campana, a BELLOMO, pp. 330-338, e ad Andrea Mazzucchi, CCD, pp. 340-353; per Fiduccio dei Milotti, alla voce dellED di Aurelia Accame Bobbio e a Livi, Dante, suoi primi cultori, sua gente in Bologna, cit., pp. 176, 268 (a riprova dellimportanza di Fiduccio si tenga presente che un suo zio, Sinibaldo, era stato vescovo di Imola); per Guido Vacchetta, infine, rimando a Campana, Guido Vacchetta e Giovanni del Virgilio (e Dante), cit. Non risulta che Dante abbia avuto qualche rapporto con la figura pi rappresentativa della Ravenna di quegli anni, e cio larcivescovo Rinaldo da Concorezzo (cfr. Caravita, Rinaldo da Concorezzo, cit., pp. 193-203).
Il sonetto di Antonio Beccari, Non  mester el caval de Medusa, si legge con commento in Le Rime di Maestro Antonio da Ferrara (Antonio Beccari), introduzione, testo e note di Laura Bellucci, Bologna, Ptron, 1972.
Un invito e una sfida
Per la biografia di Giovanni del Virgilio rimando a Giuseppe Indizio, Giovanni del Virgilio maestro e dantista minore, SD, LXXVII (2012), in corso di stampa. Sullo scambio bucolico, data per acquisita lautenticit delle egloghe, che Aldo Rossi (del quale si veda il riassuntivo Dossier di unattribuzione. Dieci anni dopo, Paragone, XIX [1968], pp. 61-125) avrebbe voluto opera di Boccaccio, esiste una ricca bibliografia; ricordo solo alcuni dei lemmi pi rilevanti: Carlo Battisti, Le egloghe dantesche, SD, XXXIII (1955), pp. 61-111; Guido Martellotti, Dalla tenzone al carme bucolico. Giovanni del Virgilio, Dante, Boccaccio, IMU, VII (1964), pp. 325-336, poi nel volume postumo Dante e Boccaccio e altri scrittori dallUmanesimo al Romanticismo, a c. di Vittore Branca e Silvia Rizzo, Firenze, Olschki, 1983; Giuseppe Velli, Sul linguaggio letterario di Giovanni del Virgilio, IMU, XXIV (1981), pp. 136-158; Luciano Gargan, Dante e Giovanni del Virgilio: le Egloghe, GSLI, CXXVII (2010), pp. 342-369. Per la figura intellettuale e per le altre opere rimando a: Paul O. Kristeller, Unars dictaminis di Giovanni del Virgilio, IMU, IV (1961), pp. 181-200; Gian Carlo Alessio, I trattati grammaticali di Giovanni del Virgilio, IMU, XXIV (1981), pp. 159-212; Matteo Ferretti, Boccaccio, Paolo da Perugia e i commentari ovidiani di Giovanni del Virgilio, Studi sul Boccaccio, XXXV (2007), pp. 85-110. 
Per la datazione del primo invio di Giovanni, oltre ai saggi citati, forniscono utili indicazioni INDIZIO, pp. 61-63, e Casadei, Sulla prima diffusione della Commedia, cit., p. 63.
Nei versi iniziali del carme che invia a Dante dopo il loro incontro (Eg I 1-16): Pyeridum vox alma, novis qui cantibus orbem / mulces letifluum  evolvens triplicis confinia sortis / indita pro meritis animarum  sontibus Orcum, / astripetis Lethen, epyphebia regna beatis, / tanta quid heu semper iactabis seria vulgo?  clerus vulgaria tempnit, / et si non varient, cum sint ydiomata mille (Sacra voce delle Pieridi, tu che con nuovi canti plachi il mondo dei morti  disvelando i regni della triplice sorte assegnati in ragione dei meriti delle anime  lOrco ai colpevoli, il Lete a chi aspira alle stelle, i regni oltre il sole ai beati  ahi, a che continuerai sempre a spargere tra il volgo cos sublimi temi, e noi dotti  nulla potremo leggere della tua poesia di vate?  il pubblico dotto disprezza gli idiomi volgari, anche se non fossero instabili e diversificati, come in realt invece sono, in mille variet) Giovanni del Virgilio mostra di conoscere la tesi centrale, e di pi assoluta novit, del trattato dantesco, e cio che le lingue naturali sono frammentate nello spazio e instabili nel tempo (VE I X 7): a voler contare le variazioni primarie e secondarie e subsecondarie del volgare dItalia, anche solo in questo minimo angolo di mondo si arriverebbe alla millesima diversificazione della lingua, anzi si arriverebbe anche molto pi in l (si primas et secundarias et subsecundarias vulgaris Ytalie variationes calculare velimus, et in hoc minimo mundi angulo non solum ad millenam loquele variationem venire contigerit, sed etiam ad magis ultra). Laderenza al testo dantesco  spinta fino a recepire liperbole della millenam  variationem (devo i riscontri a Gabriella Albanese, che sta lavorando al commento delle Egloge per il secondo volume delle Opere di Dante). Claudia Villa (La Lectura Terentii, I. Da Ildemaro a Francesco Petrarca, Padova, Antenore, 1984, pp. 178-183) segnala che i vv. 8-13 del carme inviato a Dante contengono al loro centro (et secreta poli vix experata Platoni [i segreti del cielo, che a stento Platone distill dalle arcane sfere] una citazione sintetica di Cv III V 4-8.
Intorno al 1327 il frate carmelitano Guido da Pisa nella Declaratio (un componimento volgare in terza rima, accompagnato da glosse latine, che funge da introduzione al suo commento alla Commedia) riferisce che i dotti estendono il loro disprezzo per il genere letterario e per la lingua anche al contenuto del poema: udendo questo nome, Commedia, e vedendola scritta in volgare, trascurano e disprezzano il frutto in essa nascosto (Audientes hoc nomen Comedie et videntes ipsam vulgari sermone compositam, fructum qui latet in ipsa negligunt et aborrent; Guido da Pisa, Declaratio super Comediam Dantis, ed. critica a c. di Francesco Mazzoni, Firenze, Societ Dantesca Italiana, 1970, p. 34).
La convinzione dantesca di ottenere lalloro poetico con la pubblicazione del Paradiso  espressa nitidamente in Eg II 48-51: Tunc ego: Cum mundi circumflua corpora cantu / astricoleque meo, velut infera regna, patebunt, / devincire caput hedera lauroque iuvabit: / concedat Mopsus (Quando i volumi del mondo che ruotano in cerchi concentrici e le anime abitatrici delle stelle si dispiegheranno nel mio canto, come gi i regni infernali, allora s che mi piacer cingere il capo della corona dedera e alloro: lo consenta Mopso!).
Casadei, Sulla prima diffusione della Commedia, cit., p. 65, ritiene che nei dieci vasetti promessi vadano ravvisati dieci testi bucolici.
La notizia che la Commedia era ancora inedita al momento della morte di Dante  data da BOCCACCIO, 183; Boccaccio scrive pure che egli era suo [di Dante] costume, quale ora sei o otto o pi o meno canti fatti navea, quegli, prima che alcuno altro gli vedesse, donde che egli fosse, mandare a messer Cane della Scala, ma questultima cosa sembra alquanto improbabile.
Il congedo dalla storia.
Per la complicata questione Pier Damiani/Pietro Peccatore rimando alla voce dellED Pier Damiano di Arsenio Frugoni.
Anche nel canto XXVII, ancora su invito di Beatrice, Dante si volger a guardare laiuola (v. 86), ma questo secondo sguardo fissa le coordinate del viaggio e non ha dunque il significato di un congedo come ha invece quello del canto XXII.
La nostalgia del bello ovile
Per il cappello di Pd XXV 9 si legga Villa, La protervia di Beatrice, cit., pp. 198-200.
La subordinazione della chiesa-battistero alla cattedrale viene sancita dalla riforma liturgica del vescovo Antonio degli Orsi (1310), che pone fine al secolare rapporto rituale tra le due chiese.
Per i rapporti tra Santa Reparata e Santa Maria del Fiore rimando ad Anna Benvenuti, Stratigrafie della memoria: scritture agiografiche e mutamenti architettonici nella vicenda del Complesso cattedrale fiorentino, in Il bel San Giovanni e Santa Maria del Fiore. Il centro religioso a Firenze dal tardo antico al Rinascimento, a c. di Domenico Cardini, Firenze, Le Lettere, 1996, pp. 95-128; Ead., Arnolfo e Reparata. Percorsi semantici nella dedicazione della cattedrale fiorentina, in Arnolfos Moment, Acts of an International Conference, Villa I Tatti, May 26-27, 2005, ed. by David Friedman, Julian Gardner, Margaret Haines, Firenze, Olschki, 2009, pp. 233-252, e a Marica S. Tacconi, Cathedral and civic Ritual in late medieval and Renaissance Florence. The Service Books of Santa Maria del Fiore, Cambridge, Cambridge University Press, 2005.
Un sofferto rifiuto
Livi, Dante, suoi primi cultori, sua gente in Bologna, cit., p. 175, ritiene che Fiduccio dei Milotti abbia svolto il ruolo di intermediario tra Giovanni del Virgilio e Dante.
Un numero cospicuo di glosse, raccolte da Boccaccio nello Zibaldone Laurenziano, ci consente di individuare i personaggi che si celano dietro ai nomi pastorali. Per la ricezione scolastica trecentesca delle egloghe si vedano: Giuseppe Billanovich, Giovanni del Virgilio, Pietro da Moglio, Francesco da Fiano, IMU, VI (1963), pp. 203-234; VII (1964), pp. 279-324; Giuseppina Brunetti, Le Egloghe di Dante in unignota biblioteca del Trecento, LEllisse. Studi storici di letteratura italiana, I (2006), pp. 9-36; Giuliano Tanturli, La corrispondenza poetica di Giovanni del Virgilio e Dante fra storia della tradizione e critica del testo, Studi medievali, LII (2011), pp. 809-845. Per la fortuna umanistica: Giuseppe Velli, Tityrus redivivus: the Rebirth of Vergilian Pastoral from Dante to Sannazaro (and Tasso), in Forma e parola. Studi in memoria di Fredi Chiappelli, a c. di Dennis J. Dutschke et al., Roma, Bulzoni, 1992, pp. 68-78; Gabriella Albanese, Tradizione e ricezione del Dante bucolico nellUmanesimo. Nuove acquisizioni sui manoscritti della Corrispondenza poetica con Giovanni del Virgilio, NRLI, XIII (2010), pp. 238-327.
La postilla relativa allegloga inviata da Giovanni del Virgilio ad Albertino Mussato, contenuta nello Zibaldone di Boccaccio, recita: Nam postquam magister Johannes misit Danti eglogam illam Forte sub irriguos etc. stetit Dantes per annum ante quam faceret Velleribus colchis et mortuus est ante quam eam micteret. 
Per linsurrezione contro il Pepoli si veda DAVIDSOHN, IV, pp. 894-895; per la data di insediamento di Fulcieri si veda Casadei, Sulla prima diffusione della Commedia, cit., p. 63.
Sullo stato di incompiutezza dellultima egloga insiste Lino Pertile, Le Egloghe, Polifemo e il Paradiso, SD, LXXI (2006), pp. 285-302. 
Legloga di Giovanni del Virgilio a Mussato si legge ora in La corrispondenza bucolica tra Giovanni Boccaccio e Checco di Meletto Rossi. Legloga di Giovanni del Virgilio ad Albertino Mussato, ed. critica, commento e introduzione a c. di Simona Lorenzini, Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento (Quaderni di Rinascimento, 49), Firenze, Olschki, 2011, pp. 175-210.
Lultima ambasceria
Le testimonianze sulla data di morte oscillano fra il 13 settembre (giorno riportato negli epitafi composti da Giovanni del Virgilio e Menghino Mezzani) e il 14 (attestato, fra gli altri, da BOCCACCIO, 86, e BOCCACCIO, 62): per conciliare le due date si  pensato che il trapasso sia avvenuto dopo il tramonto del 13. Ancora BOCCACCIO, 87-91, racconta delle esequie solenni e degli epitafi (tra cui quello di Giovanni del Virgilio, che egli riporta) composti poco dopo.
Per le vicende del sepolcro e degli epitafi si veda Saverio Bellomo, Prime vicende del sepolcro di Dante, Letture classensi, 28 (1999), pp. 55-71; sulla complessa questione, anche attributiva, degli epitafi funebri fa il punto Giuseppe Indizio, Saggio per un dizionario dantesco delle fonti minori. Gli epitafi danteschi: 1321-1483, SD, LXXV (2010), pp. 269-323.
Il Paradiso ritrovato
Il racconto del sogno e delle modalit del ritrovamento degli ultimi canti  in BOCCACCIO, 183-185. 
La Divisione e il sonetto Acci che le bellezze, Signor mio di Iacopo sono editi in Iacopo Alighieri, Chiose allInferno, a c. di Saverio Bellomo, Padova, Antenore, 1990; la Divisione anche da Camilla Giunti, Lantica vulgata del capitolo di Jacopo Alighieri. Con una edizione (provvisoria) del testo, in Nuove prospettive sulla tradizione della Commedia. Una guida filologico-linguistica al poema dantesco, a c. di Paolo Trovato, Firenze, Cesati, 2007, pp. 583-610.
Per la ricostruzione delle fasi finali di lavorazione e di pubblicazione del Paradiso mi avvalgo di Casadei, Sulla prima diffusione della Commedia, cit., pp. 57-62.
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FINE.